Cannes, con Baumbach è una questione di famiglia

“Per alcuni avere successo significa fare i soldi, per altri lo è l’essere un buon padre”, dice il regista. In concorso con The Meyerowitz Stories
Cannes, con Baumbach è una questione di famiglia
Noah Baumbach con il cast di The Meyerowitz Stories - Foto Pietro Coccia

Da regista, e credo di poter parlare un po’ a nome di tutti, speri sempre che la tua opera venga vista in sala. Anche stavolta, ho fatto il film che volevo fare, immaginandolo per il grande schermo, godendo altresì della più completa autonomia. Netflix è intervenuto successivamente, acquisendo il film quando era già terminato, aiutandoci parecchio dal punto di vista economico”.

Anche Noah Baumbach (dopo Bong Joon-Ho, regista di Okja) – oggi in concorso a Cannes con The Meyerowitz Stories – stempera in qualche modo l’ormai celebre polemica che vede l’edizione 70 del Festival contrapposta al colosso USA, “reo” di non distribuire nei cinema i film portati sulla Croisette.

Stessa cosa fa uno dei protagonisti del film, molto applaudito alla proiezione stampa di questa mattina, Dustin Hoffman: “I film Netflix non vengono distribuiti in sala? Ma io a casa mia ho uno schermo molto grande!”.

Il grande attore americano interpreta Harold Meyerowitz, anziano capofamiglia, scultore affermato un po’ dimenticato dal giro delle gallerie contemporanee, ora sposato in terze nozze con una donna dedita all’alcool e alla cucina di piatti improbabili (Emma Thompson). Dai matrimoni precedenti, l’uomo ha avuto tre figli: Danny e Jean (Adam Sandler ed Elizabeth Marvel), dal primo, e Matthew (Ben Stiller), dal secondo.

Cocco del papà, Matthew è l’unico a non aver coltivato ambizioni artistiche (Danny suonava il piano, Jean fa lavori di stampa) e il solo ad aver fatto i soldi occupandosi di finanza. In più, vivendo a Los Angeles, non frequenta molto i due fratellastri, mentre Danny, fresco di divorzio, si è appena trasferito a New York per rivedere il padre e accompagnare la figlia, la diciottenne Eliza (Grace Van Patten), al college. Una serie di avvenimenti, per lo più imprevisti, porterà però alla reunion di questa famiglia così disfunzionale, ma al tempo stesso piena di umanità.

“Che cosa siamo e che cosa vorremmo essere. Provo a raccontare questo divario nel film, ragionando anche sui differenti significati che ognuno di noi associa al concetto dell’avere successo: per Matthew avere successo è fare i soldi, per Danny invece quello che conta davvero è essere un buon padre”, spiega Baumbach, anche autore della sceneggiatura (in solitaria, stavolta, dopo le recenti collaborazioni con Greta Gerwig).

Essere padri, compito che nel film oltre ad Adam Sandler viene richiesto al quasi 80enne Dustin Hoffman: “Ormai posso dire di avere una certa esperienza – dice l’attore due volte Premio Oscar – e ci metto meno tempo a capire se una sceneggiatura può funzionare oppure no. E questa aveva ogni singola parola ben scritta, come una musica ben orchestrata. Certo, non volevo fare l’anziano, piuttosto avrei voluto interpretare i ruoli affidati poi agli altri due attori, ma mio figlio Jake mi ha convinto di accettare la parte di Harold. Nel film mettiamo in scena quello che appartiene alla vita di ognuno, i rapporti con i genitori sono sempre controversi e in particolare con la figura ingombrante del padre è ancora più complicato. Poi però finiamo tutti per diventare come lui”.

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