Brizé, quando il lavoro è un dilemma morale

“Volevo giustapporre l’umanità dell’individuo alla violenza della nostra società”, dice il regista francese. A Cannes con La loi du marché
Brizé, quando il lavoro è un dilemma morale

“Nei miei film precedenti ho sempre affrontato questioni molto intime, senza soffermarmi sugli esseri umani nel loro ambiente sociale. Il passo successivo è stato quello di osservare la brutalità dei meccanismi e degli scambi che regolano il nostro mondo giustapponendo l’umanità di un individuo – un uomo vulnerabile, senza la sicurezza del lavoro – con la violenza della nostra società”. Così Stéphane Brizé parla del suo nuovo film, La loi du marché (The Measure of a Man), oggi in concorso a Cannes.

Un film che, proprio come Due giorni, una notte dei fratelli Dardenne (lo scorso anno in gara per la Palma d’Oro), ragiona sulla “moralità” del lavoro nella società contemporanea. Protagonista è Vincent Lindon, che interpreta Thierry, uomo di 51 anni, disoccupato da 20 mesi, che finalmente trova un nuovo lavoro: addetto alla sicurezza di un supermercato. Ma molto presto sarà messo di fronte ad un dilemma impietoso.

Vincent Lindon in La loi du marché (The Measure of a Man)

Vincent Lindon in La loi du marché (The Measure of a Man)

Gran parte del cast è formato da tutti attori non professionisti, gente scelta dal casting director proprio per interpretare gli stessi lavoratori nella vita reale: “Molti dei ruoli corrispondevano a lavori specifici, come il banchiere, il personale dell’ufficio di disoccupazione, i cassieri del supermercato. Come abbiano fatto a mantenere quella naturalezza davanti la macchina da presa è un mistero che ancora non sono riuscito a risolvere”, dice ancora il regista, che non dimentica però il suo protagonista, Vincent Lindon, al terzo film realizzato insieme: “Ormai lo conosco bene come attore, ma anche stavolta è riuscito a sorprendermi. Si è lasciato completamente andare, un po’ come ho fatto io da regista, e ha recitato senza alcuna rete di protezione”.

La stessa che, da tempo, sembra mancare a molti di noi: “Il film – spiega ancora Brizé – segue la vita di un uomo che, per 25 anni, ha dato il suo corpo, il suo tempo, la sua energia ad una società. L’unico risultato ottenuto è stato quello di essere lasciato in disparte, non perché non ha fatto bene il suo lavoro, semplicemente perché i suoi capi hanno deciso di fare più soldi. Thierry è il volto delle statistiche sulla disoccupazione di cui sentiamo parlare ogni giorno, un uomo normale catapultato in una situazione brutale: dopo 20 mesi di disoccupazione è disposto ad accettare qualsiasi lavoro. E quando questo lavoro pone l’individuo in una situazione moralmente inaccettabile, che cosa può fare? Accettare e essere complice di un sistema ingiusto o lasciarlo e tornare a vivere una vita precaria e instabile? Questo è il cuore del film”.

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