Un Bresson per le donne

"Era ora di cambiamento, lottiamo per essere ascoltate" così Lucrecia Martel, alla cerimonia di consegna del Premio di Fondazione Ente dello Spettacolo
Un Bresson per le donne
Da sinistra: S.E. Tomás Ferrari, Lucrecia Martel, Cristián Dellepiane, Davide Milani. Foto di Margherita Bagnara

“Quanto rapido sarà questo cambiamento in favore dei diritti delle donne”, dichiara Lucrecia Martel, un filo di emozione nella voce, “dipende da tutti noi”.

Venezia, Spazio FEdS, è il giorno della consegna del Premio Robert Bresson, giunto quest’anno alla sua ventesima edizione e unico riconoscimento cinematografico al mondo espressione della Chiesa Cattolica, con il patrocinio del Pontificio Consiglio della Cultura e del Dicastero per la Comunicazione della Santa Sede.

Fondazione Ente dello Spettacolo” esordisce il Presidente Mons. Davide Milani, “conferisce ogni anno questo premio allo sguardo che meglio riesce a cogliere, attraverso il cinema, la parte più autentica dell’Uomo, oltre la sua pura materialità, trascendente e completo in se stesso”.

E per l’edizione 2019 il Premio va a Lucrecia Martel, con la seguente motivazione: Robert Bresson ha scritto che ‘girare vuol dire andare a un incontro’. Basterebbero queste parole per apprezzare la consanguineità tra il cinema del maestro francese e quello di Lucrecia Martel: quattro film per presentarsi al cospetto della settima arte con tutte le referenze del caso: uno stile cristallino, una poetica riconoscibile, una personalità fortissima. Quattro film per entrare nel suo mondo di personaggi talvolta opachi e talvolta solo sbiaditi, di programmi velleitari e orizzonti inagibili, di sfide ostiche e crisi mistiche, di slanci improvvisi e fossi a perderci l’anima. Tra il desiderio delle cose invisibili e la realtà di quelle visibili, l’occhio della Martel scruta il risvolto che unisce entrambe, con dolore e meraviglia, tristezza e piacere, sempre con quel desiderio enorme di comprendere che cosa significhi in fondo essere umani.

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Paolo Baratta. Foto di Margherita Bagnara

Un evento eccezionale, dunque, con Lucrecia Martel che quest’anno è anche Presidente di Giuria della 76° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Presenti, infatti, e partecipanti anche il Presidente della Biennale e il Direttore della Mostra.

“I premi contano per ciò che esprimono e ciò che ci ricordano” interviene il Pres. Paolo Baratta, “Lucrecia Martel ci ricorda che un’artista coraggiosa può avere successo e contemporaneamente l’attenzione, di Venezia e del mondo, al cinema latinoamericano”. E aggiunge: “Che per indagare sull’Uomo si sia scelta una donna, poi, costituisce un ulteriore passo verso la pacificazione”.

Replica a questo punto il Direttore della Mostra, Alberto Barbera: “Il suo è un cinema di coerenza, rigore, assenza di pregiudizi e grande sensibilità. Non è un caso, anche Bresson rappresentava coerenza e rigore assoluti, il suo sguardo è vicino al cinema di Lucrecia.”

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Alberto Barbera. Foto di Margherita Bagnara

“Un peccato che film come quelli di Lucrecia Martel non raggiungano, per ora, di frequente le sale italiane” argomenta Mauro Gervasini, critico cinematografico e selezionatore per il Festival di Venezia: “Ogni sua pellicola ha un peso specifico fondamentale nella composizione di una visione sempre più universale sull’Uomo e sul mondo”.

Il premio, consegnato in presenza dell’Ambasciatore argentino in Italia, S.E. Tomás Ferrari, e del Console Generale della Repubblica Argentina in Italia, Cristián Dellepiane, è realizzato da Giovanni Raspini, artista italiano specializzato nel simbolismo del linguaggio cinematografico.

A intervistare la regista argentina premiata c’è, inoltre, la giornalista e conduttrice Tiziana Ferrario: “Questo è un premio molto importante e lei è la seconda donna a riceverlo consecutivamente, dopo Liliana Cavani. È un bel traguardo, segno che qualcosa sta cambiando per le registe donne”.

“Non si tratta solo di aprire la porta alle donne nel mondo del cinema” risponde Lucrecia Martel, “ma anche di prendere misure, magari imperfette o scomode ma utili ad affrontare il problema. Come le quote rosa, già adottate in politica e in economia”.

Racconta, poi, di aver ricevuto dopo le recenti polemiche durante il festival (“Sono abituata alle domande difficili, non so se rispondo sempre bene, ma preferisco farlo comunque piuttosto che evitare la domanda”) una mail di Kathleen Kennedy, la donna che ha reso possibili tanti film di Spielberg e Lucas, fondamentale per il cinema di Hollywood. “Kathleen mi ha detto di aver iniziato a lavorare proprio grazie alla presenza di quote riservate alle donne”.

E sul movimento #metoo, cosa ne pensa? “È la punta dell’iceberg. Riguarda la protesta di donne coraggiosissime, ma si regge anche sulle spalle di decenni di lotta portata avanti da donne che non hanno mai avuto accesso alla stampa”.

E prosegue: “Lottiamo affinché le donne vengano ascoltate dalla giustizia, ma vengono ascoltate più dalla stampa, quindi per ora lo strumento per arrivare alla prima è passare per la seconda. Speriamo di fare presto un altro passo in avanti. A nessuno piace il giudizio sommario di un attacco mediatico”.

Lucrecia Martel. Foto di Margherita Bagnara

Su cosa sta lavorando, attualmente, al di fuori del compito di giurata? “Da otto anni lavoro a un documentario su reati commessi contro le comunità indigene del mio continente. Somiglia alla questione femminile, quella delle comunità indigene: oggi gli si richiede di dimostrare il loro status, così come alle donne viene chiesto di fare un discorso proprio, a parte, come il cinema al femminile”. E ancora, un’altra somiglianza: “Per secoli gli immigranti europei hanno deformato il pensiero locale, negando l’esistenza e i diritti degli indigeni. Evidente come questo si leghi alla questione uomo-donna”.

Davide Milani, emozionato e sinceramente curioso di fronte a una simile personalità e del medium cinematografico, chiede al Lucrecia, visto l’incarico incombente cui tornerà dopo l’incontro , cosa la colpisca maggiormente nelle opere che è chiamata a giudicare.

“Mi piace chi riflette sul mondo come se questo non ci appartenesse, chi non lo dà per scontato, come se non fossimo noi ad abitarlo e a deciderne le regole e le sorti. Se in un film qualcuno si fa una doccia calda come se fosse normale, la cosa mi rende sospetta, perché la doccia calda è prerogativa di una piccolissima parte della popolazione, un’eccezione. E Bresson, in questo, metteva in discussione tutte le cose che fuori dal cinema potremmo dare per scontate”.

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