Auguri Sandrelli

I suoi primi 60 anni. Manfredi, Gassman, Scola, Germi. L'attrice si racconta tra stralci di vita e pezzi di storia del cinema
5 Giugno 2006
Auguri Sandrelli
Stefania Sandrelli

Una cosa che mi viene in mente della Sandrelli è che ha lavorato quasi sempre sul tempo. Io la conoscevo bene, dove il tempo cade al debutto. Nel titolo Sedotta e abbandonata c’è lapidario un percorso. Accompagna per un decennio il sentimento del tempo di Scola nella trilogia (C’eravamo tanto amati, La terrazza e La famiglia). In Novecento c’è un giorno lungo un anno e tanti anni. Bertolucci riesce a distaccarla ogni volta dal momento, perché sente che la gioia della Sandrelli è un frammento nella malinconia di fondo. E la malinconia è tempo, c’è poco da fare. E’ evidente come il pubblico sente la costanza di un certo fascino, dai quindici ai sessant’anni.

Se le dico che la trovo sempre bella, pensando al femminile che si trasforma nel tempo, e bisogna essere capaci di seguirlo per vederlo?

La ringrazio, è gentile.

Sì, ma che cosa pensa?

La bellezza passa e va. Intendo se parliamo dei canoni ufficiali della bellezza. Alla mia età, per essere belle, forse è necessario che ci sia un po’ di armonia. Credo che l’armonia conti più della bellezza, perché mette in gioco molte cose, quello che si è, quello che uno ha fatto, come vede il mondo. Certo, la giovinezza per una donna fa la bellezza. O no?

E se diciamo che la bellezza è armonia, non altro?
E’ più difficile che le persone capiscano questa cosa. Sarebbe molto più valido vederla così. Mi viene in mente che “armonicamente” parlando, esiste una giustizia…

Prego?
Sì, Certe bellone, non so… Per esempio ci sono donne che non hanno tutte le cose a posto, che so, un naso un po’ adunco o qualcos’altro, eppure spandono fascino, se uno lo sa vedere, perché sono piene di armonia anche quando non sono giovani o belle secondo i canoni.

Come vede quella Sandrina di quindici anni che si muoveva sul set, in mezzo a una troupe che preparava, spostava, chiamava, faceva aspettare?

Ho poco da dire, perché io non avevo problemi. Mi sentivo a mio agio. Una volta Germi è venuto a cercarmi. Ero andata a mangiare un gelato. Ma, in fondo, ho capito subito i tempi del cinema. Sono entrata dalla porta principale. Il primo film è stato con Tognazzi, che era una star. Non ero preparata tecnicamente, questo sì.

Una sua giovane collega ha dichiarato che l’ammira perché ancora adesso lei non si preoccupa di offrire alla cinepresa il cosiddetto lato migliore
.
E’ vero, ma devo confessare che adesso me ne occupo di più. Non sono una teenager… Certo, la cinepresa è meravigliosa perché si muove a tutto tondo, non ha senso privilegiare qualcosa, bisogna lasciarsi prendere no? Ma capisco che esiste una preoccupazione dell’attore. Magari da un lato hai i capelli che non sono in ordine. Ora sento che questa preoccupazione mi riguarda, mi spetta, in un certo senso.

Nella galleria dei suoi personaggi, quali hanno dato problemi?
Quando scelgo un film sono sempre consapevole. Non vedo problemi. Forse… Con La chiave è stato difficile. Recitare nuda non è proprio fantastico. Può diventare pesante. Anche con la troupe. Io sembro distratta, ma noto tutto, anche se manca qualcuno della troupe un giorno. Sono affettuosa sul set. Quindi, stai lì con una vestaglia addosso, sotto sei nuda, e ti senti come una di quelle signorine di una volta nelle case chiuse. E quando tocca a te non devi vestirti, ma toglierti la vestaglia. Però ho sempre pensato che è per voi, per il pubblico, per un film, non è una cosa gratuita.

Se vogliamo esiste una breve carriera della Sandrelli…
Eh sì, la “Sandrelli Desnuda”.

Rammarico?
No, io non ho mai pianificato la mia carriera a tavolino. Hanno detto che io sono un po’ il termometro del cinema italiano. Forse è vero. Era un periodo, c’erano certi autori che provavano a fare delle cose. Non mi dispiaceva lavorare su quel materiale della vita. E’ sempre stata una mia scelta libera.

Facciamo un gioco. Le dico nomi di registi che l’hanno diretta e lei mi dice una parola, un ricordo, quello che le viene.

Va bene.

Germi.
La passione indiscriminata per il cinema. 

Melville.
No un momento, aiuto. Non ho ancora finito con Germi. Io lo spiavo. Anche nei momenti di pausa. Lui cantava, piangeva, urlava. Era… Melville. Mi chiamava sgnuff sgnuff, come uno dei tre porcellini. Un vero francese.

Pietrangeli.
La sensibilità, la fragilità, la grande conoscenza del mondo femminile, in fondo qualcosa che avevano un po’ tutti gli autori con cui ho avuto la fortuna di lavorare.

Bertolucci, il Bernardo.

E’… tutto quello che ho detto prima, ma con una marcia in più: un grande futuro. 

Scola.
La tenerezza e l’ironia, la tenerezza del suo senso del tempo che passa. Io la conoscevo bene era di Pietrangeli, ma l’aveva scritto Scola. Nel 1965, a proposito della Sandrelli, Pietrangeli ha detto: “Le ho costruito addosso il personaggio come i grandi sarti fanno con le modelle”. Ci tenevamo molto a questa piccola Adriana, così vicina, così lontana da me. In fondo avevo poche cose in comune con lei. Io conoscevo già bene il sottobosco del cinema. Il regista è come un direttore d’orchestra, no? Deve tirare fuori quello che sente da tutti. E abbiamo lavorato con immenso affetto nei confronti di quel personaggio.  

Adesso farà la regista, la direttrice…  
No. Calma. Non voglio fare la regista. Dirigo un film, poi basta, ed è una notizia che non sarebbe dovuta neanche uscire, perché adesso devo mettere il turbo per rispettare… Insomma io non farò mai la regista. 

Nel 1990 lei dichiarò che si fermava per dirigere un film. Evidentemente le girava per la testa questo bisogno. Era lo stesso film?
No, Esistono tempi diversi per cose diverse. Questa è la storia di una scrittrice del Trecento, Cristina da Pizzano, vissuta durante il regno di Carlo V, re di Francia. Cristina. Rischiò di essere bruciata come strega. Fu la prima scrittrice donna, direi. La sua scrittura era diversa. E’ stata definita “umanistica”. Ed è questa differenza che mi interessa.

Facciamo il gioco di prima, ma con gli attori. Gassman.  
Me lo ricordo nudo. L’ho visto a nudo, più che se l’avessi visto nudo, fisicamente intendo. C’è quel momento speciale tra di noi, in La famiglia, quando siamo in cucina e facciamo un bilancio, la mia ultima apparizione prima di morire. Ricordando la sua interpretazione ancora oggi mi vengono i brividi. Per me è un attore in progress, non so come dirlo. E diventato sempre più bravo. Sarebbe diventato ancora più bravo, se possibile. 

Tognazzi.  
Gli leggevo il mio diario a quindici anni. Un amico vero. Mi proteggeva. Era il mio primo film, Gioventù di notte. Mi sono sempre fidata di lui.

Manfredi.  
Il lavoro. Era la cosa più importante per lui. Mi ha fatto capire quanto contava e quanta concentrazione era necessaria. Lui si sacrificava. Quando non giravamo si chiudeva nella roulotte.

Volontè.  
Gian Maria era il più impegnato socialmente. Un giorno fece sciopero della fame perché giudicò i cestini, i nostri e quelli di tutta la troupe, inadeguati. Era insofferente perché troppo sensibile.

Stefania Sandrelli.  
Forse sono davvero una specie di unità di misura del cinema italiano. Ho lavorato con cineasti diversissimi, per molto tempo. E ho preso il lavoro secondo un principio: essere al servizio di qualcuno, del film, dello spettatore. La cosa più importante, per me, non è stato essere bella o avere la parte più importante. Ma entrare in rapporto con qualcuno. Credo che il mio grande amore per il cinema nasca da questa emozione.

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