Arte, cinema e James Franco

L'attore-regista americano incontra il pubblico del Festival di Roma: "Ho iniziato a recitare con Pizza Hut"
17 Novembre 2012
Arte, cinema e James Franco

Dai blockbuster come Spider-Man ai corti sperimentali come Dreams, che dirige da regista. James Franco incanala le energie artistiche nei progetti più diversi con un unico comune denominatore: la promessa di serietà. Al VII Festival Internazionale del Film di Roma riceve, infatti, il premio Cubovision per “il talento poliedrico e mai banale e i ruoli intensi (capaci di raggiungere) sempre e comunque il cuore del pubblico”.
“Quando scelgo un ruolo – spiega durante l’incontro con gli spettatori della kermesse capitolina – ci devo credere e sentirmi libero per poter dare il 100%. Da giovane avevo un approccio diverso: arrivavo sul set dopo aver fatto mille ricerche sulla parte e se non combaciavano con le richieste del regista allora ci litigavo e gli dicevo che da me poteva aspettarsi solo quello. Oggi, invece, ho cambiato prospettiva: prima mi sforzo di capire chi fosse quella persona (se è ispirata ad un personaggio reale) e poi come farla funzionare all’interno della storia. Ad esempio in “Milk” mi sono documentato moltissimo su Scott Smith, ho incontrato i suoi amici e ripercorso i luoghi dove ha vissuto, ma poi ho capito che il film non si chiamava Smith ma Milk e se mi fossi comportato come se fossi stato il protagonista avrei rovinato la pellicola e la mia interpretazione. In quel caso Smith dove servire per spiegare meglio il racconto di Milk”.
Tanta saggezza è frutto non solo di esperienza ma anche di studio lontano dal set: “Il cinema – parole sue – è la forma d’espressione più popolare degli ultimi cento anni, ma resta un business, così come l’arte, anche se in modo diverso. Questi due universi prevedono un’interazione diversa con il pubblico, oltre ad un contesto del tutto differente, che nasce da aspettative su vari livelli. L’arte, ad esempio, è svincolata dall’obbligo di intrattenere a tutti i costi, non sente la pressione di dover vendere milioni di esemplari e può concentrarsi sulle idee”.
Questo senso di libertà Franco l’ha acquistato solo dopo un decennio di successi cinematografici che gli hanno permesso di seguire le sue vere aspirazioni. “Per molto tempo ero attore in pubblico, ma in segreto vivevo da studente, occupandomi di letteratura. Poi i miei interessi sono diventati pubblici, da quando sono tornato all’università e ho potuto convogliare tutte le mie passioni”.
E pensare che da adolescente ha dovuto fare una scelta ben diversa: “Avrei voluto frequentare la Rhode Island School of Design mentre mio padre mi spingeva a prendere matematica. Allora siamo giunti al compromesso della letteratura, ma non capivo perché rinunciare visto che i miei genitori si sono incontrati proprio a Stanford durante un corso d’arte. Arrivato a Los Angeles ho capito che valeva la pena provarci, allora la mia famiglia non mi ha più sostenuto, così ho lavorato da McDonald per 2-3 mesi. La carriera d’attore è iniziata ufficialmente con una pubblicità di “Pizza Hut” e da allora mi sono sempre guadagnato da vivere con la recitazione. Per otto anni sono stato molto serio e scrupoloso nel mio lavoro, ma poi ho usato il successo per tornare sui banchi di scuola”.
Una volta capito il meccanismo dell’industria cinematografica Franco ha deciso di destrutturarlo e trasformarlo in altro, filtrandolo attraverso le arti visive: “Anche se ho partecipato a film commerciali – ammette – ho deciso di prendere un’altra direzione, frantumando la narrativa per andare oltre, così è nato “Rebel”, un progetto che inserisce nella pellicola molto altro, partendo proprio da “Gioventù bruciata”. Non mi bastava più aver interpretato James Dean in un biopic, volevo di più, andare oltre il racconto tradizionale, anche se profondo”.
Dalla contaminazione artistica si arriva alla sperimentazione più pura, che l’attore vive lontano dal grande schermo, come dimostra la retrospettiva The artist is present della sua amica Marina Abramovic al MOMA, a cui ha partecipato. L’artista è rimasta seduta in silenzio nel museo per 700 ore (tre mesi, sei giorni a settimana per oltre sette ore quotidiane) di fronte agli spettatori  che, uno alla volta (Franco incluso), si accomodava sulla sedia di fronte a lei. “Questo show ha letteralmente galvanizzato New York – racconta – come se assistesse ogni giorno ad una premiere cinematografica o si trovasse di fronte ad un leader spirituale. A me all’inizio sembrava una sorta di performance teatrale, ma siccome ti ritrovi lì zitto e fermo, alla fine ti rendi conto che si va ben oltre. Non mi ha pesato quella posizione perché mio padre mi portava spesso da piccolo a lezioni di yoga, quindi sono abituato a lunghi periodi di meditazione. Partecipare a questo esperimento era un’esperienza molto intima e privata eppure contemporaneamente del tutto pubblica perché ti ritrovi di fronte a molte persone e il filmato va anche online. Ho toccato con mano tutte quelle energie, quel dolore, quella pressione autentica”.
Riflessivo, profondo, serissimo: James Franco si spoglia del glamour a cui ci ha abituati come testimonial di Gucci per ripercorrere con il pubblico le corde più intime della sua anima, attraverso un processo volto a  trasformare, appunto, la sua vita in un’opera d’arte. E ben venga se include anche incursioni nel mondo delle favole (come Il grande e potente OZ di Sam Raimi, in sala il 3 marzo 2013) e parentesi di sregolatezze (basta guardare Spring Breakers, presentato durante l’ultima edizione del Festival di Venezia). 

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