Abbracci romani

Almodóvar e Penélope Cruz salutano la Fontana di Trevi e presentano il loro ultimo film: "Siamo una coppia felice, sinceri e senza sesso", scherza il regista
7 Novembre 2009
Abbracci romani

(Cinematografo.it/Adnkronos) – Amore innanzitutto. Amore con la A maiuscola. Ne Gli abbracci spezzati di Pedro Almodovar, il 17esimo film del regista spagnolo, nelle sale italiane dal 13 novembre, di amori ce ne sono almeno due: l’amour fou, che devasta e distrugge, e l’amore tra genitori e figli. Per non parlare poi di quello per il cinema. “E’ solo dopo aver finito il film che ho capito quanto fosse stata forte la proiezione del mio amore per il cinema in questa pellicola. Al cinema devo molto. Negli anni ’50 in Spagna tirava una brutta aria e l’unica cosa che mi manteneva in vita era proprio la realtà cinematografica, un universo parallelo, il solo nel quale ci si poteva rifugiare. Crescendo poi ho capito che il cinema perfeziona la vita”, dice il regista alla presentazione italiana del film a Roma, accompagnato dalla protagonista femminile, l’inseparabile Penelope Cruz.
Prodotto da El Deseo e distribuito dalla Warner Bros. Italia, Gli abbracci spezzati, presentato allo scorso Festival del Cinema di Cannes, è un noir che combina il dramma alla commedia e ruota intorno all’amore folle che nutrono per Lena (Penelope Cruz) il cineasta Mateo (Harry Caine) e suo marito, il broker Ernesto Matel (José Luis Gomez), che diventa produttore di cinema per concedere a sua moglie il capriccio di essere attrice. Ossessionato dalla gelosia, colloca suo figlio sul set, a girare un making of della pellicola. Fra i due contendenti, un passato ridotto a un puzzle di pezzi rotti, il cui segreto è noto solo a Judith (Blanca Portillo).
Il film è un omaggio al cinema del passato. All’interno, come in un gioco di scatole cinesi, ci sono altre pellicole del regista. Particolarmente presente è Donne sull’orlo di una crisi di nervi, la commedia che girano i protagonisti del film, in omaggio alle muse almodovariane Chus Lampreave, Rossy de Palma e Kiti Manver. Così come accadeva in Volver, non manca un tributo al cinema italiano, a Viaggio in Italia di Roberto Rossellini. Al suo quarto film con Almodovar, Penelope Cruz svela il segreto della magica sintonia col regista: “Ci siamo conosciuti che avevo 13 anni. Molto è cambiato da allora. Il nostro rapporto di amicizia è cresciuto tanto. Ed è così bello perché, pur conoscendoci a tal punto che la mattina, se ci guardiamo negli occhi, capiamo già di che umore siamo, non abbiamo mai perso il senso del limite. Io sono l’attrice e Pedro è il regista. Tra noi c’è un gran rispetto”. “Penelope è paranoica – dice Almodovar – ti chiede ossessivamente di dirle sempre la verità. Sì, è vero, siamo proprio una coppia felice – scherza – la nostra relazione si basa su due cose: la verità, appunto e la mancanza di sesso”.
Penelope Cruz, vincitrice del Premio Oscar come miglior attrice non protagonista col film di Woody Allen, Vicky Cristina Barcelona, che sarà una delle protagoniste di Nine, il musical ispirato al celebre 8 1/2 di Federico Fellini, in uscita nelle sale di tutta Italia dal 15 gennaio 2010, non nega che interpretare il ruolo di Lena è stato davvero impegnativo: “Lena è tre personaggi in uno. La chiave è stata vivere le emozioni lì sul momento, anche se abbiamo trascorso due mesi a parlare, discutere con tutti gli altri attori. Il mio personaggio non è una vittima, né tantomeno si sente sottomessa. Solo in due momenti è davvero se stessa: all’inizio e alla fine del film. Per il resto, recita la propria vita”.
Un ruolo perfetto per l’attrice, musa ispiratrice di Almodovar: “Penelope è viscerale – dice il regista – tutto ciò che fa sul set lo rende reale. E poi ha una grande forza interiore e allo stesso tempo una vulnerabilità incredibile, quasi infantile. E’ questo contrasto che la rende perfetta per interpretare donne così, che hanno sofferto molto ma che non hanno ancora smesso di combattere”. “Alcune scene – spiega Almodovar – le abbiamo girate volutamente senza troppo aiuto della tecnologia. Il making of è un omaggio al cinema tangibile, dove tutto si tocca. Quando posso, per alcune cose preferisco lavorare artigianalmente. A volte la tecnologia fa perdere emozione. Per me già è stato un dramma arrivare in albergo e ritrovarmi a dover aprire la porta della mia camera con la scheda elettronica al posto delle chiavi”.

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