Un giorno della vita

ITALIA - 2010
3/5
Un giorno della vita
Basilicata, 1964. Il 12enne Salvatore, con gran disappunto del padre contadino comunista, ha una smodata passione per il cinema che, ogni giorno, lo spinge a raggiungere i suoi amici Alessio e Caterina nel paese vicino per assistere ai film di una saletta di terza visione. Tuttavia, il suo amore per il grande schermo metterà Salvatore nei guai: venuto a sapere della possibilità di acquisto di un vecchio proiettore 16 mm decide di comprarlo per aprire un piccolo cinema, ma per farlo sottrae alle casse della locale sezione del Partito comunista i soldi raccolti tra i militanti per inviare una delegazione ai funerali di Togliatti...
  • Durata: 87'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Produzione: GEO ESPOSITO PER GFC PRODUCTION
  • Distribuzione: IRIS FILM (2011)
  • Data uscita 14 Gennaio 2011

TRAILER

RECENSIONE

di Valeria Francardi
L'infanzia, la crescita, il cinema. Sulle orme dei grandi romanzi di formazione, Giuseppe Papasso conquista con un'opera prima spontanea e pulita. Una fiaba moderna che penetra sottopelle: come lo sguardo di un bambino. Siamo nel 1964 in una Basilicata estiva, resa ancor più calda - addirittura torrida - da una fotografia intensa e sanguigna. A dodici anni, Salvatore finisce in riformatorio a causa dell'amore viscerale che nutre per i film. Una passione che coltiva nonostante i divieti del padre (Pascal Zullino) - un comunista che sogna la rivoluzione - e con la rassegnata complicità di una madre d'altri tempi (Maria Grazia Cucinotta). A fare da cornice alle sue (dis)avventure, un ipertesto narrativo in cui si intersecano i funerali di Togliatti e la fioritura delle sale parrocchiali, La dolce vita di Fellini e il Concilio Ecumenico.
Tutto ruota attorno a un protagonista d'eccezione: il giovanissimo Matteo Basso, che presta allo spettatore i suoi occhi magnetici, posati con innocenza sul mondo. Come solo nelle favole, gli eventi si susseguono leggeri, scivolando con grazia sulle logiche dell'intreccio e sulle evoluzioni interiori dei personaggi. Mentre una lucida direzione d'attori e una regia equilibrata giocano d'astuzia con i modelli del passato. Dalla campagna lucana rubata al Salvatores di Io non ho paura, al parroco del paese (Ernesto Mahieux) che strizza l'occhio al Don Camillo di Guareschi; da I 400 colpi di Truffaut a Nuovo cinema Paradiso di Tornatore: le citazioni si mescolano fra loro dando vita a un'atmosfera dal sapore antico, che guarda indietro con un po' di sana nostalgia.
Sincero e delicato, Un giorno della vita è un film piccolo e indipendente, con una poetica ben precisa. E' un tributo alla necessità sociologica della visione. Un omaggio al cinema come luogo d'incontro di punti di vista opposti. Quelli di un padre e di un figlio, che - solo nel buio di una sala - riescono a trovare uno spiraglio nell'incomunicabilità che li separa.

CRITICA

"Seppur di curata confezione e ammirevole recitazione da parte del giovanissimo Matteo Basso, l'esordio in lungo del documentarista Papasso ricalca testi e contesti già percorsi nella loro specificità, oltre al film ispiratore, 'I 400 colpi' di Truffaut. La fiaba, perché questa è l'autoriale intenzione, scorre dunque tra citazioni cinefile e sottofondi storico-politici (sopra tutti la morte di Togliatti), con la non certa inedita lotta/complicità paesana tra la chiesa e il partito. Ma senza l'arguzia di Peppone e Don Camillo ciò che resta è un poco di noia, patinata però." (Anna Maria Pasetti, 'Il Fatto Quotidiano', 13 gennaio 2011)

"Tra le uscite di questo fine settimana c'è anche l'esordio di Giuseppe Papasso, regista che dopo una cinquantina di documentari realizza un'opera di finzione, che vorrebbe essere un omaggio alla sua passione per il cinema e ai paesaggi ampi e assolati dell'Italia del Sud. Ma anche se la storia scorre via con leggerezza, soprattutto nelle molte parti in cui si fa citazionista e riesce a mostrare l'entusiasmo dei primi spettatori di fronte ad alcune delle più celebri pellicole della storia del cinema (...) c'è da rilevare comunque una sensazione di già visto che più che dalla trama, esplicitamente ispirata a 'Nuovo Cinema Paradiso' di Tornatore, scaturisce dal modello televisivo della fiction, a cui ormai evidentemente si adegua la maggior parte della cinematografia italiana contemporanea. (...) Tutto rimane in superficie e diventa semplice nota di colore, tranne quando cerca di raccontare il sogno. Quello a occhi aperti di tutti noi dentro una sala buia, illuminata solo da fantasmi lattescenti. Lì la passione di Salvatore riesce a contagiare e a convincere per una attimo anche un vecchio padre materialista di aver sbagliato, per non aver capito che le rivoluzioni non si possono fare senza il desiderio delle donne e i sogni di un bambino." (Alessia Mazzenga, 'Terra', 14 gennaio 2011)

"Buona l'idea di imbastire un conflitto genitore-figlio che metaforizza le contraddizioni dell'Italia del boom, in piena trasformazione economico-sociale e insieme ancora povera e arcaica; meno efficace la messa in scena troppo prevedibile e convenzionale. Tuttavia, pur non possedendo la visionarietà e l'occhio di cinema di Tornatore, che si direbbe il suo modello ispiratore, l'esordiente Giuseppe Papasso dimostra mano felice con i piccoli non attori protagonisti e nella scelta dei professionisti, dalla mamma Cucinotta al padre Pascal Zullino al giornalista Haber." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 14 gennaio 2011)

"Esordio nella finzione per il documentarista e saggista Giuseppe Papasso, 'Un giorno della vita' è una bella storia di padre contro figlio, militanze contrapposte, potere del cinema. C'è leggerezza, voglia di capirsi e dignità. Facce verissime anni '60. Le più forti sono tutte di attori non professionisti." (Francesco Alò, 'Il Messaggero', 14 gennaio 2011)

"Ci sono film che fanno simpatia anche quando ne vedi chiaramente imperfezioni o debolezze. Appartiene a questa categoria l'opera prima 'Un giorno della vita' dell'ex documentarista Giuseppe Papasso che racconta nei toni della commedia favolistica le dolceamare peripezie di un dodicenne dei primi anni '60. Tra generose militanze comuniste, divoranti passioni cinefile, precoci amori e ripicche paesane, emerge il profilo di una vivida Basilicata vintage. Ci si accorge sin dal primo fotogramma che Papasso è un discepolo attento e coinvolto di Tornatore (ma potremmo aggiungere di Comencini, della Wertmüller di 'I basilischi' e, perché no, di Kusturica) e che il suo itinerario sarà soffuso di un'affettuosa nostalgia a rischio di retorica. Basta, però, la prova meravigliosa di Alessandro Haber nella parte del giornalista che porta alla luce la piccola grande storia d'infanzia periferica, quella del piccolo Matteo Basso o quella del sapido prete affidato al sempre più disinvolto Ernesto Mahieux per conferire al film quella robustezza e quella convinzione che confortano la visione anche nei momenti un po' scontati da pantomima post-realistica." (Valerio Caprara ,'Il Mattino', 14 gennaio 2011)

"Spiacerà a chi certe ricerche del tempo (e del cinema) perduto è disposto a consumarle se ammansite da un regista talentoso (il Tornatore di 'Nuovo Cinema Paradiso'). Papasso ha ancora tanto da imparare." (Giorgio Carbone, 'Libero', 14 gennaio 2011)

"Ma che bella sorpresa. Il debuttante Giuseppe Papasso racconta una favola delicata e gentile, nel solco di 'Nuovo Cinema Paradiso', anche se non riesce a ripeterne il magico incanto. (...) Bravi gli attori, garbata e a tratti toccante la storia, perdonabile qualche incongruenza." (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 14 gennaio 2011)

"Giuseppe Papasso, inquadrando il profondo Sud, racconta il costo cinefilo della passione di un ragazzino per i peplum movies 'contro' il padre rigidamente Pci. In memoriam dei cinema paradisi e dell'era dei funerali di Togliatti, di Germi e del primo centrosinistra, l'autore esprime la misura e la dignità politica del ricordo, dividendosi tra la privacy di una famiglia italiana (qui la Cucinotta donna forte) e il lato pubblico, in equilibrio tra Truffaut e Tornatore." (Maurizio Porro, 'Il Corriere della Sera', 14 gennaio 2011)
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