Tucker, un uomo e il suo sogno

Tucker: The Man and His Dream

USA - 1988
Nel 1946, Preston Tucker, un progettista americano di talento e ricco di iniziative, lancia un'auto rivoluzionaria, contenuta nei consumi e nel prezzo. Grazie al prestito di un amico, Tucker compera dal governo dei capannoni in disuso ed inizia la produzione della vettura utilizzando pezzi reperiti qua e là. Riesce a costruirne 50 esemplari, ma le tre grandi case automobilistiche di Detroit cominciano a boicottare l'inventore. E' allora che il miliardario Howard Hughes scende in campo al fianco di Tucker. Contestato e spiato, Tucker viene accusato di frode e invitato a comparire davanti ad un tribunale.

CAST

NOTE

- PRODUTTORE ESECUTIVO: GEORGE LUCAS.

- BAFTA 1989 PER LA MIGLIORE SCENOGRAFIA.

- GOLDEN GLOBE 1989 A MARTIN LANDAU COME MIGLIOR ATTORE NON PROTAGONISTA.

CRITICA

"E' facile scorgere i limiti di 'Tucker' nella sua mancanza di profondità e di conflitti drammatici che non siano quelli esterni: quella famiglia così convenzionalmente idillica, quel gruppo di collaboratori così compatto ed entusiasta, quell'apologia cosi accanitamente ottimistica della libera impresa e del capitalismo innocente sono quelli del cinema di Frank Capra. Senza nulla togliere all'energia radiosa di Jeff Bridges e all'incontro con Howard Hughes di cui Dean Stockwell dà in pochi minuti un memorabile ritratto, c'è un solo personaggio a più dimensioni, quello del consigliere finanziario di Tucker, interpretato dall'incisivo Martin Landau. 'Tucker' è un film monocorde che dice una cosa e continua a ripeterla. Anche perciò, forse, la prima parte avvince e convince più della seconda, troppo affidata ai prevedibili meccanismi del dramma giudiziario. Attenzione, però: è un film sul Sogno Americano che ha il merito di sviscerarlo fino in fondo, dicendo, appunto, che è soltanto un sogno. La realtà americana è un'altra." (Morando Morandini, 'Il Giorno', 27 dicembre 1988)

"Rievocando con gusto fine tutta una società, dosando gli effetti, dando sempre gli spazi giusti alla lotta per vincere e alle guerre sotterranee che vogliono impedire questa vittoria; nuovo, o rinnovandosi, perfino nelle pagine più consuete come quella del processo, in apparenza di stampo solo scopertamente hollywoodiano, riservando una particolarissima attenzione al linguaggio: non solo come proposta visiva di un'epoca, ma anche, grazie alla fotografia del nostro grandissimo Vittorio Storaro, come rilettura magica dei suoi climi, degli stati d'animo del protagonista, delle singole tappe del suo sogno così arduo da realizzarsi. Immagini stupende che dà gioia anche solo vederle. L'interprete principale è Jeff Bridges. Spavaldo ma anche umano. A ricordarci, dato il personaggio, James Stewart." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 27 dicembre 1988)

"La scenografia di Tavoularis e la fotografia di Storaro hanno un peso importantissimo nella ricostruzione di Coppola: soffici e ombrosi Anni-Quaranta, interni familiari che sembrano presi dalle riviste d'epoca, sorrisi stereotipati della pubblicità tutti sono buoni, tutti hanno idee (tutti falliscono, pensa Coppola). E' anche un omaggio a certi film biografici di quegli anni, dove i conflitti erano semplificati o non esistevano, dove il sogno americano splendeva, autenticamente. (Appunto, inutile cercare lo spessore dei caratteri, il candore vince sulla profondità)." (Stefano Reggiani, 'La Stampa', 24 dicembre 1988)
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