Tre passi nel delirio

Histoires extraordinaires

ITALIA, FRANCIA - 1968
Tre passi nel delirio
"Toby Dammit" - Dammit, un attore inglese, durante una festa, ubriaco e nauseato dall'ambiente e dalle persone che lo circondano, ossessionato da uno strano richiamo inconscio, fugge a bordo di una macchina veloce.

"William Wilson" - William, giovane ufficiale austriaco, racconta tutta la sua vita a un sacerdote. Fin da ragazzo in collegio, quando stava per compiere una cattiva azione, gli si parava davanti un "altro se stesso" pronto a fermarlo. Ora, dopo aver barato al gioco e insultato una donna, "lui" si era di nuovo fatto vivo per smascherarlo e William, non sopportando più questa presenza nella sua vita, lo aveva inseguito e ucciso.

"Metzengerstein" - Una ricca è perversa contessa si innamora di uno dei suoi cugini, che la respinge. Per vendicarsi, la donna fa incendiare la fattoria in cui l'uomo vive, uccidendolo. Da quel momento vive tormentata da una forma di oscuro rimorso.
  • Episodi: Toby Dammit - William Wilson - Metzengerstein
  • Altri titoli:
    Spirits of the Dead
    Tales of Mystery and Imagination
    Trois histoires extraordinaires d'Edgar Poe
    Tales of Mystery
    Außergewöhnliche Geschichten
    Historias extraordinarias
  • Durata: 121'
  • Colore: C
  • Genere: HORROR
  • Specifiche tecniche: 35 MM (1:1.75) - TECHNICOLOR, EASTMANCOLOR
  • Tratto da: "Racconti straordinari" di Edgar Allan Poe: "Non scommettere la testa col diavolo" (Toby Dammit); "William Wilson" (William Wilson); "Metzengerstein" (Metzengerstein)
  • Produzione: ANGELO GRIMALDI PER PRODUZIONI EUROPEE ASSOCIATI (PEA), LES FILMS MARCEAU, COCINOR
  • Distribuzione: P.E.A. - RICORDI VIDEO, RCS FILMS & TV

NOTE

- PETER O'TOOLE ERA STATO INIZIALMENE SCELTO PER INTERPRETARE IL RUOLO DI TOBY DAMMIT. DOPO LA SUA RINUNCIA, FEDERICO FELLINI CONTATTA UN'AGENZIA DI CASTING A LONDRA RICHIEDENDO GLI ATTORI PIÙ DECADENTI CHE AVESSERO. L'AGENZIA MANDA A ROMA TERENCE STAMP E JAMES FOX, E FELLINI SCEGLIE STAMP.

- IL FILM DOVEVA ESSERE INIZIALMENTE DIRETTO DA ORSON WELLES, LUIS BUÑUEL E FEDERICO FELLINI.

- REVISIONE MINISTERO DICEMBRE 1999.

CRITICA

"Ispirato tutto il film a Poe, Fellini si è ritagliato per sé, con l'aiuto del suo nuovo sceneggiatore Bernardino Zapponi, la storia di Toby Dammit, il protagonista di 'Non scommettere la testa col diavolo'. Ma portandola ai nostri giorni, e in un ambiente, la Roma del cinema, che egli bene conosce e sopporta. Vi arriva in aereo un attore inglese di gran nome, invitato a recitare nel 'primo western cattolico'. E' un rottame bruciato dall'alcool e dalla droga, ma l'Italia lo prende ancora sul serio. Un prete che rappresenta i produttori lo ossequia, la televisione lo intervista, lo si costringe a una festa turistico-mondana, con sfilate di modelli e premi ad attrici in cui non è difficile riconoscere una delle nostre grottesche iniziative pubblicitarie. La speranza di cavargli un sorriso, un minimo cenno di partecipazione, va delusa: Toby, già all'arrivo in un tramonto sanguigno, ha avuto di Roma un'idea repellente, racchiusa in immagini di funerario misticismo, e ha intravisto in un'allucinazione una bambina, tutta vestita di bianco, che occhieggiando maligna gli lanciava un pallone perché giocasse con lei. E' senza meno, il diavolo: l'unica cosa in cui crede, come ha dichiarato alla TV. Lo sguardo annebbiato, Toby esce dal torpore soltanto per offendere gli astanti (dormiva, quando una donna
s'è offerta di aiutarlo) e balzare sull'automobile da corsa fornitagli dai produttori. Tuffa il bolide nella notte, giunge ai sobborghi di Roma, si perde in un labirinto di strade. Un ponte è crollato: dal burrone l'innocente diabolica lo chiama. L'uomo preme il pedale e si precipita nel vuoto. Un cavo d'acciaio lo decapita.Due elementi, il macabro e il sarcastico, s'incrociano nel racconto, ambedue derivati da una tematica costante in Fellini, ma questa volta, ed è accento nuovissimo, convogliati verso la tragedia. Sempre autobiografico, Fellini non è passato indenne attraverso la recente malattia. Il suo dono fantastico ha acquistato un tono cupo, la sua galleria di mostri una luce sinistra. Quasi incrudelendo su se stesso, Fellini ha assunto le sue vecchie strutture narrative, i suoi espressivi personaggi, persino i temi musicali di Nino Rota, non più come i segni d'una realtà reversibile col compianto e la speranza (quanto sono lontani la finale purezza della Dolce vita, la pietas di Otto e mezzo, la consolante natura di Giulietta!), ma come unica, atroce sostanza d'un vivere insopportabile, perché privato d'ogni libertà. L'incontro fra il pessimismo di Fellini e il decadentismo di Poe è sintomatico. Risalendo dal buio verso il Satyricon, c'è da sperare che l'ossessione della morte non lo volga al lugubre. Fellini non è un poeta della morte: se mai dei brividi che l'annunciano, incrociati ai palpiti vitali." (Giovanni Grazzini, "Corriere della sera", 18 maggio 1968).

"Fellini riguarda con l'occhio dei suoi personaggi, ora è un prete. ora uno sceneggiatore cattolico, ora un cronista crudele (e gratuito) come quando satireggia Totò, cieco, barcollante attore comico, al braccio di una enorme attrice biondo-eccentrica. La Roma di Fellini-Poe accoglie tutto questo come in un fumo di vapori, sembra sognata, presa da un lontano incubo, irreale anche se carica di spunti verosimili. (Edoardo Bruno,
"Filmcritica", dicembre 1968).
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