Sud

ITALIA - 1993
L'avventura di tre disoccupati meridionali e di un disoccupato eritreo che s'impossessano della scuola-seggio elettorale di Marzamemi, paese siciliano più a Sud d'Italia, all'alba di una domenica elettorale, in segno di ribellione contro i brogli organizzati da un politico locale. Casualmente si trovano a tenere con sé (ostaggi oppure ospiti) la figlia del deputato che è il più forte candidato alle elezioni e il suo fidanzato. I quattro vengono circondati da un numero spropositato di carabinieri e alla fine catturati.

CAST

NOTE

- REVISIONE MINISTERO OTTOBRE 1993.

- DAVID DI DONATELLO 1994 PER MIGLIORE FONICO DI PRESA DIRETTA A TULLIO MORGANTI.

CRITICA

"Questi quattro, però, a differenza degli otto di 'Mediterraneo', non hanno quasi mai fisionomie molto precise salvo, forse, quello che ha finito per guidarli, Ciro, pieno di risentimento, di frustrazioni, di rivolte. Gli altri rischiano di confondersi, affidati un po' a degli stereotipi, e così la figlia per metà ribelle del deputato che alla fine denuncerà i brogli elettorali del padre, e così il suo accompagnatore borghese, appena sbozzato e solo in superficie. Qualche contrasto nel gruppo è disegnato con una certa finezza, ma i toni ed i modi - nonostante, all'inizio, una certa agilità di ritmi e molta cura nelle immagini - risentono troppo dei graffi del nostro cinema civile di trent'anni fa, senza mai, però rinverdirli. In parecchi momenti, tra quei luoghi chiusi, la vicenda ristagna, i caratteri non sono dinamici abbastanza per movimentarla e solo l'intervento di un reporter televisivo d'assalto, convocato per fare più o meno ad arte un po' di pubblicità alla protesta, strappa qualche sorriso divertito, in cifre che, pur abbastanza sottotono, tendono a sfiorare la beffa. Gli interpreti, comunque, hanno spesso un piglio giusto, soprattutto Silvio Orlando, un Ciro prima depresso, agli inizi anche patologicamente, poi a poco a poco caricato, fino a esplosioni addirittura concitate. La figlia del deputato è Francesca Neri, con qualche buona espressione, specie in chiavi ferigne, il padre, abbastanza di maniera, è Renato Carpentieri, il reporter Tv è Claudio Bisio: il solo che, un po', faccia spettacolo. Non dimentico, però, le canzoni rap dei "99 Posse" di Napoli e del collettivo "Assalti Frontali" di Roma; forse sono la cosa più nuova del film, almeno al cinema." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 16-10-93)

"In un film svincolato da posizioni 'preparate', che non assomiglia a nessun altro (e, questo, è titolo di merito), Salvatores suggerisce - incoraggia e insieme nega - una possibilità di rivalsa da parte dei dannati della terra. E la individua, oltre che nei propositi pur monchi dei personaggi e nella solidarietà dei paesani che occupano la piazza nel corso della rivolta battendo gran colpi su bidoni, nella musica rap, in un'arte povera che ha scelto di trovare uno spazio fuori dai circuiti di diffusione della merce culturale. Pur servendosene anche Salvatores, stavolta, ha puntato su una produzione dai costi contenuti. Questo conferma la (relativa) novità del sogno 'rivisitato' dal regista milanese. Si vedrà, adesso, se esso è soltanto suo, una questione privata, o se è condiviso dalle ultime generazioni di spettatori." (Francesco Bolzoni, 'L'Avvenire', 15 10-93)

"Un gruppo di persone rinserrate in un luogo chiuso assediato da una minaccia esterna, il rivelarsi ed evolversi delle diverse personalità ed esperienze, il nascere di conflitti e simpatie, il variare degli stati d'animo dalla depressione all'euforia alla malinconia, fino allo scioglimento della vicenda. Con 'Sud' Gabriele Salvatores, narratore della generazione quarantenne in fuga, Oscar per 'Mediterraneo', campione d'incassi con 'Puerto Escondido' (unico film italiano nell'elenco dei primi dieci successi della stagione '92-'93), fa un film politico, cambia personaggi: e sceglie una forma drammaturgica classicamente teatrale, usata in infiniti film americani, usata da lui stesso nel 1985 nella messa in scena di 'Comedians', per dare una struttura alla storia d'una rivolta forte e confusa, senza altro scopo che esprime l'esasperazione e la protesta, senza altro possibile risultato che restituire ai rivoltosi un senso di dignità dell'esistere, una fiducia nel fare. Cinematograficamente, è molto ben costruita l'avventura di tre disoccupati meridionali e del disoccupato eritreo che s'impossessano della scuola seggio elettorale del paese siciliano più a Sud d'Italia all'alba di una domenica elettorale, che per caso si trovano a tenere con sé (ostaggi oppure ospiti) la figlia del deputato che è il più forte candidato alle elezioni e un amico di lei, che vengono circondati da un numero spropositato di carabinieri e alla fine catturati. Racconto d'una disperazione italiana non soltanto meridionale, contemporanea ma radicata nel passato, il film suscita poca emozione, molte riflessioni. Come nel teatro di Brecht, ogni personaggio è simbolico o almeno rappresentativo, ma recitato con naturalezza: soltanto i carabinieri paiono santini ritagliati da un calendario dell'Arma; soltanto l'apparizione della gente che sostiene i rivoltosi scandendo le loro parole, tambureggiando su pezzi di latta e innalzando lo striscione 'Forza', ha uno slancio epico da affresco o da immagine storica del movimento popolare. Come nella realtà, con il passare delle ore l'occupazione del seggio elettorale ha momenti di inerzia, consente incertezze, ricordi, tradimenti, tentazioni, propositi: "Di silenzio ce n'è stato anche troppo. Ora ci vorrebbe un po' di casino". (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 15-10-93)

"Quando Lucia suggerisce di usare il telefonino per convocare le televisioni, Sud squaderna in tutta evidenza le sue due anime. La prima, la più ovvia e la meno convincente, riguarda i personaggi, il gioco mutevole dei rapporti di forza, le astuzie di Lucia, che sfrutta la sua bellezza per applicare il motto "divide et impera", le tensioni sotterranee fra i quattro, occasionalmente venate di razzismo. E poi i rigurgiti di opportunismo, le contrattazioni separate, le paure, le vampate improvvise di coraggio e fiducia (è molto bello il momento in cui, dopo il lungo isolamento, Ciro scopre che fuori s'è ammassata una manifestazione di solidarietà con latte, tamburi e uno striscione con una sola parola: "Forza"). L'altra anima ha per oggetto un personaggio invisibile ma onnipresente: la televisione, rappresentata dal giornalista supercinico Claudio Bisio, ovvero dalle telecamere nascoste che la sua troupe piazza nel seggio occupato. Il politico Cannavacciuolo lo dice chiaro: "Capitano, questo Paese lo governiamo con la Tv, mica coi carabinieri". Anche per questo forse Salvatores, dopo aver preso a fucilate la Carrà sul video in Puerto Escondido, sembra proseguire una sua guerra personale - e passabilmente schizofrenica - contro la Tv. Per questo moltiplica i pezzi di bravura (come la "soggettiva" del terremoto iniziale), usa più che può mezzi eminentemente cinematografici come lo Steadycam, o compone una trascinante colonna sonora usando musiche che non sentirete tanto facilmente in televisione (quelle dei gruppi "Assalti frontali" e "99 Posse"). Solo che poi, guardacaso, la scena più bella del film, quel ritratto collettivo degli occupanti formato da un collage di bocche, occhi, voci, schegge di identità e desideri, è proprio una scena di televisione, per quanto atipica. Certo, fossero più fuse queste due anime, quella umana e quella mediologica, quella "leggera" e quella d'assalto, Sud sarebbe più convincente. Ma forse era proprio questo che Salvatores, con gli sceneggiatori Franco Bernini e Angelo Pasquini, si proponeva. Un film diviso, un film-sintomo, una storia di diseredati girata con mezzi miliardari. Per non trovarsi come Ciro-Silvio Orlando, che chiede al nero Munir: "A che serve avere ragione quando poi sei morto?". E lui: "Questo è un pensiero difficile, ti lascio da solo". (Il Messaggero, Fabio Ferzetti 16-10-93)
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