Steve Jobs

USA - 2015
4,5/5
Steve Jobs
I trionfi e le cadute di un genio moderno: Steve Jobs. La sua passione e il suo ingegno sono stati il motore trainante dell'era digitale, anche a costo della sua salute e della sua vita privata. Ambientato nei backstage pochi minuti prima dei lanci dei tre prodotti più rappresentativi nell'arco della carriera di Jobs - partendo con il Macintosh nel 1984 e finendo con la presentazione dell'iMac nel 1998 - il film racconta il dietro le quinte della rivoluzione digitale, per tratteggiare un ritratto intimo dell'uomo geniale che è stato il suo epicentro.
  • Altri titoli:
    Untitled Steve Jobs Biopic
  • Durata: 122'
  • Colore: C
  • Genere: BIOGRAFICO
  • Tratto da: biografia "Steve Jobs" di Walter Isaacson (ed. Mondadori, coll. Ingrandimenti)
  • Produzione: MARK GORDON, GUYMON CASADY, SCOTT RUDIN, DANNY BOYLE, CHRISTIAN COLSON PER SCOTT RUDIN PRODUCTIONS, ENTERTAINMENT 360, MARK GORDON COMPANY, DECIBEL FILMS, CLOUD EIGHT FILMS
  • Distribuzione: UNIVERSAL PICTURES INTERNATIONAL ITALY
  • Data uscita 21 Gennaio 2016

TRAILER

RECENSIONE

di Marina Sanna
Due tra i più bei film di quest’anno condividono bizzarramente una parola, anzi un nome, Lisa. Lo spiraglio nella corazza di un uomo leggendario, Steve Jobs di Danny Boyle (e soprattutto di Aaron Sorkin, uno degli scrittori di cinema e televisione più geniali in circolazione), in uscita a gennaio, e in pole position nella corsa agli Oscar.  La bacchetta magica per un uomo di plastilina, in Anomalisa di Charlie Kaufman, che per un momento s’innamora, dimentica la famiglia, la fatica della routine grazie alla voce meravigliosa di una donna, che si chiama appunto Lisa: l’anomalia in una vita di mediocrità. Opere diversissime, una in stop motion, eppure di una crudezza inimmaginabile, l’altra con attori fenomenali e uno script shakesperiano. Ma in entrambi è una Lisa a far prevalere o trapelare  il sentimento. Si chiama così anche la figlia di Jobs: nonostante lui cerchi di rifiutare la paternità in tutti i modi, sostenendo con un  algoritmo che ci sono ben  28 possibilità su cento che non sia  il padre,  non può infine ignorare l’evidenza: la prima volta che Lisa gioca con il programma di pittura del computer, dando prova di aver ereditato qualcosa in più dei tratti somatici. Per lei che ascolta sempre la musica, lui intravede un oggetto minuscolo che conterrà almeno 500 canzoni. L’iPod che verrà.

Il film è diviso in tre parti, il lancio del Macintosh in un campus vicino a Cupertino nel 1984, quindi  il cubo nero della Next nell’88 e quello dell’iMac nel ’98. Boyle sceglie di girare in 16mm, quindi in 35mm e poi in HD, seguendo la rivoluzione estetica di Jobs e riprendendolo da vicino, da lontano, facendo sua  la tecnica di Sorkin “Walk and talk”, che ha rivoluzionato il modo di fare le serie (prima tra tutte West Wing) e si basa essenzialmente sul dialogo, le persone camminano e parlano in continuazione, metodo vicino al Jobs pensiero.  Sorkin e Boyle, all’apparenza pianeti lontani anni luce, hanno trovato la chiave, la nota giusta, per raccontare quello che finora sembrava impossibile: la leggenda di Steve Jobs. Quando Boyle ha ricevuto la sceneggiatura di Sorkin, quasi 200 pagine, si è concentrato su ogni atto separatamente, facendo recitare gli attori e girando la storia cronologicamente. Questo ha permesso a Michael Fassbender di entrare totalmente nel personaggio: capelli lunghi,  corti, ancora più radi, progressivamente sempre più  Jobs nella mimica, nel fisico, nell’atteggiamento. Un uomo duro, a volte crudele, un visionario. Affascinante e anaffettivo, convinto di essere Giulio Cesare assediato dai nemici. Non si fidava di nessuno, fatta eccezione per il capo marketing Joanna Hoffman (Kate Winslet , straordinaria, riesce persino a sembrare bruttina all’inizio), che lo guida nei momenti più critici, come la crisi con la figlia ormai diciannovenne.  Il rapporto con Steve Wozniank (bravo anche Seth Rogen), l’amico con cui è incominciata l’avventura in un garage. Il giovane con il know how e il ragazzo con il sogno, o meglio la visione che avrebbe cambiato il futuro, la comunicazione, l’interazione a livello mondiale.

La rivoluzione di Jobs è chiara fin dall’inizio, mentre parla con John Sculley (Jeff Daniel) ex executive della Pepsi: “Metti un computer nelle mani giuste. Fallo diventare uno strumento bello, elegante, una prolunga di te stesso, trasforma il pc, una macchina oscura e inquietante, in qualcosa che possono e voglio usare tutti”. Jobs va avanti, imperterrito, sebbene ci siano le difficoltà con la Apple: i Mac sono belli ma non rendono quanto dovrebbero. Inventa qualcos’altro: la scatola nera Next che ha un sistema operativo che si porterà dietro quando tornerà all’Apple come Ceo. Un capo feroce quanto appassionato che spinge i suoi a lavorare anche 20 ore al giorno, e dice ai designer: “Puoi fare di meglio”. Una, due, tre e quattro volte prima di guardare davvero che cosa ha davanti. Che sprona il team  perché dia il meglio ma è incapace di essere gentile o almeno "a decent man” come gli rimprovera Steve.
Ambizioso, audace, intelligente, elettrizzante, il ritratto di Sorkin deve qualcosa al libro di Walter Isaacson, ma si basa su altro, interviste, ricerche e invenzione. Un film impressionante in cui non ci sono sbavature, cliché: tutto si svolge senza perdere un colpo come una scintillante prova d’orchestra. Lo stesso Jobs se pensava a un equivalente, del resto,  si vedeva come un direttore che esegue una partitura perfetta.

 

NOTE

- LA REGIA ERA STATA INIZIALMENTE AFFIDATA A DAVID FINCHER. PER IL RUOLO DEL PROTAGONISTA ERANO STATI CONTATTATI LEONARDO DI CAPRIO E CHRISTIAN BALE.

- GOLDEN GLOBE 2016 PER: MIGLIOR SCENEGGIATURA E ATTRICE NON PROTAGONISTA 8KATE WINSLET). LE ALTRE CANDIDATURE ERANO: MIGLIOR ATTORE (CATEGORIA FILM DRAMMATICO, MICHAEL FASSBENDER) E COLONNA SONORA.

- CANDIDATO ALL'OSCAR 2016 PER: MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA (MICHAEL FASSBENDER) E ATTRICE NON PROTAGONISTA (KATE WINSLET).

CRITICA

"E' uno di quei film capaci di riscrivere le regole di un genere spesso afflitto da pigrizia creativa, il biopic, e di restituirci l'essenza di una persona in maniera del tutto anticonvenzionale. Più che una fotografia, 'Steve Jobs' (...) è un quadro impressionista. Splendori e miserie, genio e crudeltà del visionario fondatore di Apple ci vengono infatti restituiti non attraverso il solito racconto cronologico dei suoi successi e dei suoi fallimenti (come faceva il pessimo 'Jobs' diretto da Joshua Michael Stem e interpretato da Ashton Kutcher), ma condensando i conflitti più significativi della sua vita nei minuti che precedono i lanci dei tre prodotti più importanti nell'arco della carriera di Jobs. Un dietro le quinte esistenziale e astratto, capace di riassumere battaglie, tormenti, gioie, ossessioni, errori e rivincite di una vita spesa a reinventare quella degli altri. (...) Tre atti di quaranta minuti ciascuno, realizzati come se fossero tre piccoli film, ambientati in tre spazi diversi di San Francisco, patria della seconda rivoluzione industriale. (...) A ogni epoca e luogo corrisponde un'atmosfera diversa, restituita da uno sgranato 16mm per la prima parte, da un più morbido 35mm per la seconda e dal digitale della rivoluzionaria telecamera Alexa per la terza. Una struttura narrativa dunque adatta a raccontare tutta la complessità e le contraddizioni di un uomo che ha cambiato per sempre il modo in cui interagiamo gli uni con gli altri, ma che non ha saputo abbinare talento e bontà, che ha dedicato la propria vita al futuro e all'innovazione, ma non coltivato rapporti affettivi soddisfacenti. (...) Jobs (...) nel film è quasi un personaggio shakespeariano, come Amleto, Re Lear o il distruttivo Macbeth (...), tormentato da spinte contrastanti, attaccato da ex compagni di viaggio che gli rimproverano l'aver voltato le spalle a loro e al passato. La vivace scrittura di Sorkin (...) regala ritmo ed energia ai lunghissimi dialoghi che costituiscono lo scheletro del film, che inchiodano il pubblico alla poltrona per due ore e non smettono di ipnotizzarlo neppure quando il discorso si fa un po' più tecnico. Lo Steve Jobs di Sorkin e Boyle sarà pure un uomo impossibile, dominato da un ego incontenibile, ma non è certo privo del senso dell'umorismo, esercitato anche grazie alla sua fedele e devota assistente, Joanna Hoffmanman, personaggio che può contare sulla performance di Kate Winslet (...). I fitti scambi di battute tra loro, l'alchimia trai due attori sono ai massimi livelli così come pure lasciano il segno gli scambi di Jobs con John Sculley (...), con Andy Hertzfeld (...)e con Steve Wozniak (interpretato da un sorprendente Seth Rogen (...). E non spaventi il fatto che il film, ambientato quasi esclusivamente in interni, abbia un impianto teatrale: gli attori sono in moto perpetuo (...), seguiti dalla steadycam, freneticamente impegnati negli ultimi preparativi prima di ogni presentazione, caparbiamente intenzionati a far prevalere il proprio punto di vista, a rincorrere qualcuno per una risposta, a farsi inseguire per non dame. Si ride della testardaggine di Jobs, della sua pretesa di far dire «Hallo» a un computer che quel giorno non vuole saperne di parlare, della sua determinazione a essere "cattivo", quasi che dolcezza, disponibilità e comprensione possano mettere a rischio il proprio talento. E non si rimane indifferenti al suo progressivo avvicinarsi a quella ragazzina che sembra avere la sua stessa scintilla. Lui, che secondo alcuni aveva un chip al posto del cuore, saprà trovare finalmente le parole giuste per parlare con la sua migliore creazione e per comunicarle quell'amore che nessun computer al mondo sarebbe capace di offrire." (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 17 gennaio 2016)

"Che dire di un film così accattivante, esagitato e sentimentale? Parafrasando Pirandello, questo Jobs è: tre, nessuno e centomila idee per fatturare. Quello che più stupisce in negativo, ed è andata così anche all'Oscar dove la pellicola ha ottenuto solo due nomination, è la penna di Aaron Sorkin. Acre e spietato nel descrivere Zuckerberg, guru ragazzino di Facebook in 'The Social Network'. E invece terribilmente indulgente con il coetaneo della stessa generazione Jobs, qui impegnato in una love story con la figlia Lisa dal sapore via via sempre più stucchevole. Michael Fassbender è un Jobs sempre perfetto, bello, suadente e spiritoso. Ben più coraggioso di lui fu l'Ashton Kutcher del tanto biasimato 'Jobs'. Il film, di fatto, è una commedia sentimentale in cui sia la commedia che i sentimenti sembrano sempre perfettamente programmati. Come al computer." (Francesco Alò, 'Il Messaggero', 20 gennaio 2016)

"Fluviale commedia biografica in tre atti scritta da Aaron Sorkin specialista di vite tecnologicamente avanzate ('The Social Network' su Zuckerberg) e umanamente insufficienti. (...) Rogen e Winslet, migliori di tutto il cast (...). Se la rigidità maniacale del personaggio è il perno del film di Boyle, con resistibile ascesa e discesa, la storia si avvita troppo sulla privacy. Michael Fassbender è perfetto, fin troppo, non riesce ad emozionare con la frigidità ossessiva del carattere e del tutto assente è il discorso basilare sul cambiamento epocale che ha portato l'era del computer." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 21 gennaio 2016)

"Chi fu Steve Jobs? Un genio che, pur privo di vera competenza scientifica, rivoluzionò lo scenario tecnologico globale? Un perfezionista maniacale? Un uomo dall'ego sconfinato, indifferente a qualsiasi sollecitazione affettiva? Per portare sullo schermo un a figura così complessa ci voleva giusto uno sceneggiatore del livello di Aaron Sorkin che, vagamente ispirandosi alla monumenta le biografia di Walter Isaacson, ne condensa il ritratto in un copione di struttura teatrale. (...) Sorkin utilizza questi frammenti di vita sotto pressione per far emergere del personaggio le tante sfaccettature, l'ambizione sconfinata e la natura assertiva, la mancanza di pietà e la motivazione profonda, la paranoica diffidenza e l'amore per la bellezza; mentre il regista Danny Boyle si incarica di imprimere immediatezza drammatica al racconto con un ben controllato stile di cinema-verità. Al centro di un ottimo cast e citiamo almeno Kate Winslet (...) nel ruolo secondario di Joanne che in realtà è principalissimo svetta magnifico Michael Fassbender (...). Pur spingendo senza paura sui lati oscuri, l'attore riesce a conferire all'insopportabile antieroe una dolente nota umana, che, quando è in scena la figlia Lisa, si colora persino di tenerezza." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 21 gennaio 2016)

"'Stay hungry, stay foolish'. Suona banale ma il sottotitolo del film 'Steve Jobs' a firma Danny Boyle sembra proprio questo. Sottilmente, il regista inglese e soprattutto il grande sceneggiatore all'origine dell'opera, Aaron Sorkin, decidono di tenere lo spettatore affamato fino alla follia attraverso la visione del loro film sul padre della Apple, che tutto può definirsi tranne che un biopic. (...) Alla base vi è il testo biografico autorizzato ('Steve Jobs', 2011) di Walter Isaacson ma dentro al film c'è il talento di una troupe e soprattutto di un cast - Winslet e Fassbender da Oscar, non fosse per DiCaprio in concorrenza - straordinari. Da vedere e non solo dagli Appleaddicted." (Anna Maria Pasetti, 'Il Fatto Quotidiano', 21 gennaio 2016)

"Piacerà a una fetta di pubblico assai maggiore di quella che ha seguito il precedente Jobs. Perché ha un bravo Fassbender, una splendida Kate Winslet, uno script da Oscar (Aaron Sorkin). Certo rimane il difetto nel manico. Come nel precedente i personaggi parlano e parlano di sistemi, programmi, cose ovvie per gli addetti ai lavori, ma tanto oscure per noi poveri manovali rimasti all'abc." (Giorgio Carbone, 'Libero', 21 gennaio 2016)

"Hollywood si sta abituando a trasformare le classiche biografie in frammenti, istantanee, raccontando i personaggi attraverso pochi, ma efficaci episodi. E' il caso di questo geniale biopic, dal taglio teatrale, su Jobs (un grande Fassbender), dalla sceneggiatura formidabile, che con tre momenti chiave (...), traccia il suo ritratto professionale e privato, geniale e anafettivo." (Maurizio Acerbi, 'Il Giornale', 21 gennaio 2016)

"Se il cinema è un montaggio dei momenti più importanti della vita, il regista (...) fa una scelta drastica, correndo il rischio di riduzione e teatralità, per raccontare la storia di una personalità complessa e geniale, anche se qui si mette in dubbio il tipo di genialità a cui, per convenzione mitica, ci si riferisce pensando a Jobs: ingegnere inventore promulgatore di quella 'i' che domina le azioni di comunicazione nel mondo. (...) Boyle chiede a un Fassbender d'impressionante energia egotistica di affrontare i passaggi ambigui dell'intelligenza tesa al potere." (Silvio Danese, 'Nazione-Carlino-Giorno', 22 gennaio 2016)

"E' vero che la critica ama compiacersi delle recensioni tortuose, però i film complessi esistono davvero. Prendiamo «Steve Jobs» e le sue innegabili asperità: si potrebbe tagliare la testa al toro assicurando che è un titolo da Oscar, facendo però torto all'ardita struttura in bilico tra delirio egocentrico, studio di carattere e testimonianza sulle nuove sfide del capitalismo congegnata per mettere a fuoco la personalità di un genio controverso. Non ci si poteva aspettare altro, peraltro, considerando che Danny Boyle (...) lo ha diretto in sinergia con Aaron Sorkin, il più talentuoso, elitario, ambizioso ed eterodosso sceneggiatore degli ultimi decenni di cinema, teatro e tv statunitensi (...). Diciamo subito ai lettori cosa debbono aspettarsi: niente biopic tradizionale, nessun cliché sull'ascesa e la caduta dell'eroe, nessuna informazione sulla giovinezza o la morte e soprattutto nessuna diversione dall'impianto fortemente teatrale. Assisteranno, piuttosto, a una sorta di oratorio laico in tre atti, corrispondenti ad altrettanti eventi pubblici che si fondono - sta qui l'impronta sorkiniana- con alcuni ambigui snodi privati (...). Del tutto indifferente ai canoni del cinema illustrativo o psicologico, il film punta a dissezionare i tratti caratteristici del protagonista letteralmente inseguendolo nei corridoi, gli stanzini, le quinte delle sale dove parla in continuazione interagendo con se stesso, i collaboratori, gli stagisti, i concorrenti e il pubblico degli addetti o degli invitati. Il ritmo compulsivo sin dalla prima inquadratura dei dialoghi, con le battute colte spesso con la macchina a mano, risponde a una strategia non facile da assorbire, ma formidabile per come utilizza le recitazioni, la fotografia, la musica, le scenografie e persino i suoni (per esempio i bip che cambiano con l'evoluzione dell'hardware) per indagare su quest'uomo algido, enigmatico, seduttivo, certamente «affamato» e «folle» come raccomandò agli adepti in un celebre discorso. Grazie all'inquietante immedesimazione di Fassbender (che non cerca affatto, ovviamente, di scimmiottare il vero Jobs) e di tutto il cast che gli tiene testa, non c'è alcun margine né per l'aureola agiografica né per la denigrazione ideologica. Boyle e Sorkin si muovono come in un thrilling esplorando i progressi per forza di cose ambivalenti di quella tecnologia che rende possibile fare cose prima impossibili, però solo se ha osato immaginarle un Prometeo moderno." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 24 gennaio 2016)

"Torna sugli schermi Steve Jobs. Stavolta un'eccellente biografia dopo quella, pessima, di tre anni fa. Basterebbe il passaggio dall'imbambolato Ashton Kutcher al grintoso Michael Fassbender per far pendere la bilancia sul film di Danny Boyle. Un dramma quasi teatrale e molto parlato, ma appassionante, in cui emergono i lati oscuri del genio dell'informatica." (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 28 gennaio 2016)
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