Something Good

ITALIA, CINA - 2012
3/5
Something Good
In un piccolo villaggio della regione dello Yunnan, in Cina, una giovane donna, Xiwen, perde il suo unico bambino, Shitou, che muore avvelenato da un alimento adulterato. Contemporaneamente, in Italia, Matteo, un uomo senza scrupoli, lavora per il gruppo Feng, una multinazionale con base a Hong Kong che, fra le varie attività, ha anche quella del commercio di cibo contraffatto nel mondo. Matteo, braccato dalle autorità cinesi e italiane, riesce a fuggire dall'Italia con un prezioso carico di alimenti adulterati del gruppo Feng. Poche settimane dopo, a Hong Kong, viene nominato responsabile del commercio internazionale del gruppo da Mr. Feng in persona. La sua carriera è in totale ascesa fino al giorno in cui non incontra per caso Xiwen, che ha aperto un ristorante in memoria del figlio per portare avanti la sua personale battaglia per l'autenticità degli alimenti. Entrambi non conoscono la verità l'uno dell'altra, e non immagino quanto quell'incontro potrà sconvolgere le loro vite...
  • Altri titoli:
    Qualcosa di buono
  • Durata: 111'
  • Colore: C
  • Genere: THRILLER
  • Tratto da: liberamente tratto dal romanzo "Mi fido di te" di Massimo Carlotto e Francesco Abate (ed. Einaudi Stile Libero)
  • Produzione: LUCA BARBARESCHI PER CASANOVA MULTIMEDIA CON RAI CINEMA
  • Distribuzione: 01 DISTRIBUTION
  • Data uscita 7 Novembre 2013

TRAILER

RECENSIONE

di Federico Pontiggia
Parla come mangi? Matteo (Luca Barbareschi) parla bene, e in inglese (dote rara nel nostro panorama…), vuole visitare le cucine dei ristoranti per non finire avvelenato, ma che lavoro fa? Trafficante globale di cibi adulterati, anzi, una superstar del settore, tanto che dall'Italia viene chiamato a Hong Kong dall'infido uomo d'affari Mr. Feng, a capo del gruppo omonimo. L'occasione, non letteralmente, è ghiotta: la nomina a Ceo del gruppo è à la carte, ma Matteo deve prima realizzare una gigantesca truffa sul latte in polvere che le ONG acquistano destinazione Africa. Il nostro antieroe ha pelo sullo stomaco, bello fitto, e la coscienza a scomparsa: non si fa alcun problema, finché l'amore non si palesa ai fornelli con la bella chef Xiwen (Zhang Jingchu), che per una bevanda adulterata ha perso il piccolo figlio. Da Mi fido di te di Abate e Carlotto, con molte licenze creative, a Something Good, co-scritto, diretto e interpretato da Luca Barbareschi, che punta sul genere (thriller) e condisce il tema scottante delle sofisticazioni alimentari con love & redemption story. Non i palati raffinatissimi, ma soddisfa l'appetito, almeno quello di internazionalizzazione del nostro cinemino: dalla fascinosa fotografia, curata ai limiti dell'estetizzante, di Arnaldo Catinari fino ai costumi della somma Milena Canonero, i contributi tecnici danno nell'occhio, espatriando almeno la confezione, se non il racconto tout court. Crimini indigesti, intrallazzi in padella e passione nel piatto, Something Good pare buona televisione, ovvero il riassunto di un serial che l'Italia qui e ora non si può permettere. Ma in attesa di una tv “normale” questo assaggio delegato al cinema non guasta.

NOTE

- NASTRO D'ARGENTO 2014 A MILENA CANONERO PER I MIGLIORI COSTUMI (ANCHE PER "GRAND BUDAPEST HOTEL" DI WES ANDERSON).

CRITICA

"Foto smaltata (Arnaldo Catinari), montaggio sapiente (Walter Fasano), attori ben scelti e vestiti da Milena Canonero: un occhio a certi thriller esistenziali angloamericani, uno all'hongkonghese 'In the Mood for Love' (le musiche), Barbareschi ha studiato bene ma trascura l'essenziale per appassionare. La verità, o almeno la verosimiglianza dei sentimenti." (Fabio Ferzatti, 'Il Messaggero', 7 novembre 2013)

"Lo ammettiamo, invitati a vedere il nuovo film di Luca Barbareschi, ci siamo seduti in sala prevenuti. Le intemperanze, le sparate politiche, l'iracondia con cui il personaggio anni fa reagì alle critiche alla precedente pellicola ('Il trasformista') erano campanelli d'allarme. Eppure, quando si limita a recitare Barbareschi è bravo, come più volte dimostrato in Tv ('Nebbie e delitti') e al cinema ('The International', 'Noi credevamo'). La speranza non è andata delusa: 'Something Good' è un bel thriller, teso, intelligente, dal respiro internazionale (girato, in inglese, quasi tutto a Hong Kong). E Luca, oltre che interprete, si dimostra anche regista avveduto, pronto a mettersi al servizio del direttore della fotografia Arnaldo Catinari. Immagini davvero stupende. (...) La sofisticazione alimentare mondiale avvelena le nostre tavole: tema insolito per un film." (Maurizio Turrioni, 'Famiglia Cristiana', 7 novembre 2013)

"Da 'Mi fido di te' di Abate e Carlotto a 'Something Good', co-scritto, diretto e interpretato da Luca Barbareschi, che mette nella cornice thriller amore e redenzione. Dalla fotografia sciccosa di Arnaldo Catinari ai costumi della Canonero, i contributi tecnici sono eccellenti, e insieme alla lingua inglese contribuiscono al passaporto internazionale del film che mette un ditino nella piaga delle sofisticazioni alimentari. Commestibile." (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 7 novembre 2013)

"La redenzione ha sempre un prezzo e Luca Barbareschi, che porta sulle spalle l'intero peso di 'Something Good' (prodotto, diretto, interpretato e scritto con Anna Pavignano e Francesco Arlanch), lo sa bene. Nel film, ambientato a Hong Kong si muove con l'incedere deciso del macho senza scrupoli che è sempre stato, ma quando incontra lo sguardo lucente di Xlwen (Zhang Jingchu) sarà costretto a fermarsi e riflettere scoprendosi, per una volta, vulnerabile. Alla tracotanza di chi ha costruito un impero sul traffico di cibo adulterato si oppone il dolore insopportabile di una giovane donna che, a causa di quel commercio letale, ha perso il suo bambino. L'amore è breve, travolgente, destinato a fine tragica. Ma Barbareschi, eroe di questa classica redemption story, vince la scommessa di un film fuori dal coro, coraggioso, anche se non perfetto." (Fulvia Caprara, 'La Stampa', 7 novembre 2013)

"Barbareschi regista e protagonista, affronta un tema poco praticato al cinema: le sofisticazioni alimentari. Grande intuizione perché siamo ossessionati da risibili trasmissioni tv sulla cucina, ma sono pochi a prendersi la briga di vedere cosa davvero ci viene propinato in tavola. E ci sono festival che hanno aperto finestre sul rapporto tra cinema e cibo, corredati da interi volumi. Facile, è un'esigenza primaria. Solo che bisogna fare i conti con l'industria alimentare, quella che vende latte alla melanina, pesce della zona di Fukushima e stendiamo un velo sui prodotti campani e i disastri provocati dalla camorra e dalle industrie complici del Nord attraverso i rifiuti. Basterebbe questo lodevole intento per salvare il film di Barbareschi nella pletora di stupidaggini che puntualmente affollano il grande schermo. (...) con un po' di buona volontà si possono enumerare i tanti difetti del film, girato in inglese, e sin qui nulla da dire, ma, nonostante Hong Kong sia stata colonia britannica sino al 1997, perché anche tra loro i cinesi parlano (quasi) sempre inglese? Hong Kong è città adrenalinica per definizione, i film hanno un ritmo forsennato e il thriller ha un suo tratto distintivo che Barbareschi invece stempera, limitandosi al giaccone di pelle nera perennemente indossato dal suo bastardo personaggio che improvvisamente viene risucchiato in un amour fou piuttosto improbabile, che deve anche affrontare un'accusa di omicidio con un'indagine degna della signora in giallo. In un'intervista Barbareschi ha riferito che Milena Canonero, mitica costumista oscarizzata coinvolta nel film, voleva che venissero interrotte per un po' le riprese per riscrivere la sceneggiatura come faceva Stanley (Kubrick). Ipotesi respinta al mittente da Barbareschi produttore. Per motivi evidenti di costi. Milena però nel suo essere naif non aveva torto. Perché quella è la parte più scricchiolante del film che poi vanta Arnaldo Catinari alla fotografia, attori reclutati tra Gran Bretagna (Gary Lewis) e Cina (tra cui la coprotagonista Zhang Jingchu) oltre all'apparizione di Alessandro Haber. Per capire quanto Barbareschi abbia visto bene e lontano sulla questione delle sofisticazioni alimentari e dei danni spaventosi che provocano, basti dire che è considerato il mercato più remunerativo per la criminalità organizzata. Ma tutto è rimasto nell'ambito delle buone intenzioni." (Antonello Catacchio, 'Il Manifesto', 7 novembre 2013)

"Già dai tempi della passione per il teatro angloamericano ci siamo chiesti perché Barbareschi non giocasse anche al cinema il suo talento cosmopolita, al di là del libello di satira politica ('Il trasformista'). L'ha fatto e il risultato è buono, tema di denuncia sociale (la corruzione del cibo nel mercato globale delle multinazionali), ambientazione esotica di solida motivazione (l'oriente cinese dei traffici illeciti), trattamento di genere dominato da uno sguardo d'autore (il thriller cinefilo), adattamento e produzione d'italiana internazionalità, interpreti adeguati. Pazienza se nella cadenza della suspense (un manager farabutto che incontra, in una bella cuoca, l'occasione di redimersi), si vorrebbe qualche informazione in più. Il film funziona." (Silvio Danese, 'Nazione - Carlino - Giorno', 8 novembre 2013)
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