Scemo di guerra

ITALIA, FRANCIA - 1985
Oasi di Sorman (Libia), 1941. Il Sottotenente Marcello Lupi, ufficiale medico, viene assegnato ad una sezione sanitaria installata vicino all'Oasi e comandata dal Maggiore Beluschi, il quale ad altro non aspira che ad essere trasferito in patria. Là Lupi conosce il Capitano Oscar Pilli e, in quanto sta specializzandosi in psichiatria, resta subito colpito dalla personalità psicopatica di quell'uomo puerile ed arrogante, vulnerabile e contraddittorio, irriso ed isolato tra gli stessi militari. Lupi intuisce che il disturbo di Pilli ha ragioni profonde (rimasto solo al mondo continua a scrivere lettere all'adorata madre, che è defunta) e che egli costituisce un pericolo per sé e per tutti gli altri. Il Maggiore Beluschi non ha il minimo interesse a che Oscar Pilli sia rimosso (perché è Pilli che, essendo il più alto in grado, dovrà assumere il comando quando lui, come spera, se ne andrà). E, infatti, partito Beluschi, lo strampalato ufficiale diventa il capo dell'unità sanitaria. Poiché la situazione è ormai intollerabile, gli ufficiali decidono di spedire una lettera anonima al competente comando, il quale invia una commissione rispettiva per accertare le effettive condizioni di Pilli, ma essa, pur non nutrendo dubbi circa la stabilità mentale del soggetto, apprende sul posto da Lupi che Pilli risulta in buoni rapporti con il Maresciallo d'Italia Rodolfo Graziani e, di conseguenza, nessun provvedimento verrà preso. Solo dopo che Graziani si sarà dimesso, il Comandante Pilli sarà rimosso dall'incarico per un lungo periodo di sospensione. Lupi, trasferito ad un ospedale da campo al fronte, incontra in una cittadina Oscar Pilli, ancora più grasso ed imborghesito, il quale vive come "factotum" in un modesto bordello. E là lo lascia, per ritrovarlo più tardi, reintegrato nel grado, più bellicoso e allucinato che mai, proprio in prima linea, dove Pilli arriva in un momento delicatissimo: le forze dell'Asse e quelle britanniche hanno pattuito una breve tregua mentre italiani e tedeschi hanno il tempo necessario per sgomberare prima della prevedibile avanzata nemica. Ma Pilli è troppo battagliero ed esaltato e muove da solo, gesticolando e urlando, impugnando una bomba a mano, in direzione degli inglesi. Il comandante tedesco, temendo il peggio, lo fa abbattere con un fucilata. Lupi corre a recuperare il morto, al quale italiani e tedeschi rendono gli onori militari, al canto della canzone "Mamma".
  • Altri titoli:
    Le fou de guerre
    Madman at War
  • Durata: 108'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO, GUERRA
  • Specifiche tecniche: PANORAMICA, TELECOLOR
  • Tratto da: romanzo di Mario Tobino "Il deserto della Libia"
  • Produzione: PIO ANGELETTI E ADRIANO DE MICHELI PER INTERNATIONAL DEAN FILM (ROMA), CLAUDE BERRI PER RENN PRODUCTIONS, FILM A.2 (PARIGI)
  • Distribuzione: TITANUS - PANARECORD

NOTE

- NEL 2006 NE E' STATO FATTO UN REMAKE DA MARIO MONICELLI CON "LE ROSE DEL DESERTO".

CRITICA

"Scrivendone l'anno scorso da Cannes dicemmo che se l'interprete di 'Scemo di guerra' fosse stato Alberto Sordi forse il film sarebbe riuscito meglio. Restiamo di questa opinione. Obbligato dalla coproduzione a prendere come protagonista il Michele Colucci detto Coluche, oggi purtroppo compianto, Dino Risi non ha potuto fare di Oscar Pilli la memorabile figura tragicomica che la materia comportava. A dispetto della popolarità di cui godeva oltr'Alpe, Coluche ci sembra un attore modesto (già lo si vide in 'Dagobert') come modesto, ma volenteroso nella sua sobrietà, si conferma Beppe Grillo, tornato al cinema dopo 'Cercasi Gesù'.
Con tutto ciò ripetiamo che il film sta in piedi, e può procurare emozioni a chi conobbe le miserie e le glorie del fronte libico. Ha sfilmature garbate quando dice la reciproca attrazione fra Pilli e Lupi, ha scenette gustose ed estrosi passaggi, e attraverso il ritratto di quel demente non incapace di tenerezza esprime con malinconica ironia la dissennatezza di una guerra sbagliata, da condannare e compiangere. Le note di colore locale sparse nel film appartengono a un repertorio assai vieto, e i motivi di lirismo restano chiusi nel libro di Tobino, ma l'assurdo si tinge di stupore, e il sorriso si spegne sul labbro in un film che dunque nasce dalla vena più amara di Risi." (Giovanni Grazzini, 'Il Corriere della Sera', 11 Agosto 1986)

"Il film, ad ogni modo, e malgrado certe felici scritture d'ambiente, resta minato da molti luoghi comuni e da uno sguardo poco sorvegliato sul percorso complessivo della storia: all'insegna di un approssimativo e di un superficiale tanto più evidenti quanto confrontati con i valori introspettivi riposti nei due personaggi principali e, in parte, nei loro compagni. Un linguaggio cinematografico che Risi, non controllandolo a fondo, finisce per diluire in situazioni statiche e, alla lunga, per far risultare inerte, tutto ritmi faticosi da seguirsi. Anche quando a sostenerlo figurativamente accorrono le belle trasparenze e i decisi caldi colori della fotografia di Giorgio di Battista. In parte una delusione cui tuttavia non vanno associati gli interpreti per primo Coluche, che pure fra le stranezze dei doppiaggio, costruisce, con Pilli un personaggio fertilissimo, che domina con una lunga collana di sfumature, di tensioni, di sensibili inclinazioni: e con delicate, precise divagazioni comiche. Gli dà la replica Beppe Grillo (Marcello) con grazia e spicco senza un gesto, una smorfia di troppo: una moderazione, una sobrietà ed una misura che confermano, con l'esordio nel precedente 'Cercasi Gesù', la scoperta di un nuovo attore per il nostro cinema. Accanto a loro altre presenze di rilievo in vesti d'ufficiali, di un franco e vigoroso Fabio Testi, e di un acceso, colorito Bernard Blier." (Claudio Trionfera, 'Il Tempo', 13 dicembre 1985)

"In 'Scemo di guerra' si ritrovano alcuni temi cari a Dino Risi: la vaga linea di demarcazione tra normalità e follia; la polemica contro l'autorità all'insegna di un anarchismo scettico più che indignato; il rapporto tra due generazioni nella forma dell'educazione di un giovane da Parte di un anziano. A far da spalla al protagonista c'è il sottotenente Marcello Lupi, proiezione autobiografica di Tobino. Più che mettere l'accento sulla follia della guerra e le storture del sistema militare, il film inclina ai toni patetici: solitudine, bisogno di tenerezza, mancanza d'amore. Specialmente nella seconda parte sequenze di sciatta comicità (la visita in casa del notabile arabo) s'alternano a scene di grottesco strazio (l'incontro nel bordello). Il risultato complessivo è una decorosa mollezza: è un film senza energia, lasco, prolisso, orizzontale come il deserto, povero di personaggi di contorno, di linguaggio analiticamente televisivo. La relativa povertà di mezzi e gli obblighi della coproduzione fanno il resto: non si realizzano i film di guerra con i fichi secchi, se non si è un genio. Come credere a Bernard Blier che va per i settanta nella parte di un maggiore medico che scrive lettere d'amore a una moglie bambina?" (Morando Morandini, 'Il Giorno', 7 Agosto 1986)
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