Reality

ITALIA, FRANCIA - 2012
Il napoletano Luciano, trentenne sposato e con due figli, gestisce una pescheria insieme ad un cugino e per arrotondare mette in atto piccole truffe insieme alla moglie Maria. Luciano, però, ha un sogno: partecipare a un celebre reality show. Il suo desiderio si trasformerà ben presto in una vera e propria ossessione che gli farà credere di vivere una realtà distorta, mettendo in serio pericolo gli equilibri familiari e la sua stessa esistenza. Riuscirà a evadere da questa realtà contraffatta e tornare alla normalità?

CAST

NOTE

- REALIZZATO IN ASSOCIAZIONE CON INTESA SANPAOLO S.P.A. AI SENSI DELLE NORME SUL TAX CREDIT, IN ASSOCIAZIONE CON SOFICINEMA 7, COFICUP-BACKUP FILMS, CINEMAGE 6, LA SOFICA MANON 2, CON LA PARTECIPAZIONE DI CANAL + E CON IL SOSTEGNO DELLA REGIONE LAZIO - FONDO REGIONALE PER IL CINEMA E L'AUDIOVISIVO.

- GRAND PRIX AL 65. FESTIVAL DI CANNES (2012).

- DAVID DI DONATELLO 2013 PER: MIGLIOR DIRETTORE DELLA FOTOGRAFIA, TRUCCATORE (DALIA COLLI) e ACCONCIATORE (DANIELA TARTARI). ERA CNDIDATO ANCHE PER: MIGLIOR REGISTA, SCENEGGIATURA, ATTORE PROTAGONISTA (ANIELLO ARENA), MUSICISTA, SCENOGRAFO, MONTATORE, FONICO DI PRESA DIRETTA ED EFFETTI SPECIALI VISIVI (WONDERLAB DI BRUNO ALBI MARINI). MAURIZIO MILLENOTTI (CANDIDATO PER "LA MIGLIORE OFFERTA" DI GIUSEPPE TORNATORE, ERA IN CINQUINA ANCHE PER QUESTO FILM, MA DA REGOLAMENTO È ENTRATO SOLO CON IL FILM PIÙ VOTATO).

- NASTRI D'ARGENTO 2013 PER: MIGLIOR SOGGETTO, ATTORE PROTAGONISTA (ANIELLO ARENA) E COSTUMI (MAURIZIO MILLENOTTI É STATO PREMIATO ANCHE PER "LA MIGLIORE OFFERTA" DI GIUSEPPE TORNATORE). ERA CANDIDATO ANCHE PER LA MIGLIOR SCENOGRAFIA.

CRITICA

"Il genocidio di un popolo e di una cultura, di cui parlava Pasolini si è ormai compiuto e Garrone ce lo racconta con un film intenso e dolente, apparentemente lontano dallo sguardo cronachistico e 'neorealista' di 'Gomorra' ma in realtà speculare e altrettanto 'politico'. 'Reality', presentato ieri in concorso, non racconta soltanto l'involuzione paranoica di un pescivendolo convinto che qualcuno lo spii nascostamente, ma soprattutto ci illustra il vuoto di valori e di senso della realtà di un popolo intero, quello che ha barattato la sua cultura e la sua morale per molto meno di un piatto di lenticchie, per un'identità inconsistente e volatile, che promette successo e ricchezza e invece offre stanche maschere da marionetta. (...) Questa parabola autodistruttiva, Garrone la racconta all'inizio con i toni della commedia farsesca, a volte venata di una favolistica surrealtà (...), a volte di una più concreta e intrigante meridionalità (...) e servita da un cast straordinario, a cominciare dal protagonista Aniello Arena (carcerato a Volterra) per proseguire con molti volti presi dalle compagnie dialettali campane. Arrivando a un certo momento a liberarsi da ogni costrizione narrativa (e cinefila: il ricordo di 'Bellissima' è struggente nella sua inattualità) per preoccuparsi solo di pedinare lo smascheramento di un uomo - e di una nazione - che non sa più distinguere i reality dalla realtà. Senza cinismo, senza disprezzo ma con una coscienza del vuoto morale e culturale italiano degna di un grande antropologo." (Paolo Mereghetti, 'Il Corriere della Sera', 19 maggio 2012)

"Sembra un fumetto, la copertina del pressbook di 'Reality', il film di Matteo Garrone che oggi passa in concorso per l'Italia: i personaggi tratteggiati con pochi segni di matita colorata, il titolo luccicante come un'insegna, quasi a sottolineare anche nello stile grafico il tono di commedia sopra le righe che il regista ha voluto dare alla storia di Luciano, il pescivendolo napoletano abbagliato dalle chimere dei reality show. (...) Garrone voleva un'atmosfera fiabesca e decadente che ricordasse le suggestioni della commedia all'italiana, ambienti che non avrebbero sfigurato in 'L'oro di Napoli' o in 'Matrimonio all'italiana'." (Titta Fiore, 'Il Mattino', 18 maggio 2012)

"Costruita con una regia che alterna pitture in esterno di notevole impatto a teatri e finestre che si aprono su luci fioche, attacchi di bulimia notturna, truffe e minuscoli cabotaggi, la favola di Garrone fotografa l'Italia senza direzione di oggi. Quella in cui la scorciatoia, in mancanza di strade asfaltate, conduce fuori dal sentiero. Tra la vastissima pubblicistica, anche filmica, certa di identificare tutti i mali del mondo nella tv (berlusconiana e non) e il film del regista di 'Gomorra', passa l'abissale distanza che corre tra i messaggi pedagogici e l'arte. In 'Reality' non c'è lezione. Ognuno può interpretare la discesa nel pozzo (...) con gli strumenti che preferisce. (...) Se per Garrone 'Reality' e un Pinocchio moderno e ingenuo che insegue un nuovo paese dei balocchi, l'universo che nuota nella bolla dell'apparenza più che a una favola, somiglia all'incubo. (...) Regia che alterna la visione globale al teatro casalingo. Finestre che si aprono su solitudini, miserie, momenti comici (...) che dividono lo spazio con lo sgomento." (Malcom Pagani, 'Il Fatto Quotidiano', 19 maggio 2012)

"Nella post-modernità, ovvero la società dello spettacolo applicata alla logica delle merci e del consumo, il Paese dei balocchi di un Pinocchio contemporaneo è la televisione. (...) 'Reality' è un film riuscito, una sorta di favola cupa che racconta l'uomo medio occidentale e il suo vivere in un mondo di non luoghi: gli outlet come gli acqua park, i supermercati come gli alberghi-residence specializzati nei matrimoni in stile catena di montaggio: tanti, contemporaneamente, in spazi appositi, con le medesime modalità. Essendo italiano, e non essendo, bontà sua, portatore di messaggi (...), Matteo Garrone usa l'elemento nazionale per raccontare una realtà occidentale e sotto questo profilo la dimensione napoletana lo aiuta perché gli permette di ritrarre meglio, nel gioco dei contrasti, la grande mutazione sociale a petto dei residui passivi di una società tradizionale che pure permane, e a suo modo fa resistenza, se non argine. (Stenio Solinas, 'Il Giornale', 19 maggio 2012)

"Ci sono momenti di puro genio in 'Reality' di Matteo Garrone. Quando riesce a far scintille mettendo insieme il Grande Fratello (inteso come programma Endemol), con il Grande Fratello di George Orwell (quello che in '1984' ti spiava contro la tua volontà). (...) Pensate a quanti manoscritti poetici ricevono le case editrici, inviati da gente che non ha mai letto una poesia altrui. Davvero siete convinti che la vanità e la voglia di comparire siano diverse nel caso del Premio Strega e del Grande Fratello? A noi, guardando dal di fuori, non sembra. A differenza di 'Gomorra', che era moderno e girato all'americana, 'Reality' rende omaggio al cinema italiano. Non solo 'Bellissima', anche molto Federico Fellini: sequenze dall'alto, sequenze a Cinecittà, grassone con improbabili abiti da matrimonio arricchiti di lustrini (altro piano sequenza, quando vecchie e giovani si spogliano). (...) Eppure il regista non riesce a non guardare con una punta di moralismo i divertimenti dei poveri. Perfino i camorristi erano visti con occhio più benevolo dei teledipendenti. Intendiamoci. Matteo Garrone (con Paolo Sorrentino) è sempre posizionato molte spanne sopra gli altri registi italiani. Sa raccontare per immagini, sa come si compongono le scene, sa come si scrivono i dialoghi - il dialetto èun grande aiuto - sa come si scelgono e si dirigono gli attori. Presi dove capita. (...) Spiace doppiamente, quindi, che il suo film non abbia un finale: ci eravamo appassionati alla famigliona, perché il resto del lavoro tocca allo spettatore?" (Mariarosa Mancuso, 'Il Foglio', 19 maggio 2012)

"'Reality' inizia con una carrozza trainata da due cavalli bianchi, come in una favola. Ma scopriamo presto che è una favola sgangherata, affondata nel peggio dei nostri anni volgari, senza centro, senza cuore, senza speranze. La carrozza trainata dai cavalli bianchi porta due sposi, protagonisti e vittime sacrificali di un matrimonio kitsch, pacchiano, grottesco, un carrozzone felliniano di personaggi obesi e perduti. (...) Forse qualcuno si aspettava un nuovo 'Gomorra', e non lo ha trovato. Forse semplicemente non lo ha visto. Perché nel disegno di quella Napoli di cortili sbrecciati, di dialetto strettissimo, in quella Napoli milionaria soltanto di speranze, dove non esistono più i lavori 'normali', perché non rendono nulla, dove si può vivere solo di truffe o di colpi di fortuna, come diventare famosi in televisione, c`è la fotografia disperata di un'Italia a pezzi. Un'Italia pronta a consegnarsi alla televisione, unico dio. (...) Una favola, come dice Garrone, che nasce da un episodio realmente accaduto. Ma è anche un film che rinnova l'amarezza buffa delle commedie di Eduardo, l'illusione disperata della madre Anna Magnani in 'Bellissima', le atmosfere dello 'Sceicco bianco', un film che ha l'andamento della discesa agli inferi del De Niro di 'Taxi Driver'." (Luca Vinci, 'Libero', 19 maggio 2012)

"Matteo Garrone torna a Napoli, lì dove si è costruita la sua fama internazionale dopo aver girato 'Gomorra'. Lo fa con toni più che mai lontani dal film tratto dal libro di Saviano, una commedia-dramma sulla pazzia, che ha come epicentro il 'Grande Fratello'. Ecco la ragione del titolo, 'Reality', parola inglese che dovrebbe essere tradotta come realtà, ma che messa accanto a 'show' diventa sinonimo di finzione. (...) Purtroppo sull'impatto sociale negativo dei Reality Show si è già detto tutto il possibile e l'abilità di Garrone nel girare ogni piccola scena con una grande cura per i dettagli, riuscendo a trasmettere la tragicità della situazione sulla pelle degli stessi spettatori, non è abbastanza forte per giustificare un intero film. Peccato, in alcuni momenti, soprattutto all'inizio (...), Garrone dimostra di avere l'occhio del grande regista e i dieci minuti della 'villa dei matrimoni' che aprono il film sono in grado di raccontare un intero mondo di persone e sensazioni. La scelta di Garrone di puntare su attori sconosciuti (c'è giusto un cameo di Claudia Gerini nelle vesti di presentatrice del programma) si rivela invece vincente, tanto se si parla dei comprimari che dell'attore protagonista Aniello Arena, voluto fortemente dal regista dopo averlo visto all'opera con la Compagnia della Fortezza, ovvero il gruppo teatrale del carcere di Volterra dove è detenuto con una condanna all'ergastolo per strage. (...) 'Reality' forse non avrà la forza di puntare alla Palma d'Oro, ma Aniello ha sicuramente tutte le carte in regola per ambire ad essere il migliore attore. Magistrato permettendo..." (Andrea D'Addio, 'Liberal', 19 maggio 2012)

"Divertente e amara commedia grottesca di Matteo Garrone, che scruta con diabolica perfidia il mondo degli aspiranti divi, disposti a tutto per il successo. Peccato che il film arrivi troppo tardi, quando il Grande Fratello televisivo è drammaticamente fuori moda e le sue star non se le fili più nessuno. Perfetto il protagonista, l'attore galeotto Aniello Arena, convinto di essere sempre spiato dalle telecamere. Avvertenza obbligatoria: il dialetto napoletano a volte è molto stretto. E stavolta non ci sono sottotitoli." (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 28 settembre 2012) "Mutamento di rotta e registro per Matteo Garrone dopo 'Gomorra'. Ma resta intatta in 'Reality' un'incoercibile attrazione - che è una sua chiave di lettura e visione del mondo che lo circonda - per i Mostri del suo tempo. Lì la criminalità organizzata e l'influenza corruttrice sull'ambiente, qui la meno cruenta ma non meno pervasiva capacità di penetrazione e trasformazione operata dai modelli di intrattenimento e dunque di comportamento di massa. (...) L'escalation assume, nella percezione sua e nello stile del racconto, tonalità irreali. E sul finale forse liberatorio (nel senso del definitivo smarrimento di sé del personaggio?) lo sguardo è fellinianamente non giudicante." (Paolo D'Agostini, 'La Repubblica', 28 settembre 2012)

"Con 'Gomorra' Matteo Garrone aveva fatto il punto sui guasti psicologici e sociali della camorra. Adesso, nell'ambito di una commedia che si vale sempre dei graffi della satira, fa il punto sui guasti che arrivano a distruggere certi individui quando, ossessionati dai successi cui vedono andare incontro gente resa famosa dalla televisione, si impegnano a imitarla, specie quando l'occasione sembra a portata di mano, come, ad esempio, nel caso di quella trasmissione tanto seguita che è il Grande fratello alla quale basta mettersi in nota per concorrervi. (...) Garrone ha analizzato a fondo la psicologia del suo personaggio, dosando con abilità quel percorso verso l'annientamento che si svolge anche attraverso colorite tappe intermedie, ma gli ha soprattutto creato attorno quell'ambiente di ossessionati come lui che aveva reso possibile la sua esaltazione. Al suo ritorno da Roma, per esempio, l'accoglienza trionfale che gli viene riservata solo perchè ha tentato quella prova e, dopo, il progressivo mutamento di tutti quando la tanto attesa comunicazione non arriva. Ricostruito, questo ambiente e quello carnevalesco della televisione, addirittura con riflessi antropologici, affidando tutti a segni volutamente pacchiani, come quel matrimonio agli inizi che si manifesta addirittura come un'operetta Kitsch, in quel quartiere in cui antiche cornici aristocratiche si propongono in tutta la loro decadenza più plebea. Con poche note positive in favore di questo o di quello, dando invece soprattutto risalto al cattivo gusto e alla sciatteria, spinti con forza anche fino al grottesco. Al centro come protagonista un detenuto con molti anni di carcere ancora da scontare, Aniello Arena. Vero e reale come attore anche quando intorno la sua realtà spesso è fittizia." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo Roma', 28 settembre 2012)

"Si intitola 'Reality' il film di Matteo Garrone, ma di realtà non c'è ombra. Sullo sguardo di stupefatto incanto del protagonista (l'indovinato Aniello Arena), il regista viaggia da un immaginario a un altro, amalgamando con felice coerenza figurativa un paesaggio umano tipico della commedia italiana Anni '50/60 ad alienanti spaccati del consumismo contemporaneo, fino al fantomatico habitat acquario del Reality tv. ll tutto produce una sensazione ineffabile, il cui mistero è chiuso in sé e non necessita spiegazioni di sorta." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 28 settembre 2012)

"Arriva in sala, quattro mesi dopo il grand prix della giuria di Cannes, l'atteso film sui reality-show con il quale Matteo Garrone dà un seguito, quattro anni dopo, al successo mondiale di 'Gomorra', quindi, il numero chiave: lunga è stata l'attesa dopo quel kolossal ingombrante, che Garrone ha riempito con un progressivo auto-isolamento e con le voci filtrate su vari progetti, tra i quali uno ispirato alla controversa figura di Fabrizio Corona; e lunga è l'attesa seguita al festival di Cannes. L'uscita in autunno era già preventivata, ma è forte la sensazione che l'effetto-Grand Prix sia svanito. E forse è svanita la «centralità» dei reality nella tv italiana: almeno il Grande Fratello - del quale si parla nel film - non ha più l'impatto devastante delle prime edizioni. Tutto questo toglierà chances promozionali a 'Reality', ma paradossalmente gli gioverà: perché quello di Garrone non è un film «sulla televisione» né sul Grande Fratello in sé e per sé. In questi giorni, tornando sul film in numerose interviste, Garrone ne ha voluto sottolineare la natura fiabesca (è insistente il paragone con Pinocchio). Potrebbe sembrare un modo di sviare il discorso, ma c'è un fondo di verità: soprattutto nel finale (che non sveleremo) 'Reality' non ha nulla di realistico, se ci passate il bisticcio. Garrone punta alla fiaba nera, un po' come nel magnifico 'L'imbalsamatore', corretta, però, dallo stile frenetico e fintamente documentaristico di Gomorra, accentuato dal fatto che in entrambi i film il regista ha girato personalmente, con la macchina a spalla, molte inquadrature. Trasformando se stesso, e la macchina da presa, in un super-personaggio la cui presenza nel film è quasi tangibile. (...) 'Reality' è la storia di un uomo che perde completamente il senso della realtà, la fotografia di un paese sprofondato nel delirio mediatico." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 28 settembre 2012)

"Gran Premio della Giuria a Cannes, che attraverso le vicende di un pescivendolo ossessionato dalla casa del Grande Fratello, nella quale spera di entrare, racconta un'Italia conquistata dalla tv, così come in 'Gomorra' era sedotta dalla camorra. Mescolando il piano della realtà con quello della fantasia, sogni e paranoie, il regista incrocia riferimenti alla gloriosa tradizione del cinema italiano, da Fellini a De Sica, passando per il teatro di Eduardo. Eppure il candore e l'innocenza del protagonista (interpretato da Aniello Arena, detenuto del carcere di Volterra) ci fanno pensare a un Pinocchio irrimediabilmente smarrito in un infernale paese di Bengodi." (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 28 settembre 2012)

"Si scende dal cielo...Si risale in cielo. Due sequenze aeree, ad abbassarsi e ad alzarsi all'inizio e alla fine di 'Reality' la farsa tragica di Matteo Garrone (lui la definisce fiaba), che fu a Cannes ma esce solo adesso in oltre 300 copie. Dal sacro si scenderà al mistico, passando per le fogne, i vicoletti, i sotterranei e per un sacerdote che cercherà di spiegare la differenza tra l'essere e l'apparire. Impresa ardua, nel dopo Warhol. (...) Il film che vediamo è un perfetto «reality show». Non la sua critica 'magica'. (...) Senza un po' di pietà cristiana non riusciremo a capire niente né avere compassione di questa Napoli post-popolare che di sensi di colpa proprio non ne vuole sentire. Dei quartieri spagnoli - imbarocchiti dalle luci, dai costumi e dagli oggetti effimeri e dorati di Onorato, Bonfini e Millenotti - cadenti e spettrali, dove nessuno offrirà più una tazzina di caffè al mendicante sconosciuto che passa più tardi... Di una famiglia di pescivendoli e piccoli truffatori da strapazzo (tramite robottino appunto) che sfiora il colpaccio della vita dopo due audizioni, forse andate bene, per il Grande Fratello. Con tanto di «segno dell'ombrello» al vicinato tutto. E neppure di Luciano, il sognatore ostinato di ricchezza vera e gloria imperitura, padre di famiglia affettuoso, adorato dai vicini, di comicità «femminiella» e solarità partenopea tipica, uscito da una commedia di Eduardo (magari un personaggio di sfondo, molta miseria e niente nobiltà) senza speranza di ritornarci mai più. Rifiutando la risata ritmica, quella che scatta ogni 10 minuti, o la mitragliata comica, si è scelto un trio di sceneggiatori-scrittori come Braucci, Gaudioso e Chiti che non sono battutisti puri ma tessitori d'atmosfere stupefatte. Ed è come se fornissero un copione applicato alla musica di Alexandre Desplat che a Satie e Poulenc ruba gli elementi più grotteschi, gratuiti, dadà e insulari, per dare più aroma e sapore alla zuppa. E' il film una volta tanto che agisce sulla musica. Non viceversa. Eccentrico, comunque, e anacronistico, nel cinema italiano avere pietà per i «mostri» senza sensi di colpa, prodotti dal neoliberismo. E il populismo senza sensi di colpa di Garrone a essere criticabile." (Roberto Silvestri, 'Il Manifesto', 28 settembre 2012)

"Piacerà, spero a una bella fetta di pubblico. Perché è tra i pochissimi film italiani usciti nel 2012 che escano dalla routine. Che siano come deve essere un film. Ben raccontato, diretto e recitato, certo, ma soprattutto coinvolgente (quand'è che un film coinvolge? Quando lo vedi fino in fondo, lasciandoti per strada i pregiudizi della vigilia). Io, alla visione di 'Reality' sono andato carico di pregiudizi, di cattive disposizioni, di perplessità difficili da rimontare. Per cominciare: la commedia non mi sembrava tra le corde di Matteo Garrone. Che ha un bel curriculum, ma tutto nella direzione del dramma ('Gomorra') e se si vuole del feroce grottesco ('L'imbalsamatore'). Garrone s'è fatto strada raccontando storie di mostri (o di mostruose situazioni). Mentre Luciano, anche nei suoi momenti più bui, rimane personaggio di favola (impossibile respingerlo come altro da sè). (...) 'Reality' è una favola sempre sospesa tra tristezza e divertimento e neanche per un minuto un pamphlet politico o di costume. Il regista che ha raggiunto la notorietà traducendo in cinema Roberto Saviano, rivela una vocazione da prosecutore dell'opera di Eduardo De Filippo. Luciano è un nipotino dei dolci pazzi di 'La grande magia', 'La paura numero uno'. I loro fragili equilibri venivano rotti che so da una vincita alla lotteria, quelli di Luciano dall'irruzione nella sua vita del Grande Fratello. Ogni epoca ha i suoi miti. Quelli degli eroi eduardiani erano simboli di un Italia depressa. Oggi ci arrivano da uno scatolotto e da qualche telecamera spiona. Il curioso è che nell'uno e nell'altro caso lo scenario rimane eguale, la stradina partenopea riportata sullo schermo con una chiassosità degna del miglior De Sica." (Giorgio Carbone, 'Libero', 28 settembre 2012)

"II primo di tutti i reality? La famiglia. Luciano (il detenuto-attore Aniello Arena, strepitoso), pescivendolo e piccolo truffatore napoletano, sogna il reality con la maiuscola, il Grande Fratello, ma già lo vive a casa sua. Grand Prix a Cannes, 'Reality' inquadra l'odissea di Luciano, che nell'attesa ossessiva di entrare nella Casa esce fuori di testa. Con stile umanista, denuncia in fuoricampo e metronomo tra miseria (sociale) e nobiltà (televisiva), Garrone mostra come il reality sia oggi modus vivendi, format esistenziale: non è più la società dello spettacolo di Debord, ma lo spettacolo della società. Reality o realtà? Da vedere." (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 28 settembre 2012)
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