Mystic River

USA - 2003
Mystic River
Tre amici d'infanzia si ritrovano insieme dopo 25 anni, in occasione di un drammatico evento, la morte della figlia adolescente di uno di loro. Il dolore ed il comune senso di solidarietà li spinge a mettersi, insieme, sulle tracce dell'assassino.
  • Durata: 135'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO, POLIZIESCO, THRILLER
  • Specifiche tecniche: PANAFLEX MILLENNIUM XL/PANAVISION PANAFLEX PLATINUM, PANAVISION, 35 MM (1: 2.35) - TECHNICOLOR
  • Tratto da: romanzo "Mystic River. La morte non dimentica" di Dennis Lehane (ed. Piemme)
  • Produzione: CLINT EASTWOOD, JUDIE G. HOYT, ROBERT LORENZ PER MALPASO PRODUCTIONS, VILLAGE ROADSHOW PICTURES, WARNER BROS., NPV ENTERTAINMENT
  • Distribuzione: WARNER BROS. ITALIA - BLU-RAY: WARNER HOME VIDEO (2012)
  • Data uscita 24 Ottobre 2003

RECENSIONE

di Callisto Cosulich
"Doveva essere dentro di lui un vasto paese, i cui sentieri selvaggi soltanto lui conosceva ed esplorava...": parole tratte da In The American Grain (Nelle vene dell'America) del poeta William Carlos Williams, parole che Sergio Leone volle dedicare alla moglie Carla in apertura di una raccolta dei ricordi fotografici di C'era una volta in America. Mi sono tornate in mente, vedendo Mystic River di Clint Eastwood, un film che non manca di elementi di contatto con quello di Leone: la vicenda spezzata in due stagioni lontane l'una dall'altra, quella dell'infanzia e quella della maturità; protagonisti appartenenti in entrambi i casi ai "piccoli bianchi" che popolano le periferie metropolitane; storie d'innocenza perduta, come l'ha definita Eastwood; di una illusione, secondo Leone. Ma già in queste due definizioni, sottilmente, impercettibilmente diverse, si può intravedere il profondo solco che le divide. Per Leone l'illusione viene rappresentata da una iperrealtà, è "l'effigie di una reverie nostalgica affrancata dai rimpianti", reverie che nell'84, anno dell'uscita del film, rievocava tre epoche già entrate nel mito americano: le età del proibizionismo, della Grande Crisi e della beat generation, tutte e tre riviste in chiave di melodramma, come si addice a un regista italiano e come viene sottolineato dalla partitura di Ennio Morricone. Per Eastwood l'innocenza infantile si perde a causa di un intervento esterno, che nulla ha spartire con il fisiologico mutamento della società: la pedofilia, il crimine più abbietto che si possa immaginare e che trasforma la vittima, quando la ritroviamo a 25 anni di distanza, in una sorte di morto vivente. Il ricordo di Leone a questo punto si appanna. Siamo piuttosto dalle parti di Romero e di Carpenter; il Carpenter ultimo, di Vampires e di Fantasmi da Marte; il Carpenter che all'uscita del film marziano ha dichiarato: "Io ho avuto a che fare col diavolo, quand'ero assai giovane". Il film di Leone si apriva e chiudeva in una fumeria d'oppio, simbolo della beat generation; Mystic River si apre e chiudere su un tombino che all'inizio inghiotte la pellicola da hockey, con cui giocavano i tre ragazzi e, con la pallina da hockey, la loro innocenza sporcata e mai restituita; un film noir con venature fantastiche, che potrebbero portarlo nei pressi dell'horror. E ce l'avrebbero portato, se i ragazzi fossero stati i rampolli della borghesia bostoniana (Boston e il Mystic River, che l'attraversa sono l'ambiente in cui si svolge la vicenda). Il film trascende i paletti del genere, per divenire un'autentica tragedia. Così come avveniva con i gangster proletari di Fratelli, diretto da un Abel Ferrara in stato di grazia. Oggi la tragedia, l'ineluttabilità del fato, la trovi soltanto nel Terzo Mondo e nelle periferie degradate del primo. Quando sali di classe, puoi tutt'al più fare dell'horror o della commedia nera. Eastwood l'ha intuito perfettamente, prendendo a prestito una storia di semplice cronaca nera. C'è più horror nelle asettiche immagini di Elephant, dove Gus Van Sant mette in scena una strage senza senso umano, consumata in un lindo liceo, che non nella buia descrizione di un quartiere popolare di Boston. E, tuttavia, qualcosa lega i due film che illuminarono lo scorso Festival di Cannes: la loro visione della contemporaneità, tragica nel film di Eastwood, incomprensibile in quello di Van Sant. Da entrambe esce una immagine degli States, molto più inquietante di quella del proibizionismo, della Grande Crisi,della beat generation, cantate da Sergio Leone. Da "C'era una volta" a "C'è oggi in America".

NOTE

- PRESENTATO IN CONCORSO AL 56. FESTIVAL DI CANNES (2003).

- GOLDEN GLOBE 2004 A SEAN PENN COME MIGLIOR ATTORE IN UN RUOLO DRAMMATICO E A TIM ROBBINS COME MIGLIOR ATTORE NON PROTAGONISTA.

- OSCAR 2004 PER: MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA (SEAN PENN) E MIGLIOR ATTORE NON PROTAGONISTA (TIM ROBBINS). LE ALTRE CANDIDATURE ERANO: MIGLIOR FILM, REGIA, ATTRICE NON PROTAGONISTA (MARCIA GAY HARDEN), SCENEGGIATURA NON ORIGINALE.

- CANDIDATO AL DAVID DI DONATELLO 2004 COME MIGLIOR FILM STRANIERO.

CRITICA

"Tratto da un romanzo di Dennis Lehane, 'Mystic River' riporta Clint Eastwood al respiro classico e ai grandi temi delle sue opere maggiori, in testa 'Gli spietati': le catene della colpa, il passato che non passa, la rete di errori e sospetti che propaga ineluttabilmente il male. Nessuno è del tutto innocente, ognuno nasconde segreti e zone d'ombra. Tutti, perfino il padre, hanno contribuito in qualche modo alla morte della ragazza. Come dice a un certo punto il poliziotto Kevin Bacon, 'è come se quel maledetto giorno fossimo saliti tutti e tre su quell'auto'. Il passato non si cancella, scorrerà altro sangue innocente o quasi. Fino al disperato e per certi versi sconcertante finale, che vede le vittime, condannate dalle loro stesse debolezze, punite due volte. Mentre a chi magari si è fatto giustizia da sé vengono riconosciute tutte le attenuanti. Non da un tribunale, ma dai protagonisti stessi e dalle loro famiglie. Morale ambigua che scatenerà il dibattito su questo film trascinante e imperfetto, dominato dal cast e dalla magnifica ambientazione più che da una regia netta e vigorosa ma a tratti come soggiogata dal carico di violenza e di pietà all'opera in questa 'tragedia americana'."
(Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 24 maggio 2003)

"Film lungo e avvincente , che si colloca fra le migliori riuscite di Eastwood. Ambientazione perfetta, ritmo implacabile, attori magnifici. Sean Penn, Tim Robbins e Kevin Bacon si confermano campioni della recitazione naturalistica, il sergente Laurence Fishburne è un grande centro sostegno e le donne non sono da meno. C'è poi la sorpresa di un cammeo non accreditato del grande Eli Wallach, in una testimonianza da antologia". (Tullio Kezich, 'Corriere della Sera', 24 maggio 2003)

"Con interpreti del calibro di Sean Penn e Tim Robbins, dell'ala più anti-Bush, diretti dal già reaganiano Clint Eastwood, 'Mystic River' incuriosisce per la stima professionale che sottintende questa 'coalizione'. Esteticamente, se il film conquista dall'inizio, alla fine stupisce non per il modo - preciso, meticoloso e tradizionale - in cui è girato, ma per la disperazione che lo percorre. Produttore, regista, compositore della colonna sonora, un Eastwood davvero autore sceglie la coerenza, come avrebbe fatto Marcel Carné, regista francese con cui in comune, finora, aveva solo la professione. (...) Chapeau per il coraggio e la bravura: 'Mystic River' è infatti uno dei rari film da vedere." (Maurizio Cabona, 'Il giornale', 24 ottobre 2003)

"America nera. Raccontata, con il suo abituale pessimismo d'autore, da Clint Eastwood tramite un thriller di Dennis Lehane, 'La morte non dimentica'. Due momenti. (...) La soluzione non attenua il 'nero' da cui si era partiti, anzi lo porta addirittura al diapason, con le tensioni del thriller che, intenzionalmente, sconfinano nell'orrore. Eastwood, che si è scritto il testo, ha lavorato di fino attorno ai caratteri dei tre protagonisti, dosandone con asciutto rigore tutti i processi psicologici. Senza mai note di troppo. Mentre la sua regia, con una distanza di ghiaccio, tende quasi soltanto a esporre i fatti, pur scavando nelle loro origini e nelle loro evoluzioni. Con uno stile che, visivamente e come cadenze narrative, si affida sempre ai moduli del cinema americano classico quando affronta le tragedie di casa. Meriti eguali nei protagonisti, specialmente Tim Robbins, la vittima, e Sean Penn, il vendicatore." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 24 ottobre 2003)

"Malgrado la storia di delitto e castigo, 'Mystic River' non è un giallo, ma piuttosto un racconto morale. Ciascuno è colpevole e contemporaneamente vittima, mentre la legge e la Chiesa sono troppo rigide per capire i motivi dei comportamenti umani. Ultimo fra i registi classici, Eastwood tira le fila con sicurezza e guida lo spettatore attraverso lo spazio dello schermo permettendogli di orientarsi nelle situazioni più complicate e d'identificarsi con le motivazioni di una folla di personaggi. Però non resiste alla tentazione di sovrasignificare; così manca il capolavoro per eccesso di zelo. In un film solo apparentemente declinato al maschile Marcia Gay Harden e Laura Linney tratteggiano due intensi caratteri di donna: il che, per un regista considerato (a torto) misogino, non è affatto male." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 26 ottobre 2003)
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