Le stagioni del nostro amore

ITALIA - 1965
Vittorio Borghi, un giornalista quarantenne, è giunto ad un momento di crisi, o meglio di ripensamento, di riflessione su una vita di cui è ormai trascorsa la parte migliore. L'occasione della crisi è un'avventura sentimentale: Vittorio è legato ad una ragazza, Elena, molto più giovane di lui, ma questa è una relazione ormai giunta alla fine. Ed è proprio l'addio con la ragazza assieme alla rottura definitiva con la moglie, Milena, a spingerlo nei luoghi della giovinezza in cerca di ricordi e di amicizie quasi dimenticate. Vittorio ritorna a Mantova, incontra gli amici del padre - un postino di campagna, vecchio socialista all'antica - i compagni di scuola, della resistenza, delle lotte politiche, del dopoguerra. Se i ricordi degli avvenimenti sono vivi e presenti, le persone sono invece mutate, lontanissime. Anche Vittorio è profondamente cambiato: è deluso, non crede più agli ideali per cui ha lottato durante e dopo la resistenza, e, ferito nei sentimenti, non riesce a trovare un punto di contatto con chi gli era stato vicino in gioventù. Il pellegrinaggio ai luoghi del tempo trascorso terminerà in una balera lungo il Po, dove un gruppo di ragazzi e ragazze è riuscito a far funzionare un juke-box. E' un altra gioventù che non ricorda in alcun modo quella di Vittorio, allegra, senza problemi, ma forse con un più esatto senso della vita.

CAST

NOTE

- ESTERNI A MANTOVA E DINTORNI E A SABBIONETA.

CRITICA

"La suggestiva rappresentazione di un ambiente di provincia italiana, la crisi della ideologia marxista che emerge dal contrasto del protagonista con i suoi ricordi lontani, la rivalutazione dei sentimenti dell'uomo, fanno di questo film un'opera di indubbio interesse. Non troppo focalizzata e risolta la figura del protagonista: buona la regia; suggestiva la fotografia e rimarchevole l'interpretazione". (Segnalazioni cinematografiche, vol. 61, 1967)

"Il film vuole essere (...) prima di tutto, la testimonianza di una crisi, che è insieme sentimentale e ideologica, vista attraverso gli occhi di un personaggio che vorrebbe essere emblematico. (...) Il film procede dunque sul filo delle riflessioni, dei ricordi (...) accumulando una serie di elementi che dovrebbero servire a definire i termini della sua crisi personale (...) L'intellettualismo e un certo compiacimento formalistico sono quindi i limiti più vistosi di questo film." (A. Bernardini, "Cineforum", 54, aprile 1966)
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