La stanza dello scirocco

ITALIA - 1997
E' il 1936. Il marchese di Acquafurata, che da anni vive a Parigi, fa ritorno in Sicilia. Sua cugina, morendo, lo ha nominato erede del palazzo di famiglia a condizione che vi venga destinata la sede del locale partito fascista. Il marchese, noto per la sua militanza antifascista, è ricercato dalla polizia. Scoppia un incendio nel palazzo, il suo maggiordomo muore e lui, puntando sul fatto di non essere più molto conosciuto, ne prende il posto, facendo credere che a morire sia stato il marchese. Il notaio Spatafora, anch'egli antifascista, teme le conseguenze di questo gesto, il podestà vuole quanto prima aprire la sede, e così il marchese escogita un altro stratagemma: fa ritrovare un falso testamento, in cui si dice che il palazzo deve essere regalato ad una coppia di terremotati che avevano fatto domanda per una casa popolare. Nel palazzo si insediano così Vincenzo e Rosalia, giovani sposi, lui cavatore di pietre, lei bellissima e sensibile. Durante una visita al palazzo, il marchese riscopre grazie a Rosalia una particolare stanza del palazzo, la stanza dello scirocco, scavata nel tufo come rifugio durante le giornate in cui tirava appunto il vento di scirocco. Rosalia rimane colpita da quello che lei pensa essere il maggiordomo e, quando Vincenzo parte per la guerra d'Africa, riesce a dichiaragli la propria passione. Questa dichiarazione risveglia nel marchese sentimenti che avrebbe voluto accantonare per sempre ma che non può respingere. Scoperta dalla madre e dalla sorella, Rosalia viene allontanata dal palazzo. Il marchese, mettendo a rischio l'operazione in corso di fuga di un esiliato politico, chiede a Rosalia di tornare per fuggire insieme. Quando tutto sembra perduto, e l'esiliato è partito senza bisogno del motoscafo del marchese, questi sta per decidere di tornare in Francia. Da lontano, una voce lo chiama, è Rosalia che è riuscita a fuggire. Si abbracciano e, sul motoscafo, corrono verso la libertà.

CAST

NOTE

- NASTRO D'ARGENTO 1999 PER IL MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA (GIANCARLO GIANNINI) E MIGLIORE COLONNA SONORA (EUGENIO BENNATO).

CRITICA

"C'è il grottesco, il sentimentale, il fiabesco, il politico, perfino una spruzzata di sexy, mentre la bella fotografia di Arnaldo Catinari e il sofisticato commento musicale di Eugenio Bennato introducono note perfino troppo preziose nel disegno d'insieme. L'aspetto più interessante è il contrasto fra la ritrosia di quello che potrebbe sembrare un seduttore senza scrupoli e l'intraprendenza della giovinetta ignara. Uno sberleffo ante litteram alle pruderies del politically correct, che ben si intona all'allegro anacronismo di fondo." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 9 maggio 1998)

"Climi spinti al diapason, coretti attorno di familiari indignati e pronti a reprimere, l'impaccio, di sfondo, del piano antifascista vanificato da quell'innamoramento non previsto, una rappresentazione scialba dell'incidente cui il titolo allude, quello che, se qualcuno vi grida tre volte all'interno, fa crollare la stanza dello scirocco grazie a un espediente architettonico studiato in tempi lontani dai primi costruttori del palazzo. Si salva solo, in tanta vacuità e in tanto squallore, l'interpretazione di Giancarlo Giannini nel personaggio dell'anziano che per amore farà passare tutto il resto in seconda linea." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 26 aprile 1998)

"Prodotto da Domenico Procacci e da Raitre, girato nella gattopardesca Donna Fugata, 'La stanza dello scirocco' è messo in immagini con inquadrature corrette e un po' televisive, alternate a momenti più intensi, è corredato da musiche di Eugenio Bennato, tra nenia araba e new age, e dispiega un buon cast di caratteristi (Paolo De Vita, Toni Sperandeo, Francesco Benigno). Per il resto, si concentra tutto sull'estro mattatoriale di Giancarlo Giannini, alle prese con un (doppio) personaggio di charmeur gigionesco, seduttore-sedotto, che gli sta addosso come un abito tagliato su misura." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 26 aprile 1998)

"[...] Un romanzo dalla storia affascinante (di Campana, edito da Sellerio), una bella sceneggiatura (dove ricompare Suso Cecchi d'Amico), una musica arabeggiante e dalle sonorità non banali (di Eugenio Bennato) e un Giancarlo Giannini in gran forma che, per l'occasione, rispolvera alcuni tic wertmulleriani d'antica fede, bastano a fare un buon film? Paradossalmente, no! Perché la regia del debuttante Sciarra (già 'aiuto' di Luigi Comencini) è incapace di trasformare le eleganti collaborazioni in cinema. Il suo sguardo è ora televisivo (ha scritto, per esempio, il copione di 'Coppi'), ora parapubblicitario (è autore di numerosi spot), cosicché il film somiglia più a un Tornatore di serie B che a un'opera prima dalle ambizioni originali. Finale con citazione doc ('A qualcuno piace caldo') che alimenta il rammarico" (A.F. [Aldo Fittante], "Film TV", 10 maggio 1998).
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