La frode

Arbitrage

USA - 2012
2/5
La frode
Robert Miller è un potente uomo d'affari che vorrebbe vendere il suo impero finanziario prima che l'enorme frode da lui perpetrata venga alla luce. Finora è riuscito a nascondere la sua reale situazione finanziaria anche alla moglie Ellen e alla brillante figlia ed erede Brooke, ma proprio mentre è a un passo dal chiudere la trattativa commetterà un errore che causerà una serie di conseguenze non previste attirandogli l'attenzione del detective Michael Bryer...
  • Altri titoli:
    Arbitrage. Sesso, potere e denaro
  • Durata: 107'
  • Colore: C
  • Genere: THRILLER
  • Specifiche tecniche: (1:1.85)
  • Produzione: ARTINA FILMS, GREEN ROOM FILMS, TREEHOUSE PICTURES, ALVERNIA PRODUCTION
  • Distribuzione: M2 PICTURES (2013)
  • Data uscita 14 Marzo 2013

TRAILER

RECENSIONE

di Federico Pontiggia
Pecunia non olet? 60enne, ricco sfondato, Richard Gere ha una bella famiglia (Susan Sarandon, Brit Marling), una bellissima amante (Laetitia Casta) e New York ai suoi piedi. Ma ha anche un buco da 400 milioni: l'unica salvezza è vendere al più presto la propria società a una grande banca d'affari, riuscirà? Non bastasse, arriva anche il sangue, e il detective Tim Roth indaga.
Opera prima dello scrittore Nicholas Jarecki, è La frode (Arbitrage), un thriller finanziario formato famiglia: il cast c'è, e non è proprio da buttare (Gere in forma come non mai negli ultimi anni), l'attualità è scottante, tuttavia, più di qualcosa non funziona. Il problema non è la storia, ma il racconto: il “neofita” Jarecki non sa dirigere, rimane attaccato alla storia limitandosi a illustrarla con poca originalità, senza incidere mai in un'inquadratura, una scena, un taglio di montaggio.
Già, nonostante lo skyline della Grande Mela, i loft arditi e le penthouse da brividi, La frode è un film piatto, omogeneo, troppo, tanto che il bassorilievo drammaturgico fa un cattivo servizio all'Idea: la grande borghesia, finanziaria e non solo, non conosce alcuna legge e può “perire” solo di lotte intestine. Appunto, affari di famiglia, “bambine” da non deludere: sulla testa del Robert Miller di Richard Gere incombe la spada di Damocle di moglie e figlia, sulle nostre palpebre un po' di sonno. La frode o la fiacca?

CRITICA

"La crisi economica che stiamo attraversando ha portato sullo schermo una nuova stirpe di cattivi: i magnati della finanza spietati e luciferini. Se il capostipite è il Gordon Gekko di 'Wall Street', quelli di oggi chiamano riferimenti più espliciti ai vari Bernard Madoff, ai banchieri della Lehmann Brothers e a tutti gli altri che, per il proprio tornaconto, non si fanno scrupoli di mandare in rovina folle di azionisti e piccoli risparmiatori. Al cinema si presentano con l'aspetto di begli uomini dai capelli d'argento e vestono raffinato: vedi Jeremy lrons in 'Margin Call' o Richard Gere in questo 'thriller finanziario' scritto e diretto dal debuttante Nicholas Jarecki. (...) A chi ricorda il romanzo di Thomas Wolfe 'Il falò delle vanità', uscito alla fine degli anni 80 (e poi trasformato in film da Brian DePalma), non sfuggirà l'analogia con quello (...). Se lo spettatore è presto informato dell'abiezione morale del protagonista, che fa cose illegali pretendendo di difendere gli interessi della sua famiglia e dei suoi dipendenti, tuttavia i casi sfortunati che gli piovono in testa tutti assieme paiono eccessivi: un collaboratore lo tradisce; la figlia Brooke, amatissima da papà, scopre il gioco di prestigio nei bilanci della società (punibile con vent'anni di reclusione); anche l'incidente mortale a Julie, l'amante, minaccia di portarlo alla rovina. Così che, a un certo punto, ci si può' ritrovare a solidarizzare con lui, sperando che se la cavi. Ma sarebbe allearsi col Diavolo. Nella seconda parte del film infatti, quando le cose si mettono meglio per lui, l'uomo getta la maschera, diventando una figura emblematica di quel capitalismo selvaggio e di quel delirio speculativo che, nel disprezzo di ogni norma, ci stanno portando alla rovina. In realtà Miller subirà la vendetta trasversale della moglie Ellen (Susan Sarandon), in un modo che qui non si racconta; ma, di fronte alla società, la sua immagine resterà quella di un uomo ammirevole e di un grande filantropo." (Roberto Nepoti, 'La Repubblica', 14 marzo 2013)

"Come costringerci a tifare per un tipo che non ci piace ma che segretamente invidiamo. E' la sfida con cui si fanno i grandi film, o almeno le grandi storie. La carogna inaffondabile qui ha il fascino (crescente con gli anni) di Richard Gere. (...) Perché tifare per lui? Perché quelli che vorrebbero vederlo in rovina usano metodi anche peggiori (l'ispettore Tim Roth, fantastico). E perché Gere danza sul filo del rasoio come un Nureyev del denaro. Vedi il modo spregiudicato e geniale in cui usa il figlio del suo fu autista (nero). Odioso, abilissimo, accurato, irresistibile: come il suo (anti) eroe. Il genere di film con cui Hollywood domina il mondo." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 14 marzo 2013)

"Film d'esordio, 'La frode' rientra in quel filone Usa sull'«economia della truffa», che la crisi ha reso tanto attuale; ma, piuttosto che indagare sulle dinamiche di una sconsiderata politica finanziaria, il ventiquattrenne Nicholas Jarecki opta per il ritratto ravvicinato, cosicché lo spettatore - pur consapevole dei molti lati oscuri del personaggio - è (colpevolmente) tentato di schierarsi dalla sua parte. Non si capisce bene, ed è la debolezza del film, se questa ambiguità sia voluta o meno, ma nell'insieme l'opera prima è raffinata, intrigante; e Gere si conferma validissimo interprete e divo di intramontabile fascino." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 14 marzo 2013)

"Non si sa bene quale sia esattamente 'La frode' da cui il titolo del film di Nicholas Jareki (fratello di Andrew e Edward, registi di mestiere), visto che le trappole disseminate dal protagonista, interpretato da Richard Gere, sono molte e investono il penale e il civile, la morale e l'etica, il privato e il pubblico. Di tante frodi bisognerebbe parlare. Il meccanismo narrativo è quello di una discesa agli inferi, ma senza una vera remissione dei peccati, visto che il tycoon di turno, uomo d'affari geniale, filantropo, padre di famiglia, riesce a districarsi dalle molte trappole disseminate dal suo fare spregiudicato. (...) film che si muove sull'asse del thriller finanziario e su quello del dramma sentimentale e famigliare in un intreccio spesso affaticato da cambi di passo non sempre fluidi, tra un genere e l'altro. La trama finanziaria infatti riemerge ogni tanto dallo sfondo «sentimentale», volendo dare all'uno quello che non ha l'altro, e viceversa. C'è Richard Gere che torna alla ribalta in un film indipendente e dal basso budget per gli standard americani, anche se non ci si accorge molto dello scarto, vista la ricchezza degli ambienti e delle situazioni. Gere, comunque, riesce a dare al film la sua ragione di essere, portando la sua spavalderia e sicurezza nel cuore dell'impero finanziario americano e tratteggiando un personaggio amabilmente ambiguo, capace di grande efferatezza quando capo della sua impresa e di qualche sentimentalismo quando amante e padre. Il ritratto è inquietantemente verosimile." (Dario Zonta, 'L'Unità', 14 marzo 2013)

"Interessante ibrido tra Bernie Madoff e un romanzo di Tom Wolfe, 'La Frode' ('Arbitrage' nell'originale) è un film tutto di cast (Richard Gere, Susan Sarandon, Brit Marling) e di ambiente (le stratosfere della finanza newyorkese) forte dell'esperienza di prima mano del suo regista. (...) Film «da camera» ma carico di tensione come un thriller, ambientato negli strati più rarefatti dell'élite newyorkese, questo prodotto della zeitgeist che ci ha dato il finanziere/truffatore Bernie Madoff ricorda il geniale acume antropologico del classico di Tom Wolfe, 'Bonfire of the Vanities'. La chiave della sua riuscita, oltre agli attori, è l'accuratezza della ricostruzione d'ambiente. E' un mondo in cui Nicholas Jarecki, regista e sceneggiatore, è cresciuto e che conosce bene, perché è quello della sua famiglia. Finanza e cinema sono infatti parte del suo Dna. (...) nel suo film, anche i ricchi piangono: e c'è un gusto voyeuristico -specialmente nell'era di Occupy Wall Street e del 99%- nello spettacolo di un elegantissimo, amatissimo, ipermiliardario che rischia, non solo di finire sul lastrico ma anche in prigione per omicidio." (Giulia D'Agnolo Vallan, 'Il Manifesto', 14 marzo 2013)

"Opera prima dello scrittore Nicholas Jarecki, 'La frode' è un thriller finanziario formato famiglia: il cast non è proprio da buttare, l'attualità impera, tuttavia, non va. Jarecki rimane attaccato alla storia limitandosi a illustrarla: regia involontariamente a scomparsa, nessun guizzo stilistico. E l'uniforme piattezza sacrifica la migliore idea del film: la grande borghesia non conosce alcuna legge al di sopra di sé e ha in sé la sola antagonista. Tu chiamali se vuoi affari di famiglia. Ma se Miller finisce tra gli applausi, il film no: fraudolento." (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 14 marzo 2013)

"Ci sono tutti gli elementi per fare de 'La frode' un film attuale, tra sesso, potere, denaro e tracolli finanziari. Un thriller ben imbastito da Nicholas Jarecki, nel quale Richard Gere fa la parte del leone (...). Una corsa contro il tempo che si fa, scena dopo scena, sempre più frenetica. Fino ad arrivare ad un finale non prevedibile. Gere, a suo agio, strizza gli occhietti che è un piacere; ma questa volta, almeno, la trama gliene dà pieno diritto. Oltretutto, per meglio evidenziare lo stato psicologico del suo personaggio, lo vediamo dapprima liscio nel volto nelle prime scene e poi, man mano, tirar fuori rughe e borse sotto gli occhi. Meravigliosa la frase che pronuncia alla figlia, suo direttore finanziario: «Tu lavori per me, tutti lavorano per me». Il capitalista non ha affetti. Ottimo il cast, sceneggiatura alchemicamente perfetta, regia solida." (Maurizio Acerbi, 'Il Giornale', 14 marzo 2013)

"Piacerà a coloro che amano dare un senso alla loro giornata concludendola con un film americano fabbricato all'insegna della grande professionalità. Grande in tutti i reparti. Recitazione (oltre ai già citati, segnatevi un'aguzza apparizione di William Friedkin). Regia (Nicholas Jarecki è un esordiente ma conduce come un veterano). Sceneggiatura (sempre Jarecki che mette in bocca a Gere battute memorabili). Non solo ma non ci fa mancare un finale parecchio tagliente. Eppure da questa passerella di grandi professionals ci si allontana con un vago senso di insoddisfazione (abbiamo pasteggiato bene, ma non con un piatto super come ci avrebbero messo sul piatto, ai loro tempi buoni, chef come Stone o Coppola). In altre parole non c'è il vero colpo d'ala, l'idea, il ribaltamento di scena che ti fanno saltare sulla sedia." (Giorgio Carbone, 'Libero', 14 marzo 2013)
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