La fabbrica di cioccolato

Charlie and the Chocolate Factory

USA, GRAN BRETAGNA - 2005
La fabbrica di cioccolato
Cinque biglietti d'oro sono nascosti in altrettante tavolette di cioccolato fabbricate dal signor Willy Wonka. I fortunati bambini che riusciranno a trovarli potranno varcare i cancelli della Fabbrica di Cioccolato del signor Wonka ed entrare così in contatto con il suo magico mondo. Per Charlie Bucket, un bambino povero, vincitore dell'ultimo biglietto, sta per iniziare un'indimenticabile avventura...
  • Altri titoli:
    Charlie and the Chocolate Factory: The IMAX Experience
  • Durata: 105'
  • Colore: C
  • Genere: COMMEDIA, FANTASY, AVVENTURA, FAMILY
  • Specifiche tecniche: 35 MM, PANAVISION, TECHNICOLOR
  • Tratto da: libro di Roald Dahl
  • Produzione: RICHARD D. ZANUCK, MICHAEL SIEGEL E BRAD GREY PER WARNER BROS. PICTURES, THE ZANUCK COMPANY, PLAN B FILMS, VILLAGE ROADSHOW PICTURES
  • Distribuzione: WARNER BROS. ITALIA - DVD E BLU-RAY: WARNER HOME VIDEO
  • Data uscita 23 Settembre 2005

RECENSIONE

di Marco Spagnoli
Ispirato al romanzo di Roald Dahl e - in un certo senso - remake dell'originale del 1971 con protagonista Gene Wilder, La fabbrica di cioccolato vede riunire per l'ennesima volta l'attore Johnny Depp e il regista Tim Burton. Un'accoppiata vincente che riesce a trasformare la storia di Dahl in una fiaba postmoderna e ipertecnologica sospesa tra black humour e tematiche più serie, come quelle legate alla riflessione sulla paternità e sul bisogno di identità. Ricco di citazioni cinematografiche come quelle ispirate da 2001 Odissea nello Spazio, La fabbrica di cioccolato è un film esilarante che sembra nascere dalla contaminazione tra il cinema per famiglie dalle suggestioni disneyane e l'innovazione narrativa portata avanti dalla saga di Harry Potter. La storia è quella di Charlie, un bambino che coltiva un unico grande desiderio: entrare - almeno una volta nella vita - nella grande fabbrica di cioccolato di proprietà dell'enigmatico e misterioso Willy Wonka. Una gigantesca costruzione avveniristica che domina la piccola cittadina inglese dove il ragazzino vive, insieme alla sua famiglia poverissima costituita dai quattro bisbetici nonni e dai due genitori, tutti stipati in una casupola scassatissima. Un bel giorno, però, arriva una grande notizia: cinque bambini provenienti da qualsiasi angolo del pianeta potranno fare un tour guidato dello stabilimento di cioccolata più buona del mondo, a patto di trovare un biglietto d'oro all'interno di una delle confezioni con il marchio Wonka. Il tanto sospirato incontro con lo sfuggente proprietario della fabbrica si rivelerà essere un test in un luogo magico, popolato da misteriosi ed eccentrici personaggi che lavorano come operai nella fabbrica insieme a creature altrettanto misteriose, dotate - talora - di un brutto caratteraccio. Un gioco spettacolare e politicamente scorretto di immagini seducenti che grazie al potere immaginifico del cinema e del talento di Tim Burton diventa una celebrazione visiva della passione e della capacità di sognare. Non solo: anche un film tutt'altro che retorico sull'importanza della famiglia e sulla necessità di affrontare i propri fantasmi personali. Anche se questi hanno l'inquietante aspetto di un Christopher Lee truccato come un severo dentista, padre di Wonka, da cui quest'ultimo era scappato da ragazzino. Un altro sogno straordinario generato dall'incommensurabile talento di un Tim Burton in stato di grazia.

NOTE

- REMAKE DI "WILLIE WONKA E LA FABBRICA DI CIOCCOLATO" DIRETTO DA MEL STUART NEL 1971 CON GENE WILDER NEI PANNI DEL SIG. WONKA.

- NEL 2006 NOMINATION OSCAR E NASTRO D'ARGENTO A GABRIELLA PESCUCCI PER I MIGLIORI COSTUMI.

CRITICA

"Fantasia, crudeltà, sogni, divertimento. Fiumi di cioccolato, prati di menta, laghi di miele, alberi di caramelle, colline di panna montata o di marmellata; ma anche nanetti al lavoro forzato, insidie e pericoli, punizioni e sparizioni. Tratto dal testo famoso di Roald Dahl, il film è molto bello. (...) I nanetti sono un unico nano, Deep Roy, pure lui molto bravo, moltiplicato all'infinito dalla creativa e perfetta lavorazione in digitale." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 23 settembre 2005)

"Fra evocazioni dei film con Ester Williams, di '2001. Odissea nello spazio' e del burtonian deppian 'Edward mani di forbice', 'La fabbrica di cioccolato' talora traccheggia. Ma, oltre che una lezione di cinema, è una lezione di vita sul tema: i doveri danno diritti, non viceversa." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 23 settembre 2005)

"Per le vie della complessità, il film approda insomma a una conclusione più esplicita e moralistica rispetto al disimpegnato surrealismo della pagina. Ciò che conta, però, è l'impeccabile gusto con cui Tim Burton inventa l'ambiente della favola, ispirandosi a Chagall e ad altri modelli di pittura espressionista, nonché l'andamento di un racconto ritmato in un crescendo di buffi incidenti e svarianti trovate. Bastava rinunciare alle troppe allusioni confuse e a una vaga morbosità, per fare di questo film un classico del cinema per ragazzi; ma La fabbrica di cioccolato va bene anche così." (Tullio Kezich, 'Corriere della Sera', 23 settembre 2005)

"Un film per bambini fatto per galvanizzare gli adulti (soprattutto quelli stressati e perplessi). Un film per adulti fatto per inquietare i bambini (soprattutto quelli riveriti e satolli). A metà del guado c'è 'La fabbrica di cioccolato' di Tim Burton, tratto da un romanzo di Roald Dahl (1964) venduto in tutto il mondo e già trasposto in un film di culto nei paesi anglosassoni (1971): nel suo versante riuscito, un magnifico viaggio nella fantasia della crudeltà e nel divertimento dei sogni; in quello imperfetto, una fantasmagoria che risolve in termini edificanti un tetro incubo nevrotico. Burton esegue anche stavolta i leitmotiv che ne hanno fatto uno dei registi contemporanei più completi e complessi, dall'emarginazione degli eccentrici al tormentoso rapporto padre-figli, dalla disperazione del fanciullino al tripudio di colori e sapori offerto dal mondo a chiunque sappia guardarlo con occhi innocenti. (...) Le invenzioni visive e scenografiche, lo humour illogico o assurdo e la folla di personaggi paradossali evocano il pathos della crescita e dell'adattamento alla "realtà" delle arbitrarie convenzioni della vita adulta: peccato, però, che i numeri musicali (doppiati) risultino troppo mediocri e che il bambino-Alice e l'adulto-Cappellaio Matto approdino in un finale di pedagogica redenzione psicanalitica. Non è il sentimento, peraltro pudico e incantevole, che inficia le qualità del film, quanto la perdita progressiva del suo romanticismo favoloso e grottesco, della sua essenza morbosa e allucinatoria, persino del suo tocco di presunzione o saccenteria allusivo degli inevitabili vizi umani." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 24 settembre 2005)
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