Into the Storm

USA - 2014
2/5
Into the Storm
Una serie di tornado senza precedenti si scatena nell'arco di un'intera giornata sulla cittadina di Silverton. Un fenomeno senza precedenti, caratterizzato da cicloni inaspettati e devastanti in attesa del peggiore di tutti. Mentre gran parte della popolazione cerca di mettersi al riparo, cacciatori di cicloni, dilettanti a caccia di emozioni e cittadini coraggiosi si preparano ad affrontare l'occhio del ciclone per ottenere quello scatto fotografico che si presenta una volta sola nella vita o sperimentare un'esperienza estrema...
  • Altri titoli:
    Black Storm
  • Durata: 89'
  • Colore: C
  • Genere: AZIONE, THRILLER
  • Specifiche tecniche: ARRI ALEXA
  • Produzione: BROKEN ROAD PRODUCTIONS, NEW LINE CINEMA, VILLAGE ROADSHOW PICTURES
  • Distribuzione: WARNER BROS. PICTURES ITALIA
  • Data uscita 27 Agosto 2014

TRAILER

RECENSIONE

di Valerio Sammarco
Stati Uniti e tornado. Una storia che si ripete, anche al cinema. Stavolta ci pensa Steven Quale, che per la cittadina di Silverstone ha in serbo una devastazione senza precedenti... Tutta la città è alla mercé du cicloni inaspettati e mortali, anche se i meteorologi prevedono che il peggiore di tutti debba ancora arrivare. Naturalmente arriverà. E' Into the Storm, spettacolare e catastrofico quanto si vuole, ma al limite del sopportabile quando si tratta di andare in cerca della caratterizzazione di personaggi e relativo background: da una parte la squadra di "cacciatori di tornado", a bordo del massiccio carro armato Titus con furgone meteo al seguito, dall'altra i figli adolescenti del vicepreside della scuola, impegnati a realizzare una raccolta di video in occasione della consegna dei diplomi, da rivedere poi 25 anni dopo... Tra tensioni familiari mai del tutto risolte, amori che potrebbero sbocciare da un momento all'altro, idioti alla ricerca del video definitivo con cui poter spopolare su YouTube (talmente demenziali da risultare quasi vincenti...), a catturare l'attenzione arrivano in soccorso i tornado, loro sì davvero impressionanti. Ed è grazie alla potenza devastante di immagini spaventose - le esperienze come regista di seconda unità in Titanic e Avatar, d'altronde, non possono che aver aiutato Steven Quale - che il film trova la sua unica ragion d'essere. Tutto il resto viene spazzato via senza colpo ferire.

CRITICA

"C'era una volta 'Twister', il bel catastrofico di Jan de Bont che ebbe l'ottima idea di accentuare il carattere hawksiano della commedia sentimentale fra i due protagonisti, in modo tale da insinuare sullo sfondo che le violentissime trombe d'aria fossero in realtà segno di altro, per esempio traccia di una dialettica matrimoniale in atto. 'Into the Storm', remake inconfessato di 'Twister', tenta invece la carta del pov (ossia point of view), innestandola nel filone del teen-movie come se il regista volesse evocare per il suo film il pubblico dei reality. Steven Quale, formatosi sui set cameroniani di 'Titanic' e 'Avatar', passando anche per quello di 'Final Destination 5', adotta senza alcuna forma di distanziazione o ironia il modulo televisivo per introdurre personaggi e situazioni. Ci si rivolge direttamente in macchina sciorinando terrificanti banalità sulle aspettative di futuro e - come potrebbe essere altrimenti? - i sentimenti, la vita e quant'altro. Tutto il film di Quale sembra essere stato predigerito dalla televisione per essere diretto a un ideale spettatore televisivo. ll cacciatore di uragani, infatti, sembra provenire direttamente dai set o dalle location di un canale tematico, mentre il parco di giovani che fa da cornice generica al film non sfigurerebbe nelle sitcom. Come ridotto alle dimensioni di un immaginario televisivo, interrotto regolarmente da break pubblicitari, il film si produce in una serie pressoché insostenibile di luoghi comuni e di atroci dialoghi resi con lignea piattezza. Anche gli effetti speciali, peraltro non particolarmente inventivi se si eccettua parzialmente la devastazione dell'aeroporto, sembrano realizzati in economia, come se 'Into the Storm' fosse la prova generale per un blockbuster ancora da fare piuttosto che un'opera a se stante (o il riciclaggio di materiale di scarto di altri film). Laddove il tradizionale film catastrofico è sostanzialmente una riscrittura del patto sociale, questo si limita a riaffermare l'esistente confermandone i valori. Fantasmizzazione di una tensione bellica latente, 'Into the Storm' opera una feticizzazione della distruzione di massa tesa a riaffermare i valori di una comunità nazionale (la bandiera a stelle e strisce che sventola intatta sulle rovine). Come se la distruzione, lo spettacolo della distruzione, fosse il banco di prova sul quale mettere in scena ciò che rimane dei segni di un'identità avvertita evidentemente sempre più a rischio d'estinzione. Per questo 'Into the Storm' non possiede un briciolo di hybris né tantomeno il gusto della serie B di una volta; piuttosto adotta e riafferma i modelli dominanti del cinema hollywoodiano svuotandoli delle loro potenzialità celibi e politiche. La comunità che ritrova se stessa nel combattere la natura, secondo lo schema classico del disaster movie, si offre come estensione del mito della conquista delle frontiere. Giunti alla fine del consumo delle frontiere, non resta altro che la lotta vana con la natura stessa nel tentativo di carpirle l'ultima immagine possibile. Steven Quale, ovviamente, non possiede né il lirismo macchinico di Michael Bay né tantomeno il timore e tremore panico di James Cameron, e riduce la sua esperienza del mondo e della catastrofe alle dimensioni dello schermo televisivo privando così il disaster-movie persino della sua superficiale componente pedagogica. In soli 89 minuti, 'Into the Storm' umilia un intero genere annoiando a morte lo spettatore atterrito non dagli uragani ma da una rara e sconfortante, oltre che spudorata, esibizione di mancanza di intelligenza e di gusto." (Giona A. Nazzaro, 'Il Manifesto', 22 agosto 2014)

"Un evento apocalittico, raccontato da Steven Quale, regista della «seconda unità» di «Titanic», di «La casa dei fantasmi» e di «Avatar» e regista di «Aliens in the Deep» e di «Final Destination 5», valendosi di immagini «costruite» al computer, montate con quelle di riprese tradizionali e con quelle amatoriali, registrate dalle videocamere dei personaggi: ha fatto cioè ricorso, in parte, allo stratagemma narrativo, del «found footage» e del falso documentario. Immagini e scene spettacolari, che accompagnano l'esile trama di una vicenda, nel corso della quale disordinatamente si intrecciano, fra loro e con quelli di alcuni cittadini, i destini dei summenzionati personaggi. Una vicenda, che si conclude, dopo tragedie e fra immani rovine, con uno scontato finale, con un retorico tributo all'altruismo, al coraggio, al senso civico di una comunità." (Achille Frizzato, 'L'Eco di Bergamo', 3 settembre 2014)
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