Il barbiere di Rio

ITALIA - 1996
Matteo, un barbiere romano disilluso e pieno di debiti, spera di divagarsi e rilassarsi a Rio de Janeiro, dove da tempo vive la sorella Angelina. A Rio Matteo conosce la giovane mulatta Giorginha, fidanzata con il nipote Rocco. Convinto dal nipote, e raggiunto dalla notizia che, in Italia, la ex moglie ha avuto un incidente automobilistico, Matteo rientra a Roma dove, qualche tempo dopo, viene però raggiunto da Giorginha. In precarie condizioni economiche, Matteo decide di tornare con la sua nuova donna in Brasile per gestire un negozio di barbiere.

CAST

CRITICA

"La nuova commedia all'italiana guarda indietro e cerca di copiare. E se la Wertmuller 'clona' con i bravi Solenghi e Pivetti la coppia Giannini Melato, Abatantuono si immedesima invece negli sfigati italiani all'estero che furono un copyright del grande Sordi anni '60. Ma 'Il barbiere di Rio' non è un film che voglia, anche superficialmente, ironizzare sulle differenze di usi e costumi fra due Paesi. Gli basta fare un po' di chiasso sessuale, proprio come quel gruppo di italiani sottosviluppati presenti, come un coro del Nord Est, nella storia. Evidentemente il regista Giovanni Veronesi (ma è davvero lo stesso del film di neo realismo biblico su 'Giuseppe e Maria'?) e il cosceneggiatore Ugo Chiti (ma è davvero lo stesso che ha diretto 'Albergo Roma'?) hanno lavorato al comando del protagonista per un film su misura. Anche nel facile gioco linguistico dialettale che storpia senza risparmiarci nulla, neppure 'dalla favela nella brace' 'la poppa e le poppe', 'coccodrao'?, parole e parolacce". (Maurizio Porro, 'Il Corriere della Sera', 21 ottobre 1996)

"Una mezza pagliacciata che Giovanni Veronesi - uno sceneggiatore poi anche regista che, anni fa, si era fatto un po' apprezzare per una riduzione non del tutto infelice del bel romanzo di Pasquale Festa Campanile 'Per amore solo per amore' - mette in scena fidando quasi soltanto negli stereotipi più corrivi delle commedie turistico-boccaccesche in cui spesso è inciampato il nostro cinema: turpiloquio, luoghi comuni brasiliani tra spiagge e carnevali, equivoci di maniera, incidenti dozzinali. Senza un ripensamento, un momento di riflessione, un tentativo, anche minimo, di far cronaca seria e confondendo ad ogni passo la pretesa sociologica con un folclore ai limiti spesso della farsa. Al centro Abatantuono tenta di imporsi abbandonandosi a un eloquio che mescola il romanesco a un improbabile portoghese 'carioca', ma, a parte lo sforzo di insistere su un giochetto che non tarda a risultare fine a se stesso, provoca solo risate superficiali. Allo stesso livello di quelle, altrettanto epidermiche, dei suoi esordi ormai lontani". (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 3 novembre 1996)

"Riuscirà il nostro eroe a ritrovare l'amore misteriosamente scomparso in Brasile? Diciamo di sì anche se stupisce l'approssimazione folclorica e l'iconografia poco inventiva con le quali due persone in gamba come Veronesi e Chiti (co-sceneggiatore) percorrono quei luoghi lontani. Ecco, forse, perché il film ha un portamento ibrido, un aspetto disarmonico, una comicità non definita. Imperdonabile, poi, l'uso di Irene Grandi come angelo custode muto e smorfioso. Cui prodest?" (Fabio Bo, 'Il Messaggero', 21 ottobre 1996)
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