Gomorra

ITALIA - 2008
Gomorra
Chi vive in provincia di Caserta, tra Aversa e Casal di Principe, si scontra ogni giorno non solo con i soldi e il potere ma anche con il sangue. La possibilità di scegliere, la libertà di vivere una vita 'normale' è quasi nulla: se non vuoi pagare con la vita, devi sottostare al Sistema. Il mondo criminale e affaristico della Camorra segue la vita delle merci, da quelle 'fresche' che arrivano al porto di Napoli e vanno smistate, a quelle 'morte', le scorie, anche tossiche, che vengono versate nelle discariche o direttamente nascoste nel terreno. Seguendo i percorsi delle merci, dagli abiti griffati alle scorie chimiche, si scopre la vita della camorra e le storie di quelli, dai più potenti ai ragazzini affascinati o sottomessi, che danno vita alla Gomorra dei giorni nostri.
  • Altri titoli:
    Gomorrah
  • Durata: 135'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: 35 MM
  • Tratto da: romanzo omonimo di Roberto Saviano (Arnoldo Mondadori Editore)
  • Produzione: DOMENICO PROCACCI PER FANDANGO IN COLLABORAZIONE CON RAI CINEMA E SKY
  • Distribuzione: 01 DISTRIBUTION, DVD: 01 DISTRIBUTION
  • Data uscita 16 Maggio 2008

TRAILER

RECENSIONE

di Federico Pontiggia
Stakeholder, ovvero mediatore tra la camorra e gli imprenditori del nord che vogliono liberarsi senza tanti problemi dei rifiuti tossici. E' questo il ruolo d'avanguardia camorristica che spetta a Toni Servillo in una delle cinque storie (più un prologo-summa di morte e solarium) che compongono il liquido mosaico di Gomorra, diretto da Matteo Garrone e tratto dal  celebre libro di Roberto Saviano. In concorso al 61esimo festival di Cannes e dal 16 maggio nelle sale italiane, il film ha nel personaggio di Servillo l'emblema di quella Campania che da Bel Paese si è trasformata in Biutiful cauntri, come recentemente documentato da Esmeralda Calabria e Andrea D'Ambrosio. Un mediatore che ascrive alla "categoria" il merito dell'ingresso dell'Italia in Europa e violenta l'infanzia senza battere ciglio: per rimpiazzare gli autisti dei camion della morte in fuga dopo la rottura di un bidone tossico, assolda dei ragazzini, che ammaestra come fossero bestie da soma alla guida di Tir e rimorchi, lungo i costoni di una cava di tufo dismessa.
Uno dei pochi in Italia a potersi fregiare del titolo di regista tout court, già autore degli apprezzati Primo amore e L'imbalsamatore, Garrone dice di aver scelto, due anni fa, Gomorra per farne il suo nuovo film perché "racconta il mondo della camorra dall'interno, in maniera inedita". Suo ineludibile merito è, innanzitutto, di aver raccontato per immagini Gomorra in modo altrettanto inedito.
Se l'innovazione principe del Gomorra libro non risiede tanto nel linguaggio, quanto piuttosto nell'adesione distaccata a una realtà prima ignota o ancora indagata secondo stereotipi esterni, il Gomorra film si fa "espressivo ovvero emotivo" - questa l'equazione politica di Garrone - per accostarsi a una realtà ancora ignota alla nostra enciclopedia cinematografica. Seppur tentennando, vedi la riproposizione nei camorristi del finale, Garrone sa azzerare l'iconografia del mafia movie, escludere le probabili ascendenze scorsesiane, per regalarci una visione inedita, una filmologia simbiotica all'antropologia in rapida evoluzione dell'universo camorra. Ecco, dunque, che accanto al "sottomarino" Don Ciro di Gianfelice Imparato, la nuova guardia ha il volto di un reduce del Grande Fratello, emblema antropologico della tensione fashionista e insieme mimetica della nuova camorra. Ecco, allora, che, accanto alla grande tradizione teatrale partenopea, l'altro grande serbatoio del casting sta nel teatro militante di Marco Martinelli, ovvero nei ragazzi di Scampia al di qua e al di là del carcere, con lo spazio residuo, se non marginale, occupato da comparse prese in loco o da "immagini-dinamite" quali la cantante Maria Nazionale.
Sono scelte la cui importanza esula dal casting per interessare prepotentemente il film tout court: la regia di Garrone riguarda il profilmico almeno quanto il filmico. Se la sintassi è prevalentemente paratattica, l'azione raramente scandita dai tagli sul movimento dell'action movie, il montaggio timido, la musica mai over, ovvero la regia "non si sente", l'esito felice del racconto audiovisivo di Garrone sta tautologicamente in quello che mostra e non mostra: in campo, ostacoli, nicchie e frammezzi alla nostra - e ancor prima sua - comprensione, tallonamento macchina a mano che dialettizza con prospettive oblique, visioni d'iinsieme architettoniche tanto belle quanto aliene.
L'auspicata immersione in loco dello spettatore passa anche da un lavoro sul sonoro letteralmente straordinario: Garrone porta nella crew una figura ignota al cinema italiano, ovvero il sound designer Leslie Shatz, abituale collaboratore di Gus Van Sant, chiamato a far da collettore tra rumoristi, presa diretta e mix. E si sente, eccome.
Gomorra apre dunque a nuovi territori cinematografici, mettendo in campo un lavoro poderoso, minuzioso quanto "im-mediato", riuscendo a farsi complementare al libro, ovvero tradendolo con fedeltà (peccato solo i cartelli finali a uso e consumo internazionale, leggi Cannes), e confermando, soprattutto, un grande regista: Matteo Garrone. Un regista-regista sul sentiero del capolavoro.

NOTE

- FILM REALIZZATO CON IL CONTRIBUTO DEL MIBAC.

- GIRATO NEL NAPOLETANO, DA SECONDIGLIANO A SCAMPIA, E A CASERTA. PER EVITARE CURIOSITA' SUL CIAK ERA SCRITTO 'TRE STORIE BREVI'.

- GRAND PRIX AL 61° FESTIVAL DI CANNES (2008).

- CANDIDATO AL GOLDEN GLOBE 2009 COME MIGLIOR FILM STRANIERO.

- DAVID DI DONATELLO 2009 PER: MIGLIOR FILM, REGIA, SCENEGGIATURA, PRODUTTORE, MONTAGGIO, CANZONE ORIGINALE, FONICO DI PRESA DIRETTA. ERA STATO CANDIDATO ANCHE PER: MIGLIORE ATTRICE NON PROTAGONISTA (MARIA NAZIONALE), FOTOGRAFIA, COSTUMI.

- NASTRO DELL'ANNO 2009 (MATTEO GARRONE, DOMENICO PROCACCI, RAI CINEMA, ROBERTO SAVIANO) E NASTRO D'ARGENTO PER IL MIGLIOR SONORO IN PRESA DIRETTA. IL FILM ERA CANDIDATO ANCHE PER: MIGLIOR SCENEGGIATURA, FOTOGRAFIA E MONTAGGIO (MARCO SPOLETINI E' CANDIDATO ANCHE PER "PRANZO DI FERRAGOSTO").

CRITICA

Dalle note di regia: "Ho dovuto lavorare per sottrazione scegliendo solo alcune storie. Il film è in 5 episodi con protagonisti e comprimari che animano un film corale, come per l'America di Altman, l'Italia del Rossellini di Paisà, rendendoci complementari al libro. E' come se lo raddoppiassimo, ogni luogo ha una sua storia e i personaggi assumono una forza inedita. (...) Ma non pensate a un film di denuncia tradizionale con la classica divisione tra bene e male, tra buoni e cattivi, perché in realtà le cose sono più complicate e i confini più confusi. Mi interessa l'aspetto umano di queste persone, le loro contraddizioni."

"Narrazione impassibile, osservazione da entomologo, esplosioni di orrore e di follia mischiate alla quotidianità di un 'sistema' di cui vive (e muore) non solo una circoscritta banda di delinquenti ma una vasta comunità, con ramificazioni che arrivano dappertutto. Lecito naturalmente appellarsi o appigliarsi a tutti i riferimenti di rito, dai modelli coppoliano o scorsesiano a quello del nostro grande Rosi. Ma è tanto vero che Garrone esprime un punto di vista e uno sguardo che il suo cinema e il suo film non somigliano a niente." (Paolo D'Agostini, 'la Repubblica', 16 maggio 2008)

"Soprattutto un film d'antropologia sociale. 'Gomorra' si distingue e si distacca dal libro da cui è tratto: non è un'opera di informazione né di rivelazione, né di denuncia né di protesta. Come in un formicaio superattivo, la gente è sempre in movimento alla ricerca di un'occasione. I camorristi sparano come se allontanassero le mosche, con una frequenza e impassibilità da massacro: i colpi sono secchi, senza eco. Nel paese del sole il cielo è grigio, opprimente. La regia di Matteo Garrone e gli interpreti sono ammirevoli." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 16 maggio 2008)

"A conti fatti 'Gomorra' è perfino una buona azione. Ti presenta l'orrore, ma senza inventare cattivi di comodo. Orride sono le azioni, non gli uomini che le commettono. Ognuno (o quasi) esce dal cinema con l'idea che anche lui poteva essere Franco, Roberto o Ciro, se infilato, magari dalla nascita, in una situazione analoga. Dai meriti civili a quelli artistici. Perdiana se è bravo Garrone, Quando uscì 'L'Imbalsamatore' ne avevo il sospetto, ora c'è la certezza. Garrone se vuole sa raccontare forte e barocco spingendosi fino al corrusco melodramma come essere netto e quasi asettico nell'episodio di Servillo. Eppoi, tanto di cappello, come riduttore di un testo importante. Pur avendo Saviano tra gli sceneggiatori ha saputo fare opera di enucleazione, sfrondare il libro, rinunciare anche a parti importanti, per arrivare a un film che tocca il cuore, fin troppo." (Giorgio Carbone, 'Libero', 16 maggio 2008)

"Come si capisce se un bel film italiano è un grande film in assoluto? C'è un test infallibile. Basta chiedersi se lo consiglieremmo a un amico straniero. 'Gomorra' passa a pieni voti per varie ragioni. Perché mostra un mondo mai visto con tanta forza e coerenza. Perché a forza di cesellare immagini e parole rende incredibilmente vero quel mondo incredibile, cancellando ogni traccia di messa in scena. E perché ci fa capire quanto quel mondo sia vicino, anzi consustanziale al nostro, anche se non lo vogliamo vedere. (...) A differenza di tanti brutti film, 'Gomorra' non spiega nulla ma ci fa capire tutto. È il segno più certo della sua grandezza. Anziché disperdere energie collegando fatti e destini, Garrone va dritto all'essenziale. Rielabora con fantasia e libertà cinque storie tratte dal romanzo-reportage di Saviano, ma non cerca nessi a tutti i costi. Tanto ogni personaggio si porta la sua verità scritta addosso; ogni scena è una resa dei conti, reale o figurata; ogni episodio approda a uno squarcio più eloquente di mille parole. Per questo le immagini di 'Gomorra', belle perché vere, e viceversa, sono così emblematiche e insieme naturali. Come i corpi e i volti scelti da Garrone dopo un lavoro di inchiesta che si indovina lungo e accurato.(...) Un romanzo diventato uno dei pochi grandi film italiani del decennio. Da non perdere." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 16 maggio 2008)

"Il pregio di Garrone è di tenersi distante dall'emozione, dall'esibizione, finanche dalla politica e dalla cronaca. E' un osservatore attento, scrupoloso, inappuntabile: documenta, dopo aver scelto i cinque episodi meno legati alla cronaca, più universali e immediati. Documenta avendo scelto i luoghi, gli ambienti, le persone, i volti, le lingue, le luci, i rumori, le musiche, legate anch'esse all'ambiente che le contiene e le proietta all'esterno, confondendosi con gli spari, i pianti, in quella che è una normalità incrinata, spezzata, difficilmente sanabile." (Luca Pellegrini, 'L'Osservatore Romano', 16 maggio 2008)

"Garrone non si perde in lacrime, usa come un colpo di rasoio le facce brutali, primitive, e i corpi appena sbozzati in un'adolescenza sgraziata degli straordinari Pivellino e 'O Masto che hanno un'unica voglia: sparare, senza neppure sapere in quale guerra. Una fisionomica della gioventù nutrita dai rifiuti tossici che forse solo Pier Paolo Pasolini, prima di Garrone, ha fotografato con tale implacabile giustezza."(Piera Detassis, 'Panorama', 22 maggio 2008)
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