Fiore

ITALIA - 2016
3,5/5
Fiore
Carcere minorile. Daphne, detenuta per rapina, si innamora di Josh, anche lui giovane rapinatore. In carcere i maschi e le femmine non si possono incontrare e l'amore è vietato: la relazione di Daphne e Josh vive solo di sguardi da una cella all'altra, brevi conversazioni attraverso le sbarre e lettere clandestine. Il carcere non è più solo privazione della libertà ma diventa anche mancanza d'amore. Racconto del desiderio d'amore di una ragazza adolescente e della forza di un sentimento che infrange ogni legge.
  • Durata: 110'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Produzione: RITA ROGNONI E BEPPE CASCHETTO PER PUPKIN PRODUCTION, IBC MOVIE, CON RAI CINEMA
  • Distribuzione: BIM
  • Data uscita 25 Maggio 2016

TRAILER

RECENSIONE

di Valerio Sammarco
"Fermo, damme er telefono". Daphne (Scoccia), coltello alla mano, alza qualche soldo così, rubando smartphone sotto la metro. Ma la "pacchia" non dura molto: arrestata, viene portata nel carcere minorile. E qui, poco a poco, fa la conoscenza di Josh (Algeri), giovane rapinatore anche lui. Due stabili separati, maschi e femmine non si possono incontrare: la relazione tra i due si alimenta così solo attraverso le occhiate da una cella all'altra, brevi conversazioni dietro le sbarre e lettere clandestine.

Ha un bello sguardo Claudio Giovannesi, che dopo Alì ha gli occhi azzurri e Wolf prosegue nel suo percorso debitore dei vari Pasolini, Truffaut e Dardenne per raccontare quanto, oltre alla libertà, il carcere diventi anche privazione di altro. Segue da vicinissimo questa ragazzina (l'esordiente, bravissima Daphne Scoccia, scoperta dal regista in un ristorante di Monteverde a Roma), non ha bisogno di chissà quali preamboli per introdurla allo spettatore che, solo più avanti, avrà modo di comprenderne il background, ovvero quando il padre (Valerio Mastandrea), da poco uscito di galera dopo qualche anno, viene a trovarla in prigione.

Prison-movie e teen-movie convivono in maniera anomala e a tratti violenta: tensioni, frustrazioni, moti dell'animo e sbalzi d'amore diventano il basso continuo attraverso cui Giovannesi, bravo a non cedere mai alle tentazioni dell'enfasi, traccia le sonorità vive di un'esistenza turbolenta ma non necessariamente priva di speranza. Solo verso il finale, forse, rischia di confondersi un po', dubbioso sulla strada da intraprendere. Ma è un peccato veniale, che nulla toglie ad un film "vero", nell'accezione più sincera del termine. Capace di regalare allo spettatore le stesse boccate d'aria fresca che Daphne cattura a pieni polmoni quando, in macchina, raggiunge il mare con il padre e la nuova famiglia di lui. Mare che, a differenza di quanto avvenne con il Jean-Pierre Léaud de I 400 colpi, non limiterà l'incedere della ragazza. Ma sarà anticamera di una fuga tanto incosciente quanto liberatoria, mossa dalla forza di un sentimento capace di infrangere ogni legge.

NOTE

- FILM RICONOSCIUTO D'INTERESSE CULTURALE NAZIONALE CON IL CONTRIBUTO ECONOMICO DEL MINISTERO DEI BENI E DELLE ATTIVITÀ CULTURALI E DEL TURISMO (MIBACT); IN ASSOCIAZIONE CON FORTE SRL, CINEFINANCE ITALIA SRL, ATS SRL AI SENSI DELLE NORME SUL TAX CREDIT.

- PRODUTTORI ASSOCIATI VALERIO MASTANDREA E GIANNI ZANASI.

- SELEZIONATO ALLA 48. QUINZAINE DES RÉALISATEURS (CANNES 2016).

- DESIGNATO FILM DELLA CRITICA DAL SINDACATO NAZIONALE CRITICI CINEMATOGRAFICI ITALIANI (SNGCI).

- DAVID DI DONATELLO 2017 A VALERIO MASTANDREA (CANDIDATO ANCHE COME MIGLIOR PROTAGONISTA PER "FAI BEI SOGNI DI MARCO BELLOCCHIO) COME MIGLIOR ATTORE NON PROTAGONISTA. LE ALTRE CANDIDATURE ERANO: MIGLIOR FILM, REGISTA, SCENEGGIATURA ORIGINALE, PRODUTTORE E ATTRICE PROTAGONISTA (DAPHNE SCOCCIA).

- CANDIDATO AI NASTRI D'ARGENTO 2017 PER: MIGLIOR FILM, SCENEGGIATURA, PRODUTTORE (BEPPE CASCHETTO E' STATO CANDIDATO ANCHE PER "FAI BEI SOGNI" DI MARCO BELLOCCHIO E "TUTTO QUELLO CHE VUOI" DI FRANCESCO BRUNI), ATTORE NON PROTAGONISTA (VALERIO MASTANDREA), FOTOGRAFIA (DANIELE CIPRÌ E' STATO CANDIDATO ANCHE PER "FAI BEI SOGNI" DI MARCO BELLOCCHIO) E MONTAGGIO. DAPHNE SCOCCIA HA RICEVUTO IL PREMIO 'GUGLIELMO BIRAGHI'.

CRITICA

"'Fiore' conferma il talento di Claudio Giovannesi nel ritrarre quei giovani che la società costringe ai margini e di cui teme le energie e la rabbia. (...) l'esordiente Daphne Scoccia, emozionante (...). E mentre il film scava dentro questa condizione di «repressione amorosa» che Giovannesi cerca soprattutto sul volto della sua protagonista, pronto a decifrarne emozioni e paure, il film si trasforma in una storia d'amore tenera e impossibile che solo la follia dei suoi protagonisti renderà (forse) possibile." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 18 maggio 2016)

"Interpreti straordinari ma non professionisti (tre le poche eccezioni Valerio Mastandrea, il padre di Dafne). Lunga inchiesta pre sceneggiatura, scritta a molte mani perché il verismo non esclude invenzioni e trovate. Massimo rigore per tutto ciò che riguarda la vita dietro le sbarre - lavori, stratagemmi, scambi di favori, sorveglianza, rapporti con l'esterno, affettività esasperata - dunque massima intensità ai sentimenti. Compreso quel misto di feroce rivalità e solidarietà totale che è tipico del carcere. (...) Giovannesi non cerca la metafora, non ne ha bisogno. Preferisce portarci per 112 minuti nella testa e nel cuore di Dafne (la sbalorditiva Dafne Scoccia), ovvero farci condividere il suo istintivo senso di assoluto, con inquadrature affilate come rasoi. Così ogni cosa prende un valore nuovo, inaudito. (...) Un grande risultato ottenuto con mezzi semplici." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 18 maggio 2016)

"Portano a Cannes le loro storie vere, gli errori, le punizioni, le rinascite. E poi la freschezza delle emozioni, la timidezza degli esordi, la sincerità di chi non è ancora abituato a recitare, anche fuori dal set. Si chiamano Daphne Scoccia e Josciua Algeri, sono i protagonisti di 'Fiore' (...), storia di un amore nato fra le sbarre, vissuto nonostante i divieti, inseguito nella vita libera (...) ragazzi feriti, inquieti, con un'energia che fa fatica a restare compressa negli spazi di un centro di detenzione." (Fulvia Caprara, 'La Stampa', 18 maggio 2016)

"(...) Claudio Giovannesi, riporta a Cannes un'idea di cinema che qui conoscono, amano e rispettano: la grande lezione del neorealismo, degli interpreti presi dalla vita, del cinema 'rubato' alla realtà. Daphne Scoccia e Josciua Algeri (...) sono i protagonisti (...) esordienti assoluti. Le loro storie sono (in parte) simili a quelle raccontate nel film (...). Girato in un carcere vero (L'Aquila, ristrutturato dopo il terremoto ma tuttora vuoto), con detenuti e poliziotti in parte veri e alcuni professionisti a tener su la baracca (...). Il film è molto bello: Giovannesi ha 38 anni ma è già un maestro del cinema in cui si mescolano finzione e realtà (...). 'Fiore' è una storia d'amore, un film toccante (...) è bello raccontare gli occhi spalancati e la timidezza faticosamente sconfitta di Daphne e di Josciua. (...) Meritano tutti i nostri auguri, questi due ragazzi. E sono partiti bene: hanno recitato in un ottimo film e hanno avuto accanto un anti-maestro come Valerio Mastandrea (...)." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 18 maggio 2016)

"L'ambientazione poco consueta e il tema 'forte' di 'Fiore' sembrano costringere Giovannesi (...) verso uno stile ben rodato da cinema d'autore internazionale, con macchina a mano a ridosso dei personaggi e situazioni riconoscibili (la tappa al mare, la scena di canto). Per fortuna, più che all'approfondimento sociologico o psicologico o alla tentazione poetica, la regia tende molto alla resa fisica, per raccontare una ribelle non simpatica, irriducibile alle regole, guardata con sincera partecipazione. La storia d'amore a distanza tra i due ragazzi è fatta procedere attraverso piccoli tocchi attenti, tra gesti e silenzi, e alcune scene, come la festa di Capodanno, sono notevoli." (Emiliano Morreale, 'La Repubblica', 18 maggio 2016)

"'Fiore' (...) è la sorpresa felice di metà festival insieme alla conferma del talento di un giovane regista tra i migliori delle nuove generazioni. E non era semplice con una storia (...) che porta con sé un rischio altissimo di banalizzazioni: gli adolescenti, la prigione, la perenne tensione tra i ragazzi e gli «educatori»: uno spazio delimitato da regole rigide e continui imprevisti di ribellione. Ma Giovannesi per raccontare gli adolescenti ha un tocco speciale e come raramente accade ne sa restituire con fluidità gesti, parole, orizzonti (...). Non solo. L'allenamento nel documentario lo ha reso capace di mantenere in equilibrio luoghi (qui studiati con cura) traiettorie emozionali, corpi e scrittura, il romanzesco e la realtà. Eccoci così nel carcere minorile insieme a Daphne, che è lei trascinare sempre la macchina da presa incollata ai suoi gesti nervosi, agli occhi che divorano il mondo, alla sua pelle, al suo odore, prova di grandissima attrice per una non professionista (come quasi tutti gli altri), Daphne Scoccia, che attraversa spavalda e fragile tutto il film. (...) Ma non è un film carcerario 'Fiore', pure se della letteratura di «genere» molto conserva e con precisione nella sua vita «dentro» scandita mese dopo mese, chi esce e chi arriva, le iniziazioni e gli equilibri disperati da mantenere, le rivalità, il sesso tra compagne di cella, la solitudine. È soprattutto una storia d'amore, la rabbia giovane di una ribellione che è vita e desiderio, un «ragazzo selvaggio» in una corsa appassionata e senza un orizzonte. Giovannesi dispiega con delicatezza tutte le sfumature sentimentali e con la sua regia fisica (e mai compiaciuta) sfugge a qualsiasi «gabbia» di scrittura. E' bravo, bravissimo a guidare i suoi protagonisti, a filmare le loro lacrime, a commuoverci, a coinvolgerci. Tutto è giusto ma la sua commozione (...) non è mai programmatica: nasce dal suo sguardo e dall'amore che mostra verso ciascuno dei suoi personaggi. Daphne non la lascia mai, è sempre lì nello spazio di un'inquadratura potente, concreta, che in questa prossimità alla trascendenza dei primi film dei fratelli Dardenne preferisce la carezza della complicità. (...) E rispetto al personaggio di Daphne come con tutti gli altri nelle cui esperienze, almeno in alcune, la storia si mischia al vissuto, Giovannesi è sempre sullo stesso piano. Non c'è giudizio né commiserazione perché, appunto, lui li ama, ama la loro voglia di sognare, quel mondo che si prendono senza pensare a cosa accadrà, se ci sarà un prezzo che tanto hanno sempre pagato. E quando usciamo dalla sala ce li portiamo dietro, con la loro meravigliosa irriverenza che li rende quasi dei sovversivi, segni di un tempo universale e di un cinema che sa ancora essere vivo." (Cristina Piccino, 'Il Manifesto', 18 maggio 2016)

"Non l'avevamo mai vista prima, e chissà se e quando la rivedremo sullo schermo. Chissà se la rivedremo così bella, così capace di intenerire, così disperata. Ma non dimenticheremo facilmente il volto di Daphne Scoccia. E la protagonista di 'Fiore' (...). Se il film è bello, in gran parte lo è grazie a lei. Alla fragilità che racconta con gli occhi, la bocca, i mezzi sorrisi difficili da far uscire, la camminata, il modo di fumare. A quella rabbia, di chi non riesce mai a far male davvero, se non a se stessa. (...) Nel film porta lo stesso nome che ha nella vita: cinema e realtà si seguono da vicino, nel cinema di Giovannesi, che ha tra i suoi maestri Pier Paolo Pasolini. (...) Il film racconta, con semplicità ma con molta forza, un sentimento che spunta, come un filo d'erba dal cemento armato, dentro l'universo poco romantico di un carcere minorile. È amicizia, è aggrapparsi tra naufraghi, è desiderio, è riconoscersi simili, da una finestra di sbarre all'altra. (...) alcune scene, come quella del Capodanno, fanno piangere anche chi è refrattario alla commozione." (Giovanni Bogani, 'Nazione-Carlino-Giorno', 18 maggio 2016)

"Dopo «Alì ha gli occhi azzurri», un altro viaggio nella psicologia adolescente di straordinari «non attori» Daphne Scoccia e Joshua Algeri (e Mastandrea sempre più incisivo), con accelerazioni emotive affidate all'aria nouvelle vague che circola nella finta casualità della macchina. Il neo realismo romantico delle cerimonie teenager viste con la sincerità assoluta che sta negli occhi enormi di una ragazza e nello sguardo malinconico del suo tipo, come se la storia venisse loro in mente proprio nel momento in cui la vediamo." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 26 maggio 2016)

"Già con 'Alì ha gli occhi azzurri', Claudio Giovannesi (...) aveva dimostrato buona mano a impaginare drammi di periferia, storie di emarginazione giovanile. (...) 'Fiore' è un film fragile, non del tutto risolto, ma Giovannesi dà conferma della sua felice vena intimista, la non professionista Dafne Scoccia è un talento naturale, e Mastandrea sfuma incisivamente il ritratto del padre." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 26 maggio 2016)

"(...) Scoccia, esordiente e brava (...) Algeri, bene (...). Dopo il buono 'Ali ha gli occhi azzurri', Claudio Giovannesi prosegue in una cifra poetico-stilistica debitrice della lezione di Pasolini e Truffaut: 'Fiore' (...). Nel cast anche Valerio Mastandrea, molto più efficace qui nei panni del papà galeotto di Daphne che in 'Fai bei sogni', il film è fresco e verosimile, ma non inedito e nemmeno radicale. Se all'amore di Daphne e Josh manca il colpo d'ala per farcene davvero appassionare, 'Fiore' è però splendidamente inattuale nel cinema italiano: dopo troppi documentari narrativi che cedono alla finzione, questa è una finzione che si sporca le mani con la realtà. Ed è (de)ontologicamente molto più onesta." (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 26 maggio 2016)

"Toccante e riuscita combinazione tra l'eroina fragile e sensibile di un'adolescenza di piccola criminalità, in buona sceneggiatura, e una giovane attrice, Daphne Scoccia, capace di forgiarla in gesti d'indipendenza e sconforto, rabbia e onestà di relazione. Dal regista del ragguardevole 'Ali ha gli occhi azzurri', è una conferma di attenzione alle distonie educative del nostro tempo e all'orgoglio della giovinezza in fuga dalla solitudine e dal dolore. Tra i corridoi del carcere e le marine di Ostia la cinepresa trova sempre l'angolo giusto." (Silvio Danese, 'Nazione-Carlino-Giorno', 28 maggio 2016)

"(...) film scabro ma tutt'altro che naif, magari un minimo accomodato sulla scia degli hit giovanil-ribellistici d'ogni nazione ed epoca, però sospinto da un'empatia con i personaggi davvero spasmodica (...). Come in ogni prison-movie che si rispetti, la metafora risulta semplice eppure strenuamente coerente (...). Tenendo a bada gli ambigui impulsi pietistici, il regista romano (...) lavora egregiamente con la macchina da presa, s'inventa un cinema tattile, decritta i sentimenti a forza d'inquadrature aderenti come tatuaggi, lascia intravedere l'anima anziché la scheda psicosociologica dei suoi ragazzi. Nel cast non mancano alcuni detenuti dell'istituto penale di Casal di Marmo, aspetto che aiuta il coté naturalistico dell'operazione, ma dal modo in cui Giovannesi pedina la non professionista (...) Daphne Scoccia non trasuda l'odore asettico del laboratorio educativo, bensì la condivisione totale, dolorosa, pressoché fisica degli impulsi e degli istinti. Aggiungendo che Mastandrea, nella parte disorientata e tragica del padre Ascanio è straordinariamente bravo come sempre, si capisce che la qualità del cast rappresenta il valore più alto di questo ulteriore segnale dei prodromi di una grande carriera. Infine, com'era del resto indispensabile, «Fiore» è basato su una perlustrazione accuratissima degli spazi e della loro migliore collocazione per la resa del racconto nelle singole inquadratura e le relative sequenze." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 2 giugno 2016)
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