E la chiamano estate

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E la chiamano estate
Dino e Anna sono sposati e si amano, anche se la loro non è una relazione convenzionale. Infatti, tra loro non c'è mai stato un rapporto sessuale, nonostante entrambi abbiano avuto altre relazioni e diverse esperienze. Dino, personalità complessa a causa di alcuni drammatici eventi familiari, vive una profonda sofferenza per la situazione che si è creata con Anna. Tormentato per non riuscire a vivere con sua moglie tutte le esperienze di un rapporto d'amore, si trascina in un comportamento evasivo ed estremo, che peggiora il suo senso di colpa e di vuoto. Fino a quando deciderà di andare alla ricerca degli ex fidanzati di Anna...
  • Durata: 89'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: 35 MM
  • Produzione: NICOLETTA MANTOVANI PER PRODUZIONE PAVAROTTI INTERNATIONAL 23 SRL, IN ASSOCIAZIONE CON A MOVIE PRODUCTIONS
  • Distribuzione: OFFICINE UBU
  • Vietato 14
  • Data uscita 22 Novembre 2012

TRAILER

RECENSIONE

Storia di Dino e Anna, E la chiamano estate. Terzo e ultimo italiano in Concorso a Roma, il film di Paolo Franchi non va, proprio non va. Brutto.
Peccato, perché il soggetto - del regista - mette il dito in una delle piaghe più diffuse e recondite oggi, quella dei cosiddetti matrimoni (e unioni) bianchi, dove non si fa sesso, ma ci si ama. E' quel che accade a Dino (Jean-Marc Barr) e Anna (Isabella Ferrari), coppia di quarantenni divisi tra un eros che non hanno mai fatto e l'amore che non è mai venuto meno: anestesista, fratello suicida, madre che l'ha abbandonato, lui ci dà dentro con scambisti e prostitute assortite, lei soffre a casa. Lui vorrebbe che qualcuno degli ex - li contatta tutti - si portasse a letto e si riprendesse Anna, e vorrebbe pure che la compagna si facesse un amante, ma nulla: sofferenza una, bina e indivisibile. Ma anche per il pubblico.
Accolto dalla stampa con sghignazzi non stop (comunque, non si fa), ha trovato anche la recensione istantanea: E lo chiamano film? Non giustificare, ma si può comprendere: fotografato bene, nonostante i bianchi iniziali siano così abbacinanti da temere il fuori fuoco, non fa ridere per le scene di sesso - se la Ferrari è coraggiosamente quasi sempre nuda, Barr è un riccio ebete con la coazione a coitare - ma per i dialoghi. Citiamo solo una battuta: “Una scopata non si nega a nessuno”. Per uno, Franchi, che vuol fare cinema d'autore, è già molto, ma questa perla è in volgarissima compagnia.
Il regista parla di tempo bergsoniano (no, Antonioni, no) e “rendez vous con se stessi” à la Duchamp, reitera la lettera rivelatrice di Dino ad Anna all'infinito (la sentiamo leggere almeno 4 volte) e ne mischia il passato-presente-futuro per liberare la consecutio tra amore e sesso, ma come per Anna e Dino non esiste soluzione, così per il film. Che non è d'artista, che può, deve non arrivare a tutti, ovvero, d'artista incompreso: E la chiamano estate si comprende benissimo, purtroppo.
Incolpevole la Ferrari, risparmiati Luca Argentero, Anita Kravos ed Eva Riccobono (poche pose), sospetto Filippo Nigro (il compagno di letto a multipiazze di Dino) e correo Barr, E la chiamano estate (dalla canzone omonima di Bruno Martino, che sentiamo) rovina quasi tutto ciò che tocca: Franchi, se crede, rifletta, perché da La spettatrice a qui, passando per Nessuna qualità agli eroi, la sua è una discesa a fari (autoriali) spenti.
Comunque, non è il solo: Il volto di un'altra di Pappi Corsicato se la gioca, anzi, per noi vince nella speciale classifica che non vorremmo, quella dell'italiano (e non solo) peggiore del Concorso di Roma 2012.
Federico Pontiggia

NOTE

- HA OTTENUTO IL CONTRIBUTO DEL MIBAC E DELL' APULIA FILM COMMISSION.

- PREMIO PER LA MIGLIORE REGIA E PREMIO PER LA MIGLIORE INTERPRETAZIONE (ISABELLA FERRARI) ALLA VII EDIZIONE DEL FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM DI ROMA (2012).

CRITICA

"L'amore ai tempi della castità, come una maledizione che impedisce l'intesa erotica quando quella emotiva è troppo forte. Ne aveva già parlato a suo tempo Alberto Moravia, e ora lo fa di nuovo Paolo Franchi, con 'E la chiamano estate', in concorso al Festival di Roma che si apre oggi: «L'idea viene dalla lettura di un caso riportato sulla rivista della Società Psicoanalitica italiana, parlava di questa scissione tagliente tra eros e sentimento, ho pensato fosse interessante svilupparla». Lei è Isabella Ferrari, una preda morbida e sognante cui manca solo il cacciatore. Lui è Jean-Marc Bare, un uomo innamorato che affoga l'impossibilità di averla nell'oscura routine dei rapporti a pagamento consumati nel giro degli scambisti." (Fulvia Caprara, 'La Stampa', 9 novembre 2012)

"Parte con le immagini di un suggestivo chiaro di luna sulla superficie tremolante del mare e le note di una canzone di Bruno Martino, in voga anni fa: 'E la chiamano estate'. Prosegue in un luminoso appartamento dove una donna discinta si adagia accanto a un uomo vestito, tentando un approccio sessuale che lui rifiuta. Qui spira un'aria che suggerisce l'idea di un film surreale, giocato su un registro fra l'ironico e lo straniato, nello stile (poniamo) di un Buñuel o di un Almodóvar. Ma no, si scopre presto che il regista Paolo Franchi ha altro per la mente e che, al pari dei suoi personaggi, si prende molto sul serio. Afflitto dal dramma di riuscire a far sesso solo con prostitute e scambisti e non con la donna amata, Jean-Marc Barr mantiene tutto il tempo un'espressione di cupa infelicità concedendosi di tanto in tanto una lacrima; mentre Isabella Ferrari ha uno sguardo perso nel vuoto per la frustrazione di non essere carnalmente amata. Spesso tacciono ed è un bene perché i dialoghi rasentano il ridicolo. Sulla disperazione e la solitudine di un erotomane compulsivo, incapace di associare il sesso al sentimento, c'è un magnifico film, ma si intitola 'Shame'." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 22 novembre 2012)

"Storia tanto pretenziosa quanto involontariamente comica per dialoghi e situazioni. I primi piani degli organi sessuali maschili sintetizzano perfettamente il film, non a caso, premiato a Roma." (Maurizio Acerbi, 'Il Giornale', 22 novembre 2012)

"Spiacerà a chi non gradisce i registi che scoprono l'acqua calda. Paolo Franchi si atteggia ad autore, giungendo però buon quarantesimo su un tema sul quale quarantacinque anni fa Luis Buñuel con 'Bella di giorno' aveva già detto tutto. Il film più fischiato all'ultimo Festival di Roma. Ma anche il più premiato. A torto, ovviamente. Anche Isabella Ferrari in passato, agitandosi tra le lenzuola aveva fatto di più e di meglio." (Giorgio Carbone, 'Libero', 22 novembre 2012)

"Arriva (...) sugli schermi 'E la chiamano estate' di Paolo Franchi, il cui premio alla regia all'ultimo Festival di Roma ha suscitato l'indignazione del pubblico, della stampa italiana e di quella straniera." (Alessandra De luca, 'Avvenire', 22 novembre 2012)
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