Baciami ancora

ITALIA - 2009
Baciami ancora
Le vicende dei protagonisti dell'"Ultimo bacio", dieci anni dopo. Hanno tutti 40 anni, ma sono ben lontani dalla risoluzione delle loro crisi di coppia e le idiosincrasie personali. E intanto il Paese è cambiato...
  • Durata: 140'
  • Colore: C
  • Genere: COMMEDIA
  • Produzione: DOMENICO PROCACCI PER FANDANGO IN COLLABORAZIONE CON MARS FILMS e MEDUSA
  • Distribuzione: MEDUSA
  • Data uscita 29 Gennaio 2010

NOTE

- DAVID DI DONATELLO 2010 PER LA MIGLIOR CANZONE ORIGINALE. LE ALTRE CANDIDATURE ERANO: MIGLIOR ATTORE NON PROTAGONISTA (PIER FRANCESCO FAVINO) E DAVID GIOVANI.

- CANDIDATO AL NASTRO D'ARGENTO 2010 PER: MIGLIOR SCENEGGIATURA, ATTORE (PIERFRANCESCO FAVINO) E ATTRICE (VALERIA BRUNI TEDESCHI) NON PROTAGONISTI, MONTAGGIO E CANZONE ORIGINALE.

CRITICA

"Il quarantenne Muccino non ama i suoi coetanei. Anzi, verrebbe da dire che con 'Baciami ancora' ha voluto aggiornare il famoso incipit di Paul Nizan: «Avevo quarant'anni. Non permetterò a nessuno di dire che questa è la più bella età della vita». Certo, i protagonisti del suo film non hanno la coscienza critica dell'autore di «Aden Arabia», ma il quadro che esce non è molto più confortante. Nonostante la dose di ottimismo che il regista infonde nell'ultima mezz'ora: a volte i personaggi finiscono per contraddire le stesse intenzioni dell'autore. Non sarebbe certo la prima volta, al cinema. (...) Ma il partito preso di far ritrovare allo spettatore i cinque amici più o meno come li avevamo lasciati nell'ultimo bacio finisce per togliere loro la possibilità di una vera evoluzione (non si dice 'maturazione') psicologica. (...) Nonostante i suoi 160 minuti, 'Baciami ancora' rischia di girare su se stesso. Per dimostrare che i quarantenni di oggi sono inconcludenti come i trentenni di ieri? E che se si lascia la vecchia strada per la nuova... con quel che segue? Senza un punto di vista forte che ne giustifichi l'involuzione, tutto sembra già visto e scontato. Resta solo l'idea di dare un seguito a un film di successo. Il che, come dimostra l'esperienza, spesso non è una ragione sufficiente." (Paolo Mereghetti, 'Il Corriere della Sera', 27 gennaio 2010)

"Dov'è finito il direttore d'orchestra dei mille violini suonati dal vento dell''Ultimo bacio'? L'entomologo delle famiglie disfunzionali, con annesse aspiranti veline, di 'Ricordati di me'? Il regista di un capolavoro italo-hollywoodiano come 'La ricerca della felicità'? Si sta prendendo delle pause di riflessione. Prima 'Sette anime', film cardiovascolare salvato da Will Smith e un indiscutibile Rosario Dawson. Ora, Muccino si permette il lusso di un sequel dell''Ultimo bacio', 'Baciami ancora', che è esattamente quello che i detrattori speravano e, forse, i fan temevano. Un polpettone sbrodolato, un grande semifreddo squagliato che ripresenta i protagonisti dell''Ultimo bacio' invecchiati, banalizzati, impantanati in una noiosa routine di incomprensioni, puerili ribellioni, sofferenza, rassegnazione e tanto forse troppo buon senso borghese. Moti dell'animo urlati e montaggi serrati, in perfetto stile Muccino, annacquato in due ore e mezzo di film." (Luca Mastrantonio, 'Il Riformista', 27 gennaio 2010)

"Non è una Roma immediatamente riconoscibile, quella che Gabriele Muccino ci mostra in 'Baciami ancora'. E una città dilatata e misteriosa, frantumata e complessa come il branco di amici che ritroviamo a dieci anni dall''Ultimo Bacio', allargata come le famiglie del film. (...) Ci sono però due scene simbolo. La prima è girata di notte in Piazza della Consolazione, sotto la Rupe Tarpea, vuole essere un omaggio a 'C'eravamo tanto amati' di Ettore Scola, quando i tre amici, compagni, amanti, tre di tutto, Nino Manfredi, Stefano Satta Flores e Stefania Sandrelli che si fa le foto nella macchinetta, litigano. Una storia raccontata dalle strade. (...) Le location, ben ventidue, comprendono musei (Gnam), cimiteri (Prima Porta), ristoranti (Bagni Blu di Fregene), ospedali (Sant'Andrea), parchi (Villa Borghese), dove Valeria Bruni Tedeschi si porta dietro, in bici, i figli che nella realtà sono figli di Gabriele Muccino. L'altra scena simbolo, già presente nell'ultimo bacio, è la cascata dell'Eur. ll punto dove si sono ritrovati, il simbolo della crescita. Dieci anni fa urlavano i loro sogni. Oggi è la disillusione." (Valerio Cappelli, 'Corriere Della Sera', 29 gennaio 2010)

"Il modo giusto di guardare un film dovrebbe tenere in conto due cose. La prima: un film è un film, non cambia il mondo. La seconda: non cambia il mondo ma può dare grandi emozioni, e allora non bisogna mai perdere la disponibilità a emozionarsi. Qui si parla di Gabriele Muccino e del suo 'Baciami ancora'. Di un regista che fa larghissimo appello, altrove e anche in questo film, alla forza dei sentimenti e delle emozioni. E fa bene, se questa è la sua vocazione. Anzi: è ammirevole il suo lanciarsi senza paracadute, il suo esporsi senza pudore, il suo sfidare anche il ridicolo. Così si fa, se si vuole prendere di petto i sentimenti, che fanno battere il cuore ma sono anche ridicoli. E un suo tratto distintivo, ed è rispettabile. Non ha paura, come non ne avevano i romanzi d'appendice ottocenteschi. Forse non possiede l'astuzia e la finezza di un Peter Weir, formidabile giocoliere dei sentimenti, quello di 'L'attimo fuggente', ma è un bravissimo regista che si serve dello strumento del cinema con molta sapienza. (...) Dunque un po' inventario di luoghi comuni, arcilogori ma anche veri, dell'amicizia e dell'amore. Ma va bene, Muccino è un po' così: non racconterà Grandi Cose ma le ovvietà che racconta le sa raccontare. (...) Difficile non notare che, consumata la freschezza della prima volta, il compito sia pur brillantemente svolto, e con il conforto di tutte le astuzie musicali del caso, è quello un po' forzato di serializzare ciò che era stato un prototipo." (Paolo D'Agostini, 'la Repubblica', 27 gennaio 2010)

"Questa, insomma, l'ideologia del giovanilismo forzoso messa in scena abilmente da Muccino: la visione del mondo in cui la maturità non ha cittadinanza perché coincide senza resti con la crisi di mezza età, un mondo in cui non c'è spazio per l'età adulta." (Antonio Scurati, 'La Stampa', 27 gennaio 2010)

"Apparato sentimentale arcaico da play station, fotoromanzo anni Cinquanta dinamizzato sul ritmo delle soap-opera, tagli e cuci sulle coppie che intrecciano il loro «senso della vita» in un affresco generazionale. Nove anni dopo 'L'ultimo bacio', Gabriele Muccino, tornato dall'esperienza americana, capita nella profonda notte italiana, nella dimensione produttiva dei lucchetti d'amore, che gli avrà fatto l'effetto di un 'back to the future', preistoria di fronte alla dinamica dei sessi made in Usa. (...) Non si sono mai viste tante donne chiamate a interpretare la parte di feroci sentinelle dell'egoismo, odiose assassine dell' «amore libero», istitutrici del buon senso. L'allegra comitiva dei maschi scalpitanti, indecisi se darsi all'avventura, passar di fiore in fiore, o tornare da moglie e figli, è il risultato di un post-femminismo d'epoca, vissuto come perdita di identità virile. Eravamo sicuri che alla perdita fosse seguita da tempo la gioia del transgender, invece eccoci alle prese con Carlo (Stefano Accorsi), Marco (Pierfrancesco Favino), Paolo (Claudio Santamaria), Adriano (Giorgio Pasotti), Alberto (Marco Cocci), marziani di cui non capiamo il linguaggio. Né le parole né le forme espressive, a partire dalla imbarazzante messa in scena, il montaggio, le luci, le segnaletiche. Le pance, monito ai mariti, le croci disseminate dappertutto (a sostegno del ricorso italiano contro la comunità europea che non le vuole nei luoghi pubblici?) i figlioletti vendicativi che rifiutano il padre perché fu latitante beat, le ex con il fucile in mano, che sbattono fuori dalla porta a ogni inquadratura i loro uomini perché non ancora «affidabili», Le bravissime attrici (Vittoria Puccini, Sabrina Impacciatore, Daniela Piazza, Francesca Valtorta, Valeria Bruni Tedeschi, Sara Girolami) faticano come gli attori (il top) a mettersi nei panni di questi stereotipi di un tempo, ormai caricature, fuori dalla commedia all'italiana del dopoguerra. Meraviglia che il Muccino di 'Come te nessuno mai' (1999) sprizzante talento e leggerezza, sensibile indagatore di sentimenti adolescenziali, sia precipitato in una «normalità» da catalogo Ikea. Il fantastico Claudio Santamaria, nella parte del fuori di testa impasticcato, viene inquadrato di spalle nel quadro di una finestra sullo sfondo di una pioggia luccicante e apocalittica nell'atto di spararsi un colpo alla testa, compiacimento spettacolare, effetto da brivido. Perché deve essere questa la narrazione della «meglio gioventù»? Automi, macchiette, macchine anti-desideranti, che suscitano ilarità. Ma non è la forza impudica dei sentimenti a provocare le risate, è l'assenza di ogni sfumatura, dettaglio, imprevisto. Mai un detour." (Marluccia Ciotta, 'Il Manifesto', 29 gennaio 2010)
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