Più coraggio, più sviluppo, più rischio. Meno conformismo. Alla 41ª edizione del Premio Solinas il rapporto tra produttori e autori è diventato uno dei modi per discutere della crisi del cinema italiano e della sua difficoltà a ritrovare il pubblico.

Il confronto è iniziato con Riccardo Tozzi, Carlo Cresto-Dina, Levi Riso e Silvio Soldini ed è proseguito il giorno successivo con Stefano Sardo, Ilaria Macchia e altri sceneggiatori e produttori. Una discussione senza una soluzione condivisa. Cresto-Dina, partendo dal suo È un’impresa fare un film, ha insistito sulla necessità di intervenire sui processi: il produttore come figura che «gestisce processi collettivi creativi complessi», non semplice finanziatore ma parte attiva nella costruzione dell’opera.

foto @ AZZURRA PRIMAVERA
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Tozzi ha spostato il problema sulla selezione e sullo sviluppo. «Fare un film sbagliato non vuol dire essere coraggiosi». L’innovazione, ha sostenuto, deve nascere dal rapporto tra produzione e autori, prima che il progetto arrivi alla distribuzione.

Dentro il confronto è tornata più volte la stessa richiesta: rischiare di più sui giovani, sugli sguardi non conformi, su storie che non nascano già normalizzate dai modelli che hanno funzionato. Ma è emerso anche uno smarrimento più generale. Il settore sa indicare alcuni problemi - lo sviluppo insufficiente, il rapporto debole con il pubblico, il peso della distribuzione, la comunicazione tardiva, il marketing digitale ancora fragile - molto meno una ricetta condivisa.

Marcello Fois ha portato la polemica sul terreno della qualità. Prima di accusare il pubblico di essersi allontanato, ha sostenuto in sostanza, bisognerebbe chiedersi a quali prodotti lo abbiamo abituato e quanto cinema mediocre gli abbiamo chiesto di ingoiare. Un intervento ruvido, ma utile e persino necessario.

Anche perché il dato della sala resta difficile da eludere. Dopo Venezia, film italiani premiati e apprezzati dalla critica stanno incontrando maggiori difficoltà quando arrivano al pubblico. I figli della scimmia di Tommaso Landucci, uscito il 17 settembre dopo i premi Orizzonti per Riccardo Scamarcio e per la sceneggiatura, è uno degli esempi di un riconoscimento festivaliero che non coincide automaticamente con una forte risposta commerciale.

Il box office, naturalmente, non misura la qualità di un film e non può diventare l’unico criterio per valutare l’efficacia di un sistema. Ma il problema dell’incontro con gli spettatori rimane.

I vincitori del Premio Solinas 2026, Antonella Gaeta e Ardalan Nabavinejad, con Chiara Sbarigia, Luca Galassi e Annamaria Granatello foto @ AZZURRA PRIMAVERA
I vincitori del Premio Solinas 2026, Antonella Gaeta e Ardalan Nabavinejad, con Chiara Sbarigia, Luca Galassi e Annamaria Granatello foto @ AZZURRA PRIMAVERA

I vincitori del Premio Solinas 2026, Antonella Gaeta e Ardalan Nabavinejad, con Chiara Sbarigia, Luca Galassi e Annamaria Granatello foto @ AZZURRA PRIMAVERA

Il Solinas continua intanto a fare il suo mestiere, che è quello di cercare storie che diventino buoni film. Il Premio Franco Solinas per il miglior soggetto è andato a La cerimonia , titolo originale Alam Danai – Stranieri nella notte, di Antonella Gaeta e Ardalan Nabavinejad. La storia è ambientata a Ostia, durante la veglia funebre di una ex attrice iraniana vissuta ai tempi dello Scià. Una studentessa iraniana che l’assisteva deve occuparsi del funerale; nella notte arriva un giovane mandato dal figlio della donna. Attorno alla morte si incontrano due solitudini, ricordi di un altro Paese e una relazione destinata a non cominciare. La giuria ha premiato la precisione dei dettagli e dei rituali, parlando di «una piccola storia con un grande cuore».

Due le menzioni speciali. Fiskemann , di Gianmaria Lupo Cerutti, Sofia Corbascio e Tommaso Diaceri, segue una coppia di documentaristi attraversata da un lutto e porta la storia tra i fiordi artici, intrecciando perdita, trasformazione e paesaggio. Miss Sarajevo , di Carlo Sorrentino, Giacomo Juan Tatò e Francesco Taverna, parte invece dall’assedio della città e dal desiderio di due ragazze di partecipare a un concorso di bellezza: un gesto apparentemente futile che diventa una forma di resistenza alla guerra.

Le vincitrici di Experimenta Serie, Federica Curti e Michela Nuti foto @ AZZURRA PRIMAVERA
Le vincitrici di Experimenta Serie, Federica Curti e Michela Nuti foto @ AZZURRA PRIMAVERA

Le vincitrici di Experimenta Serie, Federica Curti e Michela Nuti foto @ AZZURRA PRIMAVERA

Per il Premio Solinas Experimenta Serie ha vinto Mèsa , di Federica Curti e Michela Nuti, ispirato alla storia della cantautrice romana e alla scena musicale indie. Il progetto racconta il passaggio all’età adulta attraverso ansia, desiderio e aspirazione creativa, costruendo, secondo la motivazione, un «ritratto femminile complesso e modernissimo».

A chiudere la giornata è stato il panel sul rapporto tra cinema, serie e letteratura, costruito attorno alla ricerca “Dallo schermo alla pagina: l’effetto dell’audiovisivo sull’editoria e i lettori italiani”, realizzata da NIQ per Netflix, partner del Premio Solinas per La Bottega della Sceneggiatura. Lo studio considera 187 film e serie distribuiti tra il 2022 e il 2025 e mostra quanto lo schermo possa riattivare la lettura: nelle prime quattro settimane dall’uscita di un adattamento, le vendite del libro crescono mediamente del 197%, restano al +120% nelle prime sedici settimane e al +64% sull’arco di 44 settimane.

Per la Gen Z film e serie sono inoltre la seconda fonte di scoperta dei libri, al 35%, alla pari con i video sui social. Il 51% dei lettori vorrebbe più adattamenti audiovisivi, percentuale che supera il 60% tra Millennials e Gen Z.

Il dato suggerisce che cinema, serie, libri e social non sono più mondi separati. La capacità di una storia di circolare tra linguaggi e pubblici è ormai parte del suo destino.

Il Solinas resta per questo una bussola utile per capire dove si sta muovendo l’audiovisivo italiano: quali storie sta cercando, quali sensibilità stanno emergendo, quale immaginario potrebbe arrivare sugli schermi. In 41 anni ha contribuito alla nascita di 189 opere audiovisive (e tra gli autori passati dal premio c’è anche Paolo Strippoli, oggi designato con L’Estranea a rappresentare l’Italia nella corsa all’Oscar internazionale).

Una bussola che registra anche l’incertezza del momento. Nonostante molti discorsi, non è ancora chiaro se, per ritrovare il pubblico, il cinema italiano debba soprattutto rischiare di più sulle storie o imparare finalmente a raccontare meglio quelle che produce.