Glenn Ford non si considera un attore in grado di interpretare personaggi sempre diversi ma si limita a essere se stesso. “La cosa più ridicola che potrei fare sarebbe recitare Shakespeare”, diceva. Era nato a Sainte-Christine, Canada, il 1° maggio 1916, morirà a Beverly Hills il 30 agosto 2006. Soltanto a trent’anni, dopo una decina di titoli qualsiasi, la grande occasione gliela offre Rita Hayworth che lo vuole accanto a sé in Gilda (1946) di Charles Vidor. L’abbagliante sex appeal dell’attrice lascia il segno nell’immaginario del nostro tempo, mentre assicura la notorietà al suo partner. Peccato che la magia non si ripeta in Gli amori di Carmen (1948) ancora di Vidor, né in Trinidad (1952) di Vincent Sherman, due dei film in cui all’epoca fanno coppia.

Il volto imbronciato, la virilità discreta, il tratto sornione – un occhio da gatto e l’altro da volpe – lo rendono perfetto per l’universo più ombre che luci del noir. L’ingegnere minerario di Il cerchio si chiude (1947) di Richard Wallace sta per cadere nella trappola della dark lady di turno quando scende la notte nel cielo dei bar, ma una sterzata del destino gli evita il peggio. La tenacia è il distintivo dell’agente del fisco di Mani lorde (1949) di Joseph H. Lewis che indaga sul re delle scommesse immergendosi, tra inganni e ricatti, nel cupo mondo della malavita, raccontato con scorci documentaristici e onirici. Il sergente di Il grande caldo (1953) di Fritz Lang è il classico poliziotto onesto nella città corrotta. Quando gli ammazzano la moglie sembra cercare la vendetta privata, lasciando affiorare per un momento il suo lato oscuro, segnato dalle pulsioni di morte.

Glenn Ford in Il grande caldo
Glenn Ford in Il grande caldo

Glenn Ford in Il grande caldo

Sono innumerevoli i western che attraversa al galoppo, inseguito dalla sua fama di pistolero. Il bottegaio di La pistola sepolta (1956) di Russell Rouse è costretto a misurarsi con l’aggressivo Broderick Crawford, riuscendo a vincere il duello e a seppellire il killer che è in lui. Quel treno per Yuma (1957) di Delmer Daves scandisce con singolare verità psicologica il rapporto tra lo spavaldo bandito e il colono che gli ha salvato la vita e lo scorta verso la prigione. L’esperto mercante di bestiame di Cowboy (1958), ancora di Daves, si scontra con l’imbranato Jack Lemmon nel lungo viaggio verso il Messico. Finale all’insegna dell’amicizia virile con i due che si divertono a sparare agli scarafaggi sulla tappezzeria dell’albergo.

Si destreggia anche nei ruoli brillanti, grazie alla sua ironia. Angeli con la pistola (1961) di Frank Capra è la bonaria parodia del gangster-movie in cui incarna un memorabile Dave lo Sciccoso. Una fidanzata per papà (1963) di Vincente Minnelli è una piacevole commedia per famiglie dove il piccolo Ron Howard gli ruba la scena. Si congeda dal cinema con Superman (1978) di Richard Donner nel ruolo del padre adottivo del supereroe. Sposatosi quattro volte, il figlio Peter gli dedica una bella biografia rievocando la passione dell’attore per il cinema americano di una volta.