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La notizia era nell’aria da un po’, Variety ne ha dato conferma: Neon è in vendita. Non tutta, ma una quota consistente. Department M, una società di produzione fondata solo due anni fa da Mike Larocca e Michael Schaefer, è in trattative avanzate per acquisire una parte significativa dello studio che si è portato a casa l’Oscar per Parasite e Anora. Un consorzio di investitori privati starebbe sostenendo l’operazione.
Non è la prima volta che Neon finisce nel radar di un’operazione di acquisizione: nel 2022 aveva già esplorato una possibile vendita (poi sfumata). Dato per scontato che non si tratti di una cessione totale ma di un’ipotesi di ingresso nel capitale, il punto da dirimere è inevitabilmente il controllo: quanto ne resterà in capo a Tom Quinn, fondatore e CEO, e al suo management tragovernance, linee editoriali e strategie?


Neon nasce nel 2017 a New York, fondata da Tom Quinn (con Tim League tra i co-fondatori), con una mission aziendale chiarissima: distribuire il meglio del cinema internazionale, autoriale e di genere (si veda il successo di un horror come Longlegs), soprattutto se ha l’aurea del cult.
Neon non si limitata ad acquistare bei film, ma costruisce un’identità editoriale riconoscibile. Riscrivendo il lavoro del distributore in termini di “curatela”. Funziona così: prende un titolo dai festival, lo posiziona con precisione (uscita, target, narrazione), lo sostiene con il marketing e una ricca campagna premi e lo porta a diventare quasi mainstream, tra riconoscimenti, incassi, impatto culturale.
L’ascesa del marchio è repentina, formidabile: sei Palme d’Oro consecutive conquistate (da Parasite a Un semplice incidente), un record. Sempre sul fronte premi, Parasite e Anora hanno entrambe vinto l’Oscar per il miglior film, un biglietto da visita difficilmente replicabile dai suoi competitor. Neon è decisamente il re degli studios boutique.
Proprio in considerazione della sua forza e del prestigio, potrebbe sembrare un controsenso la messa in vendita delle sue quote. Invece è proprio il contrario. Ci sono almeno quattro validi motivi industriali per promuovere questa operazione.
Capitalizzare
Neon è arrivata a un punto di non ritorno: la sua filosofia della curatela ha rivoluzionato il mercato distributivo moltiplicando il valore del segmento specialty, ovvero quello dei film non mainstream (dal cinema d’autore ai documentari). In questo segmento Neon è padrone indiscusso. Tuttavia, il mercato è instabile, i costi di acquisizione, di lancio e di distribuzione crescono e il pubblico è meno prevedibile. Vendere una quota può voler dire monetizzare quando la sua valutazione è massima, incassare parte del valore creato – facendo uscire alcuni investitori e riducendo l’esposizione finanziaria - e dotarsi di nuove leve finanziarie per continuare a vincere aste e sostenere uscite ambiziose senza dipendere, ogni volta, dal prossimo colpo.
Modello costoso
Il modello Neon si regge su acquisizioni aggressive e campagne marketing (P&A) capaci di trasformare un titolo da festival in un film pop. Ma competere in questo mercato, vincendo le aste e sostenendo uscite theatrical ambiziose, richiede cassa e, soprattutto, resistenza al rischio: un socio finanziario riduce questo tipo di pressione. Già nel 2024 Neon si era mossa in questa direzione stringendo una partnership finanziaria non esclusiva con Waypoint Entertainment (la società di Ken Kao che ha prodotto in passato titoli come La favorita e Silence) per sostenere una line-up di film indipendenti “più grandi”, nell’ordine dei 10 milioni e oltre di dollari.


Parasite
Era già evidente, dunque, l’intenzione di Neon di spostare una parte del rischio d’impresa più a monte entrando già nella fase di finanziamento e di sviluppo. La partnership con Waypoint serviva a superare le fragilità di un modello “solo distributivo”, garantendo più capitale, più continuità di flusso, più possibilità di costruirsi i film in casa.
Integrazione verticale
L’ingresso di un produttore (Department M) può creare filiera: dallo sviluppo ai festival alla distribuzione. Il punto è che, nel cinema indipendente, il percorso di un film è spesso spezzettato: qualcuno sviluppa e produce, poi si va ai festival a “metterlo sul mercato”, poi un distributore lo compra e decide se e come farlo uscire. È un modello che funziona, ma è anche pieno di incertezze: non sai se il film verrà selezionato, non sai se ci sarà un’asta favorevole, non sai se il distributore investirà davvero nel lancio. Se entra in Neon un soggetto come Department M (cioè un produttore con accesso a capitali), può nascere una “catena del valore” più controllata. Per Neon questa cosa ha un vantaggio enorme: invece di dipendere solo dal mercato delle acquisizioni - dove ogni titolo è una scommessa e ogni asta è una guerra - può contare su un catalogo proprio di film, pensati fin dall’inizio con una traiettoria distributiva coerente col brand. D’altra parte, per Department M il valore è speculare: avere una quota in un distributore come Neon significa garantirsi una porta d’accesso forte al mercato domestico americano.
Difesa dalla concorrenza
Le aste ai festival (dal Sundance a Cannes, da Berlino a Venezia) non sono più solo terreno di caccia dei distributori indipendenti: piattaforme e soggetti ibridi con tasche più grandi costituiscono oggi player aggressivi, regolarmente seduti al tavolo delle acquisizioni. Questo cambia i prezzi e le regole del gioco. Quando in un’asta entrano Netflix o Apple, che non ragionano come distributori “puri” e hanno obiettivi più ampi (library, abbonamenti, brand, ecc…), i prezzi salgono inevitabilmente. Si tratta di attori globali che possono permettersi di pagare di più perché monetizzano su diritti globali, catalogo e reputazione. Un’etichetta distributiva come Neon rischia una “guerra di logoramento”: o alza l’offerta (e si espone di più), oppure rinuncia a certi titoli. In questo scenario, avere un partner finanziario equivale ad avere più munizioni per restare nel gioco. Non è teoria: le cronache del recente Sundance 2026 ripostano di una guerra di offerte su The Invite che ha coinvolto Netflix, Apple e diversi studios e distributori tradizionali. Alla fine l’ha spuntata A24, una delle indie più agguerrite insieme a Balck Bear.


Oltre agli streamer, tra i concorrenti ci sono marchi “prestige” con dietro i polmoni dei grandi gruppi, come Focus Features (Universal) e Searchlight (Disney).Tra i player ibridi in ascesa va citato MUBI, che persegue un modello streamer + distributore, e che si è distinto allo scorso Festival di Cannes con aste molto aggressive (non a caso nel 2025 si è parlato molto dell’investimento da 100 milioni di dollari di Sequoia in MUBI).
E a Sundance 2025/2026 MUBI compare come acquirente in aste “competitive”, cioè proprio quelle che gonfiano MG e condizioni.
Il futuro prossimo
In attesa di conoscere come lo studio uscirà dai prossimi Oscar (15 marzo), dove si presenta forte di titoli come Sentimental Value di Joachim Trier, Un semplice incidente di Jafar Panahi (It Was Just An Accident), Agente segreto di Kleber Mendonça Filho e Sirât di Oliver Laxe, Neon sta pianificando le prossime uscite sul mercato nordamericano (al Sundance ha acquistato l’horror Leviticus e ha già in pancia il nuovo film di Ryusuke Hamaguchi, All of a Sudden). Dovesse andare in porto l’acquisizione di quote, Department M porterebbe in dote il remake dell’horror La mano sulla culla; l’ultimo film di Steven Soderbergh, The Christophers; l’adattamento di Jo Nesbø con Aaron Taylor-Johnson e Benedict Cumberbatch Blood on Snow, che sarà diretto da Joji Fukunaga. Quanto alla Neon che nascerà da questo accordo è difficile fare previsioni. C’è uno scenario in cui Department M entra come socio finanziario, ma l’architettura rimane in mano a Quinn e al suo team, la linea della continuità. C’è poi quello ibrido, con produzione e distribuzione che si saldano per sviluppare film a medio budget con ambizione theatrical, riducendo la dipendenza dalle aste da festival.C’è infine un terzo scenario, lo potremo chiamare della “normalizzazione”, in cui l’ingresso di nuovi investitori sposta il baricentro su politiche industriali più lineari, con meno scommesse è una maggiore presenza di titoli “sicuri”. Ma con un rischio reputazionale molto alto per il marchio Neon.
