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Marilyn Monroe
La mostra la Cinémathèque française dedica a Marilyn Monroe (fino al 26 luglio) in occasione del centenario della sua nascita (1 giugno 1926) si apre con una foto scattata sul set di Quando la moglie è in vacanza, commedia allucinatoria sull’adulterio diretta da Billy Wilder. L’attrice non c’è, in campo ci sono soprattutto uomini eccitati venuti ad assistere alla scena pensata con cura per diventare cult: il soffio della metropolitana che solleva il plissé candido della diva.
Prima ancora che il film esca in sala, la Fox, principale datore di lavoro dell’attrice, con cui entrerà in aperto conflitto, organizza l’arrivo di una folla e crea l’evento. Il cordone di polizia (“Police line, do not cross”) replica il soggetto del film: avvicinare sempre di più il corpo della star ma poi scartarne la gioiosa disponibilità e la morale è salva. Ma quel corpo è mai esistito al di fuori dell’immaginario bieco e ossessionato dell’americano medio, incarnato da Tom Ewell? Tutti questi sguardi rivolti verso un fuori campo immaginario, cosa ci raccontano dell’America del dopoguerra?


Tom Ewell e Marilyn Monroe in Quando la moglie è in vacanza
L’allestimento della mostra funziona secondo un principio di rimbalzo, tra Marilyn Monroe e quelli che la guardano, allora come oggi. Nell’esposizione l’esultanza dello sguardo si accompagna al suo rovescio, l’abuso, la predazione.
Questo rapporto di forza è al centro del percorso proposto dalla Cinémathèque che rivela come Marilyn Monroe sia stata concepita, una creatura da laboratorio ‘sceneggiata’ e venduta dallo studio, almeno fino a quando l’attrice non proporrà la propria versione di se stessa e, più concretamente, tenterà di farsi pagare per ciò che rende. Felice l’idea di esporre tutti gli “strumenti di tortura” degli anni ’50, a cui le attrici dovevano sottoporsi, ritoccando colore e foggia dei capelli o modificando addirittura la mascella. L’enorme macchina per la ‘permanente’ che campeggia a metà del percorso sembra uscita da un romanzo di Orwell…
Nessuna sofisticatezza superflua nella scenografia cronologica, dai suoi esordi come pin-up – una ragazza coi capelli rossi, in costume da bagno bianco, il cui sorriso e le guance rosa sono una promessa di felicità – fino alle foto in bianco e nero della sua camera, del letto sgualcito dove il suo corpo fu ritrovato una notte dell’agosto 1962, accanto un comodino che crolla sotto il peso dei barbiturici.


Marilyn Monroe
Ogni sala ripercorre le tappe della sua breve e intensa carriera e ribadisce la volontà accanita di ribaltare il male gaze, quello sguardo maschile che inchiodò Norma Jean Baker come una farfalla alla pellicola. La selezione delle foto, delle sequenze, del materiale d’archivio contestualizzano e mostrano Marilyn come una donna del suo tempo, con le curiosità intellettuali della sua epoca, eludono soprattutto la sua vita sentimentale, preferendo concentrarsi sulle sue interpretazioni di attrice, come riflesso di un talento inaudito e dei suoi stati psicologici al cuore di un sistema che la rende popolare e la reprime allo stesso tempo. Si delinea così la donna dietro l’icona e si impone l’intelligenza dell’interprete, ridotta troppo spesso a una onomatopea (poupoupidou).
Come l’abbiamo dimenticata? Come la ricordiamo? Un patto con la luce, un corpo dai gesti leggeri, quasi accidentali, carezzevole, aliena e sempre sola alla finestra mentre il maschio medio se ne va beato a ritrovare moglie e figlio (Quando la moglie è in vacanza). Il breve sorriso che Marilyn gli rivolge, pieno di compassione per quell’uomo risolutamente mediocre, è un’ammissione di impotenza: impossibile appartenere alla società quando si è il suo specchio sublime e maledetto.
Il numero di maggio della Rivista del Cinematografo è dedicato al centenario di Marilyn. Puoi acquistarlo in digitale o abbonarti per non perdere neanche un’uscita.
