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Josh e Benny Safdie sul set di Diamanti grezzi - Foto Wally McGrady
Ogni epoca è stata definita dai suoi eroi: epici e letterari prima, cinematografici poi. Eppure, come spesso accade quando un modello si sedimenta, l’immaginario inizia a cercare una crepa, una deviazione capace di attraversare il mito senza appartenergli davvero.
È così che si è imposto l’archetipo dell’antieroe: protagonista atipico, pieno di fratture, di strade percorse controcorrente; un personaggio che nel cinema e nella serialità americana ha incarnato per anni trasgressione, sovversione e ironia.
Quell’energia sembra essersi trasformata. Personaggi come il guidatore (the Driver) impersonato da Ryan Gosling in Drive o Lou Bloom, personaggio del film Nightcrawler, possedevano una carica leggibile, una direzione, una moralità distorta, ma collocabile. Oggi quella traiettoria sfuma e restano sulla scena protagonisti incredibilmente complessi e affascinanti, ma indecifrabili. Non più controcorrente, bensì eccentrici per condizione.
Questa idea è un passaggio che trova nel cinema dei fratelli Josh e Ben Safdie il suo laboratorio più prolifico. Le figure di Connie Nikas e Howard Ratner, Good Time e Uncut Gems diventano una bussola per leggere la mutazione dell’outsider: figure marginali che vivono il gesto di opposizione non come momento eccezionale, ma come ambiente naturale. È una scelta ontologica di un cinema che rinuncia a proporre un’alternativa e, soprattutto, a emettere un giudizio morale.
Connie Nikas e Howard Ratner: l’opposizione come condizione, non come progetto
Connie Nikas (Good Time), interpretato da Robert Pattinson, non è l’eroe tragico, né l’antieroe romantico: è un corpo in fuga. Vive di improvvisazione, urgenza, truffa, pressione. La sua intelligenza non è strategia, ma sopravvivenza: a guidarlo è un istinto nervoso che si aggrappa alle possibilità.
Howard Ratner (Uncut Gems), interpretato da Adam Sandler, è invece un uomo che ha trasformato il futuro in una scommessa permanente. È un personaggio che non cerca redenzione, ma intensità e movimento. Ogni relazione diventa trattativa e qualsiasi gesto contiene una richiesta mascherata da affare.
Connie e Howard cercano un’affermazione dentro un ambiente caotico, e proprio qui risiede uno degli elementi più impressionanti del cinema Safdie: il caos si fa linguaggio.
“It’s just you and me”, dichiarato da Connie nel primo dialogo di Good Time, è un manifesto di individualismo. Non è una frase ribelle: è una diagnosi. Da quel momento tutto accade come conseguenza naturale di un mondo che non prevede comunità, che non concede appigli morali, che non offre alcuna alternativa.
Per Connie, l’atto della rapina è l’innesco: una decisione che scatena una serie di permutazioni dove ogni scelta apre un varco più stretto del precedente. In Good Time, come dimostra la scena in ospedale, esiste soltanto il tentativo continuo di forzare l’imprevisto.
La stessa logica governa Howard Ratner. La sua scelta di scommettere non è una strategia per vincere: è un modo per rimandare la fine.
La mancanza di un disegno strutturato rende questi personaggi vulnerabili, ma anche comprensibili. Per intenderci, siamo in un territorio diverso rispetto a figure come Julian (Ryan Gosling) in Only God Forgives, di Nicolas Winding Refn, dove la violenza si muove attraverso un piano quasi rituale. Nei Safdie non c’è un piano o un’azione dichiaratamente vendicativa. Connie e Howard sono il prodotto di un mondo che ha normalizzato la disfunzione.
L’outsider nel cinema indipendente contemporaneo
Vedere sullo schermo i personaggi Safdie significa anche interrogarsi su cosa intendiamo oggi per cinema indipendente, e su quale tipo di outsider continuiamo a cercare nel cinema.
Come sottolinea la studiosa Kim Wilkins, professoressa di Media Aesthetics all’Università di Oslo e autrice del saggio American Eccentric Cinema (Bloomsbury Academic, 2020): “la questione è complessa innanzitutto perché il concetto stesso di indipendente è costruito come alterità rispetto a qualcosa, e questo qualcosa è Hollywood. Eppure, sul piano economico e produttivo, gran parte di ciò che chiamiamo indie non è davvero estraneo a quel sistema”.
Proprio per questo, però, l’etichetta conta: influenza le aspettative, stabilisce il tipo di film che immaginiamo di vedere, e soprattutto il tipo di protagonisti che siamo disposti a seguire.
“Se Hollywood tende storicamente a muoversi dentro valori conservatori - spiega Wilkins - ideologie profondamente americane come capitalismo e individualismo ecc.., l’indipendente non si definisce sempre come rottura totale da quei principi”, ma come uno spazio possibile in cui quelle stesse coordinate possono essere messe alla prova.
Questo snodo però influenza direttamente i personaggi proposti, dove non c’è necessariamente un abbandono del canone, quanto la creazione di un immaginario in cui ci aspettiamo complessità, ambivalenza e contraddizione.
Il personaggio, attraverso il film, dunque ci costringe a pensare attraverso di lui. Wilkins porta un esempio illuminante: Bernie di Richard Linklater: “Lo spettatore è chiamato a confrontarsi con un omicidio da parte di un personaggio profondamente amato dalla comunità e, in una certa misura, è il film stesso che incoraggia gli spettatori ad amare”. Il cortocircuito etico nasce proprio da lì: non tanto dal gesto in sé, quanto dalla possibilità che quel gesto venga percepito come “accettabile” perché a compierlo è “qualcuno che ci piace”.
In questo senso, la trasformazione dell’outsider racconta sempre qualcosa del presente, delle sue ansie e delle sue contraddizioni visibili: “Negli anni Sessanta e Settanta - spiega Wilkins - l’etica di molti protagonisti indipendenti poteva coincidere con il disimpegno dalla finalità, con la fuga dalla goal orientation e con una messa in crisi dell’istituzione matrimoniale. Negli anni Novanta abbiamo visto un ciclo di film indipendenti che si sono occupati anche di pedofilia, con Happiness come esempio emblematico. Oggi — e qui l’intervista coglie un nervo scoperto — siamo immersi nella proliferazione di personaggi definiti spesso unlikeable: figure mosse da un interesse personale estremo, o spinte ai margini da condizioni diventate insostenibili a causa delle disuguaglianze sistemiche della vita nordamericana”.
Wilkins portando però l’esempio del film A Real Pain racconta come dentro questo panorama “esiste anche un cinema indipendente che lavora su un’etica dell’empatia”.
C’è ancora spazio, allora, per una moralità intrinseca nelle scelte compiute dai personaggi? Sì, ma non come certezza, dal cinema indipendente ci aspettiamo delle complicazioni “ma ciò non significa un abbandono della moralità - spiega Wilkins- piuttosto un’indagine sulle completezza e la coerenza delle posizioni assunte”.
Il cinema indipendente, quindi, continua a essere il luogo in cui la morale non viene eliminata: viene stressata, piegata e portata in scena come conflitto.
È inserendosi in questo contesto, descritto grazie alle parole della professoressa Wilkins, che i Safdie diventano emblematici. Se l’outsider di un cinema indipendente del passato possedeva ancora un potenziale controculturale, un margine da cui guardare un centro, Connie Nikas e Howard Ratner appartengono a un mondo in cui il margine non è più una prospettiva: è un destino.
È anche, per usare le parole di Wilkins, il segno di un cinema che reagisce a un presente “caratterizzato da logiche sociali di contraddizione negli Stati Uniti” e da un panorama culturale in cui l’indipendente stesso ha cambiato pelle.
È in questa torsione che l’outsider dei Safdie smette di essere l’erede di una controcultura e diventa un segno del presente, attraverso un’eccentricità che non produce più alternativa. I personaggi non sono più “devianti” rispetto a una norma stabile, ma sono essi stessi la rappresentazione di una regola collassata.
E dentro questa cornice il cinema dei Safdie appare quasi spietato: non moralizza, non salva, non punisce. Registra. E nell’essere ancorato alla realtà mostra un’America in cui persino l’immaginario dell’outsider ha abbandonato ogni ambizione controculturale. Ciò che resta è un realismo dell’urgenza: la sopravvivenza come unica forma di identità.


Timothée Chalamet in Marty Supreme
Verso Marty Supreme: che tipo di personaggio americano sta arrivando?
L’uscita in sala di Marty Supreme, diretto da Josh Safdie, può allora essere più di un semplice appuntamento cinematografico: può diventare un’occasione per interrogarsi su quale personaggio americano questa figura incarni oggi, e su come si iscriva alla traiettoria costruita dai due fratelli.
Se Connie e Howard erano personaggi che vivevano l’opposizione come condizione, Marty Mauser potrebbe rappresentare una nuova declinazione di quel modello.
In ogni caso, la questione resta aperta: nel cinema americano di oggi, l’outsider non è più una promessa, ma lo specchio di ciò che gli Stati Uniti sono diventati.

