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Kokuho
Kokuho – Il maestro di kabuki è già nella storia: con l’equivalente di 128 milioni di dollari, è il più grande successo di un film live action in Giappone. Reduce dalla vittoria di 10 Japan Academy Film Prize, presentato in anteprima nazionale al Far East Film Festival, arriva nei cinema italiani dal 30 aprile distribuito da Tucker Film. Ad accompagnarlo c’è il regista Lee Sang-il, giapponese di origini coreane: “Sono stato al Colosseo e ho pensato al pubblico che si emozionava assistendo alle persone che lottavano tra la vita e la morte. È così da sempre, la bellezza e la violenza colpiscono al cuore”.
Una riflessione che incrocia i grandi temi di questo film epico e avvincente, ispirato al romanzo di Shuichi Yoshida: il giovane Kikuo (interpretato prima da Soya Kurokawa e poi da Ryo Yoshizawa), figlio di un boss della yakuza, si fa notare durante un banchetto a Nagasaki esibendosi in un ruolo kabuki femminile. Tra gli ospiti lo nota l’attore kabuki Hanjiro Hanai (il veterano Ken Watanabe), che riconosce immediatamente il talento del quattordicenne. Dopo la morte del padre di Kikuo, Hanjiro accoglie il ragazzo con sé e si trasferisce con lui a Osaka. Lì, Kikuo cresce insieme al figlio di Hanjiro, Shunsuke (prima Keitatsu Koshiyama, poi Ryusei Yokohama). Nonostante le loro diverse origini, i due stringono una forte amicizia, mentre vengono formati insieme sotto la guida di Hanjiro. Solo uno di loro, però, diventerà il più grande maestro di kabuki della sua epoca.


Lee Sang-il
“La violenza è lontana dal kabuki – riflette il regista – ma effettivamente la yakuza è il rovescio della medaglia. Lo si vede nel legame tra il protagonista e suo padre boss e in quello che crea con l’attore che lo accoglie. E il kabuki e la yakuza hanno un’altra cosa in comune: in entrambi i sistemi non si accetta chi arriva dal mondo esterno. Quello del kabuki è un mondo complesso e inaccessibile”.
Il legame tra realtà e finzione è centrale: “La tematica principale è come vive un attore e cosa prova mentre recita. Era importante far capire che il pubblico del film coincide con il pubblico che nel film assiste al kabuki: volevo che ci fosse un’immersione tanto nello spettacolo in scena quanto nel film stesso. Anche il montaggio alternato ha questa funzione: il pubblico deve essere onnisciente”.
E continua: “L’età media del pubblico è spesso alta. Credo gli attori, che sono molto popolari in patria, abbiano rotto alcune barriere, facendo avvicinare gli spettatori più giovani. Gli spettacoli si ripetono da secoli, fanno parte della tradizione, ma le emozioni sono sempre diverse. È qualcosa che ho voluto inserire in alcuni passaggi”. Sul successo del film – che ha ricevuto una candidatura all’Oscar per il miglior trucco – anche fuori dai confini: “Il mondo sta scoprendo la cultura giapponese. Mi sembra che quella americana non sia più così dominante. Il Giappone non è enorme come gli Stati Uniti e la Russia, ha qualcosa in comune con un Paese come l’Italia: l’attenzione all’artigianato, l’importanza della trasmissione di generazione in generazione”.
