Avrebbe compiuto 87 anni il prossimo 14 aprile, Nino Russo, scomparso sabato 11 a Roma. Napoletano, classe 1929, è stato regista di pochi e preziosi film, a lungo impegnato nell’ANAC, l’Associazione Nazionale Autori Cinematografici che lo ricorda per “la sua umanità e il suo lavoro, caratterizzato da una ricerca di innovazione linguistica che fondeva sensibilità politica, astrazione pura e adesione alla realtà sociale”. Con una mossa intelligente e di grande lungimiranza, Russo ha condiviso i suoi tre lungometraggi sul proprio canale YouTube. Un regalo, perché nel cinema di questo intellettuale gentile c’è l’impronta di un artista che ha vissuto i giorni di gloria della sperimentazione teatrale, dalla scoperta dello straniamento brechtiano alle avventure del Gruppo 63, incrociando il Living Theatre con la lezione del teatro di Eduardo fino alla scoperta di Jonas Mekas.

Regista praticamente segreto nonostante la visibilità che lui stesso si è restituito, Russo ha diretto uno dei grandi capolavori nascosti del nostro cinema underground, girato in un anno cruciale come il 1977. Il giorno dell’Assunta è un esordio in 16 millimetri che dovrebbero recuperare tutti quelli che hanno amato Le città di pianura, una delle varie interpretazioni di uno standard tipicamente italiano: il film dei perdigiorno che ammazzano il tempo per non ammazzarsi, da I vitelloni a I basilischi fino a Giovani mariti e Il grande Blek. In questo caso, però, ci sono solo due personaggi (due attori incredibili: Leopoldo Trieste, il vitellone più candido ma soprattutto caratterista di caratura autoriale; e Tino Schirinzi, teatrante esplosivo) che passano il Ferragosto in una Roma completamente deserta.

Nino Russo
Nino Russo

Nino Russo

(dalla pagina Facebook di Nino Russo)

Ai margini della socialità, più dropout che outsider, entrambi emigrati dal meridione per rincorrere il sogno del cinema o comunque dell’affermazione artistica (uno dei due ha girato un documentario su una festa religiosa paesana: lo stesso Russo si è sempre interessato al discorso etnografico, citiamo almeno Festa, farina, e… Culto popolare del Glorioso Alberto), i due chiacchierano e si confrontano per non annegare nell’evidenza della disperazione. E abitano la fine di qualcosa che si plasma dalle rovine imperiali agli sfasciacarrozze fino agli studi di Cinecittà. Intrappolati in una città che ti seduce e ti consuma, i protagonisti vivono un’estate romana prima della sua rinascita: la celebre manifestazione ideata dall’assessore Renato Nicolini, infatti, nacque proprio in quel ‘77 per riconsegnare alla cittadinanza gli spazi pubblici, compresi quelli monumentali, per rispondere alla domanda di convivialità e cultura. Ma Il giorno dell’Assunta inquadra due tipi umani che prescindono la cronaca, talmente emblematici nel loro incarnare lo spaesamento degli intellettuali – o di coloro che si percepiscono tali – nella città vuota così come riemerge in certe pagine più tarde di Francesco Piccolo, Antonio Pascale o Emanuele Trevi.

L’opera seconda arriva undici anni dopo, L’ultima scena, altra magnifica commedia malinconica abbastanza dimenticata, prima parte di un’ode e una trenodia al teatro napoletano che si chiude nel 2000 con il quasi sperimentale Fondali notturni (l’ultima regia è un episodio del collettivo Scossa). Tutto in una sera, quella della prova generale di una scalcinata compagnia, è qualcosa più di un’allegoria: un impiegato comunale (Aldo Giuffrè, clamoroso) che vuole far leggere un testo al capocomico (Vittorio Caprioli, enorme in una delle sue ultime interpretazioni) viene scambiato per un influente critico teatrale e dunque accolto con tutti gli onori nella speranza che parli bene della sceneggiata prossima al debutto, utile anche per scongiurare che il teatro della compagnia diventi sede di una emittente televisiva.

Aldo Giuffré e Vittorio Caprioli in L'ultima scena
Aldo Giuffré e Vittorio Caprioli in L'ultima scena

Aldo Giuffré e Vittorio Caprioli in L'ultima scena

(Webphoto)

Sono gli anni delle battaglie contro l’abuso delle interruzioni pubblicitarie sulle tv private, quel “non si interrompe un’emozione” che trova forma cinematografica in Ginger e Fred o Ladri di saponette. E che Russo, autore militante, trasfigura in questo film strepitoso, dal sapore antico e mai compiaciuto senza che il messaggio implicito prenda il sopravvento. C’è il côté politico, certo, ma L’ultima scena – un titolo crepuscolare che più simbolico non si può – è un omaggio antiretorico alle maschere e alle pratiche del teatro popolare (lo stesso scambio di persone è un gioco archetipico), tra continui rimbalzi tra palco e realtà, verità e finzione, scene madri e colpi di scena. Con un cast esemplare (Marina Suma, Bruno Colella, Sergio Solli, i veterani Ester Carloni e Aldo Bufi Landi, i giovani Angelo Orlando e Carlo Buccirosso), è un grande film sull’arte della commedia e sulla società dello spettacolo. Che testimonia la grandezza nascosta e discreta di un autore da riscoprire.