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Martina Colombari e Checco Zalone in Buen camino
Il mese di maggio di quest’anno è stato il più redditizio dell’era Cinetel. E questo è un fatto. Ma è un fatto anche un’altra cosa: questo è un risultato che si basa sostanzialmente sulle eccezioni, e cioè su pochi film che vanno bene, a volte benissimo, e che spesso – quasi sempre, in realtà – non sono nemmeno italiani. Va così, più o meno, dall’inizio del 2026: dal ritorno in sala di Checco Zalone con Buen Camino (in totale ha incassato più di 76,5 milioni di euro). Da allora, tra alti e bassi, ci sono stati alcuni film che hanno registrato incassi molto importanti. È il caso, per esempio, de Il diavolo veste Prada 2 (31,7 milioni di euro), che insieme a Michael (24,8 milioni) ha contribuito fortemente al record di maggio e alla crescita di aprile. Se però diamo un’occhiata alla top ten del box office di oggi (8 giugno 2026, ndr), notiamo una cosa: non c’è nemmeno un film italiano. Proprio perché questo successo viene in buona parte da fuori, dall’estero, e non si fonda su produzioni locali.


La Grazia - Toni Servillo e Anna Ferzetti - foto © Andrea Pirrello
Per carità: vanno presi in considerazione film come La grazia di Paolo Sorrentino (7,1 milioni di euro) e Le cose non dette di Gabriele Muccino (6,9 milioni di euro), ma anche in questo caso ci troviamo davanti a delle eccezioni. Se facciamo un passo indietro e proviamo a guardare nella sua totalità la lista dei dieci titoli che hanno incassato di più nel corso della prima metà del 2026, scopriamo che la coppia Zalone-Nunziante, Sorrentino e Muccino sono gli unici italiani presenti. Gli altri film che hanno incassato di più sono Super Mario Galaxy, che ha superato gli 11,6 milioni di euro, e Cime tempestose, arrivato a circa 11,2 milioni di euro, Avatar: Fuoco e cenere (che in totale ha incassato più di 25,8 milioni di euro), The Drama (5,2 milioni di euro) e Jumpers – Un salto tra gli animali (5,1 milioni di euro). Altro dato interessante: su dieci film tre sono stati distribuiti da Disney, due da Universal.
La specificità del mercato italiano
Nei prossimi giorni, a cominciare da questa settimana, arriveranno in sala titoli come Disclosure Day di Steven Spielberg, Toy Story 5 e L’Odissea di Christopher Nolan (16 luglio). È evidente la differenza lapalissiana tra il nostro mercato e quello – per esempio – nordamericano. Non parliamo solamente di ricchezza o di risorse interne; parliamo anche di visione d’insieme. All’estero, l’estate viene considerata come un periodo perfetto per i blockbuster, ma pure per i film d’autore e i film di genere più piccoli. Da noi si fa una fatica immensa nel costruire un’offerta affidabile, senza continui cambiamenti di date e con una programmazione continuativa. L’estate italiana è caratterizzata da eventi: ora ci sono Principessa Mononoke e la rassegna dedicata a Hirokazu Kore-eda, che si chiuderà il 1° luglio con After Life. C’è stato anche il documentario dedicato a Marracash e diretto da Pippo Mezzapesa, che dopo la risposta entusiastica del pubblico – parliamo di circa 1 milione di euro di incasso in tre giorni – è stato nuovamente programmato.


Faticano enormemente, e non è un’impressione, i film con un’uscita regolare, non evento, non spinti da quest’idea di eccezionalità e irripetibilità. Smart Working di Svevo Moltrasio ha incassato circa 70 mila euro e raccolto più di 10 mila presenze nel suo primo weekend in sala. Innamorarsi e altre pessime idee di Simone Aleandri, uscito il 28 maggio, ha incassato in totale 196 mila euro, con quasi 29 mila presenze. Se andiamo ancora più indietro, ad Antartica e a Illusione, entrambi usciti il 7 maggio, ci troviamo davanti a incassi di – rispettivamente – 160 mila e 284 mila euro. Quello sul cinema italiano è un discorso molto più ampio, che va, come dimostrano questi numeri, diviso in due macro temi, distinti ma attigui: da una parte abbiamo gli incassi che hanno registrato le sale italiane, comprensivi di tutti i film usciti; dall’altra, invece, abbiamo gli incassi che hanno registrato i film italiani, che a parte poche – pochissime, anzi – eccezioni non sono riusciti a imporsi in questa prima metà del 2026.
La crisi del cinema made in Italy
Il problema, perché è un problema, non riguarda unicamente la filiera produttiva, i finanziamenti che tardano ad arrivare e le idee che si ripetono. Queste cose, se vogliamo, sono la punta dell’iceberg. Perché in realtà idee nuove e buone ce ne sono, pensiamo a Un anno di scuola di Laura Samani. Il punto è il modo in cui il cinema italiano viene percepito dal pubblico. Continuano a resistere i pregiudizi, e c’è una stagnazione importante dal punto di vista della comunicazione e della promozione. In poche parole: si fanno sempre le stesse cose. E si spera nel passaparola, come se fosse un fenomeno completamente alieno e impossibile da sostenere o da innescare. Podcast, salotti televisivi (e ora che è estate e il piccolo schermo rallenta che si fa?), festival che raramente riescono a essere trampolino di lancio, premi che colgono un gusto più o meno comune ma che mancano di incisività; incontri, tour, post, stories, collaborazioni: il pubblico non riesce a rimanere al passo con le tante uscite al cinema, e nella maggior parte dei casi si lascia convincere da chi fa più rumore. E quindi, molto più semplicemente, dai film americani, che hanno una spinta che parte da lontano e che fa decisamente meno fatica nel radicarsi nell’immaginario comune.


Dopo il successo di Parthenope, si è parlato a lungo del risultato che il film di Sorrentino ha registrato tra i più giovani e PiperFilm è stata vista come una delle poche distribuzioni italiane capaci di intercettare un target che, per molto tempo, era rimasto lontano dai cinema, o comunque che lo aveva frequentato poco. Altri hanno cercato di imitare il suo esempio, ma con scarso risultato. Resiste la convinzione, ed è un altro argomento che merita di essere affrontato, di poter replicare pedissequamente quello che, negli Stati Uniti, fanno distribuzioni come A24 e NEON, con questa visione, abbastanza miope, di affidarsi a content creator e influencer sulla base dei loro numeri. Ma è quasi impossibile avere una conversione reale di follower – che comunque fruiscono di contenuti gratuiti, disponibili su piattaforme in chiaro come Youtube e TikTok – in spettatori paganti.
Dai social alle sale: è una ricetta possibile?
Eppure gli investimenti vanno esattamente in questa direzione, e i podcast e i vodcast, parallelamente, continuano ad aumentare. Portando a un risultato quasi opposto rispetto a quello sperato: l’ennesima frammentazione del pubblico, che si ritrova sommerso da contenuti tutti uguali, con gli stessi volti e gli stessi attori, talvolta con le stesse domande, ed è stufo di un film, o di un qualsiasi altro prodotto di intrattenimento, prima ancora di andare a vederlo. Ed è, bisogna dirlo, paradossale. Il cinema italiano, preso nel suo complesso, come sistema, è in crisi. E ce lo ricordano i set che sono stati posticipati e le tante polemiche di questi mesi, nate e morte nel giro di poche settimane, giusto in tempo per riempire le pagine culturali dei quotidiani.
I registi e gli attori, così, finiscono in secondo piano: spremuti fino all’ultimo istante e poi quasi costretti a vedere il proprio lavoro passare rapidamente – a volte di meno, a volte di più – nel dimenticatoio. Gli esercenti si allineano cercando di seguire tutte le nuove uscite, ma diventa difficile, anche perché, tra accordi diretti con i distributori e l’intermediazione delle agenzie, non sempre si riesce a definire una propria linea editoriale. Chi ce la fa va bene, spiccando sugli altri: ma, di nuovo, sono eccezioni. E il pubblico? Il pubblico aspetta il nuovo blockbuster, l’ennesimo film americano, l’horror del momento, e dei film italiani si ricorda solo quando il passaparola cresce e si fa insistente, impossibile da ignorare. Ed è una cosa che, nel giro di questi primi sei mesi, è successa appena una manciata di volte. Il cinema non può vivere di miracoli; non può affidarsi alla speranza di fare bene. Ha bisogno di qualcos’altro: ha bisogno, innanzitutto, di essere realmente un sistema.
