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Gianni Di Gregorio sul set di Astolfo (Foto di Sara Petraglia)
Nel cinema italiano contemporaneo Gianni Di Gregorio occupa un posto a sé. Mentre molti registi cercano l’eccezionale, il dramma, la denuncia o una riconoscibile esibizione di stile, lui continua a interessarsi a ciò che, almeno in apparenza, non ha nulla di straordinario. Un pranzo di Ferragosto, una casa da lasciare, un amore che arriva fuori tempo massimo, le piccole seccature dell’età, gli amici, i parenti, i vicini. Il presupposto sembra essere che la vita, se la si guarda abbastanza da vicino, non abbia bisogno di essere caricata di significati: ne possiede già in abbondanza.
Da Pranzo di Ferragosto a Gianni e le donne, da Buoni a nulla a Lontano lontano, da Astolfo, fino a Come ti muovi, sbagli, Di Gregorio ha costruito film che si riconoscono quasi subito. Ci sono uomini e donne comuni, molti anziani, amici, parenti e conoscenti; e c’è soprattutto una Roma quotidiana, poco monumentale, lontana sia dalla città da cartolina sia dalle periferie raccontate in chiave programmaticamente drammatica da tanto cinema recente. La sua Roma è fatta piuttosto di appartamenti, cortili, bar, trattorie, strade percorse tutti i giorni. Una città abitata prima ancora che filmata.


Gianni Di Gregorio in Come ti muovi, sbagli
(Francesco Gallo)La leggerezza è probabilmente la qualità che più immediatamente si associa al suo cinema, purché non la si confonda con la superficialità. Di Gregorio parla del tempo che passa, della solitudine, delle ristrettezze economiche, degli acciacchi e della vecchiaia; solo che preferisce farlo senza insistere. Non sottolinea quasi mai ciò che dovrebbe commuovere, non forza una battuta perché faccia ridere. Lascia che siano le situazioni e i personaggi a trovare il proprio tono.
Viene in mente, naturalmente con tutte le differenze del caso, il «grado zero della scrittura» di Roland Barthes: l’idea di uno stile che tende alla trasparenza, che cerca di liberarsi dell’ornamento. Nei film di Di Gregorio c’è qualcosa di simile. La semplicità è solo apparente, perché per ottenere una simile naturalezza occorrono misura e controllo. La macchina da presa non sembra voler dimostrare nulla e soprattutto non dice allo spettatore che cosa debba provare.
Da questo punto di vista si potrebbe persino parlare, con una formula forse un po’ azzardata, di “neo-neorealismo”. Non perché Di Gregorio riprenda il neorealismo storico o tenti di aggiornarne programmaticamente la lezione, ma perché nei suoi film sopravvive la fiducia nelle persone comuni, negli ambienti reali, nei volti e nella vita quotidiana come materia narrativa. Anche quando inventa, sembra osservare.
C’è però un altro aspetto della sua filmografia che mi pare ancora più interessante. I suoi protagonisti possiedono una curiosa capacità di non lasciarsi schiacciare dalle cose. Gli capita di perdere una casa, di avere pochi soldi, di invecchiare, di innamorarsi quando forse sarebbe più prudente non farlo; incontrano persone invadenti, funzionari ottusi, parenti complicati. Eppure raramente trasformano quanto accade loro in tragedia. Incassano, si aggiustano, qualche volta si spostano di lato e continuano.
Gli antichi avrebbero forse parlato di atarassia. In Oriente si potrebbe pensare, con qualche libertà, a quella disposizione che porta a non identificarsi completamente con gli accidenti dell’esistenza. Nei film di Di Gregorio questa serenità non ha però nulla di dottrinario. È molto concreta, quasi domestica: nasce dall’età, dall’esperienza e forse anche dall’aver capito che buona parte delle cose per cui ci affanniamo non merita poi tutto quell’affanno.


Gianni Di Gregorio e Stefania Sandrelli in Astolfo - Foto di Sara Petraglia
Astolfo ne offre l’esempio più limpido. Il protagonista viene sfrattato dall’appartamento romano e torna nel vecchio palazzo di famiglia in provincia. La situazione, raccontata diversamente, potrebbe essere l’inizio di una storia malinconica sulla decadenza e sulla vecchiaia. Di Gregorio ne ricava invece una commedia in cui dalla perdita nasce, quasi senza volerlo, una nuova possibilità. Astolfo si ritrova circondato da una piccola comunità di uomini un po’ sbandati, degli “scappati di casa”, e finisce persino per innamorarsi. Ha perso qualcosa, certo, ma scopre che non tutto ciò che si perde deve necessariamente essere rimpianto.
Guardando Astolfo mi è tornata in mente una quartina del poeta persiano Ibn Yamin, un epigono – ma non meno interessante – di Omar Khayyam: «Due gallette d’orzo o di frumento; tre vestiti, usati o nuovi; quattro mura dove uno possa sentirsi libero, dove nessuno abbia il diritto di dirti: “Alzati e vattene!”». Al poeta tutto questo sembrava preferibile alla vastità dei regni di Kaiqubād e Kaikhusru.
Non sarebbe una cattiva epigrafe per un film di Di Gregorio. I suoi personaggi non sembrano desiderare molto di più: una casa in cui stare in pace, qualcosa da mangiare e da bere, qualche amico e, se capita, qualcuno da amare. La felicità non consiste nell’avere molto, ma nell’accorgersi di avere abbastanza.
È qui che il suo cinema, senza dichiararlo, incontra una saggezza molto antica. Si potrebbe tirare in ballo Seneca, ma anche certe tradizioni orientali o la poesia persiana: culture lontanissime tra loro che hanno tuttavia insistito sull’idea che la libertà dipenda anche dalla capacità di ridimensionare i nostri desideri. In Di Gregorio tutto questo arriva senza sentenze. Passa attraverso un pranzo, una passeggiata, una bottiglia aperta insieme, una conversazione apparentemente insignificante.
Al centro dei film c’è poi lui, o meglio quel “Gianni” che Di Gregorio ha costruito negli anni e che inevitabilmente lo spettatore finisce per sovrapporre all’autore. È un personaggio candido, ma non ingenuo. Capisce benissimo quando qualcuno cerca di approfittarsi di lui e vede le piccole meschinità che lo circondano; semplicemente, non sente il bisogno di reagire ogni volta come se ne andasse del proprio onore. Sopporta molto, qualche volta troppo, e cerca quasi sempre di uscire dalle situazioni con gentilezza.
Quanto ci sia del vero Di Gregorio in questo personaggio è difficile stabilirlo dall’esterno, ma la continuità con cui ritorna fa pensare che non si tratti soltanto di una maschera comica. Il suo Gianni è soprattutto un uomo che non sente più il bisogno di vincere. In un mondo nel quale bisogna continuamente imporsi, avere successo, dimostrare di essere più efficienti degli altri, la sua apparente arrendevolezza finisce quasi per diventare una forma di resistenza.


Lo stesso vale per la vecchiaia. Di Gregorio è uno dei pochi registi italiani che la raccontano senza trasformarla automaticamente in malattia, rimpianto o anticamera della morte. Nei suoi film invecchiare significa perdere alcune possibilità, certo, ma anche guadagnare una certa distanza dalle cose. Forse persino la capacità di capire quali meritino davvero di essere prese sul serio.
E qui torna inevitabilmente Seneca, per il quale la morte non era uno scandalo ma un fatto naturale, qualcosa che appartiene alla vita esattamente come la nascita. L’uomo contemporaneo sembra invece avere sempre maggiori difficoltà ad accettarlo. Abbiamo fatto dell’io una cosa talmente importante che persino ciò che accomuna ogni essere vivente ci appare come un torto personale.
Il Gianni dei film, invece, viene da immaginarlo capace di accogliere anche quell’ultima seccatura con il consueto sorriso, magari trovando il modo di sdrammatizzarla con una battuta. «La commedia è finita», si dice tradizionalmente davanti alla morte. Nel suo caso verrebbe quasi voglia di aggiungere: la commedia è finita, la commedia è iniziata.
Forse è proprio questa la qualità che rende il cinema di Gianni Di Gregorio così riconoscibile. La gentilezza, nei suoi film, non è soltanto un modo di trattare i personaggi, e la semplicità non è soltanto una questione di stile. Sono anche un modo di stare al mondo. Non occorre possedere molto, né vincere sempre, né avere continuamente ragione. A volte bastano una casa, qualche amico, un pranzo e la capacità di non prendere troppo sul serio né gli altri né, soprattutto, se stessi.
