Correva l’anno 1998, e si faceva Festen – Festa in famiglia. Dalla Danimarca, marcia per antonomasia, veniva la battuta, messa da Thomas Vinterberg in bocca al Michael di Thomas Bo Larsen, che avrebbe informato il lessico familiare del tertio millennio adveniente: “This family is kaput!”.

Ora, basta volgersi al mondo là fuori per intendere che il cinema non s’è qui inventato nulla, s’è limitato a recepire lo stato dell’arte, onorando la riproduzione di realtà cui è preposto, sicché dobbiamo chiederci: dove entra luce tra oggetto e copia, come il cinema, e l’audiovisivo tutto, recita a soggetto, ovvero modellizza, indulge, insinua, preconizza e invera l’attuale sformato famiglia con un surplus di senso e, addirittura, discernimento? Ammesso, si capisce, lo faccia.

All’uopo dobbiamo concederci uno spoiler, che riguarda Sirat: se non l’avete ancora visto passate oltre. Nel film di Oliver Laxe un padre cerca una figlia nel deserto, e nel mentre perde l’altro figlio: ok, ci sono fiabe – Calvino nel contemplarle ha detto tutto quel che c’era e ci sarebbe da dire – che han fatto di peggio, ma interroghiamoci, quanto ormai abbiamo associato alla famiglia il concetto, e l’accadimento, di perdita per poter sostenere in platea o sul divano una tragedia, una sequenza, del genere?

Perché il pargolo che precipita nel vuoto complice un freno a mano che non tiene è un’immagine icastica, è la prova provata della dissoluzione – occhio al termine – vigente: non è forse l’essere figli l’unica condizione universale, non è forse il perdere figli il lutto più terribile, sicché in quale distopia stiamo (soprav)vivendo, a quale apocalisse ci stiamo consegnando? Esplodono le bombe in Sirat, ed echeggia – rivelato nella mia intervista su queste colonne dello scorso dicembre – un antefatto personale di Laxe: “Mi piacerebbe avere una famiglia, ma quattro mesi prima delle riprese ho divorziato. (…) Grazie a Dio. Doveva andare così. Era necessario che avessi questa crisi. Viva la crisi”.

Sirat
Sirat

Sirat

Lo stato è di crisi, il pian(t)o inclinato, il campo, appunto, minato: la cronaca, nera o rosa stinto che sia, è di una separazione annunciata, il gruppo e l’interno – il film di Visconti del ’74 – relitti vecchi di un secolo, i ruoli al più buoni per i giochi, la famiglia non più un’istituzione, ma una condizione. Giammai necessaria, e manco sufficiente, non è condizione dell’essere, ma dell’esistere: c’era una volta un padre, una madre, un figlio, e c’era una famiglia. Corpo intermedio da estinguere o corpo del reato da assicurare, poco importa, di questa destituzione, già istituzione, l’audiovisivo coniuga il congiuntivo imperfetto o, per i pessimisti, il disgiuntivo imperativo: dall’happy end all’end, happy.

Sicché entra, e i cocci sono suoi, la commedia: nel campione d’incassi Buen camino, Checco Zalone ritrova la figlia avuta dall’ex moglie sul Cammino di Santiago e la segue in Ferrari. È qualcosa che lo leggi e subito lo vedi, dunque un’ottima idea cinematografica, e una fedele cartina di tornasole: la Ferrari d’accompagno è l’elemento improbabile, il Cammino, al netto della cartapesta zaloniana, plausibile, al matrimonio finito, e alla figlia estraniata conseguente, manco ci si fa più caso. Almeno prima, al cinema dico, ci si separava, tra un po’ ci si rimetterà insieme, che è l’unica opzione rimasta inevasa.

Martina Colombari e Checco Zalone in Buen camino
Martina Colombari e Checco Zalone in Buen camino

Martina Colombari e Checco Zalone in Buen camino

Stiamo ai nostri colori. Tra i tanti motivi per disistimare l’ultimo film di Muccino, Le cose non dette, ancor più della raffigurazione dei singoli, è la configurazione dei rapporti: le due coppie protagoniste stanno ancora insieme, ciliegina sulla torta dell’incredibilità. Ci sarebbe pure l’orientamento sessuale, rigorosamente ed ecumenicamente etero per tutti i personaggi annoverati, ma non divaghiamo.

Oltre Muccino, si va per le produzioni ultimo scorse, da Hamnet a Una battaglia dopo l’altra, da Sentimental Value a Father Mother Sister Brother, per finiti mondi – “nell'etterno dolore” e/o “tra la perduta gente” no, non esageriamo – e dimezzate possibilità, quasi che la “famiglia quadrata”, nel migliore dei casi, fosse di per sé un impedimento drammaturgico, un’inibizione narrativa. Pensate, per citare un altro titolo che sa di profezia autoavverante, My Father’s Shadow di Akinola Davies Jr., quale arco esistenziale, quale comburente, appunto, narrativo dischiude questa battuta di uno dei due figli: “Siccome tu papà dici che ci vuoi bene, e mamma dice che Dio ci vuole bene… allora più qualcuno ci ama e meno possiamo vederlo?”.

My Father's Shadow
My Father's Shadow

My Father's Shadow

Ecco, la domanda delle cento pistole, a sottendere un mandato di comparizione, ossia una condanna in contumacia, per la famiglia e i ruoli correlati: per citarne uno, O Brother, Where Art Thou?. Era il 2000 e il film dei Coen affidava a un vecchio cieco, dunque veggente, la mozione di riordine: “Anche se la strada è tortuosa e il cuore scoraggiato e afflitto, voi seguite il vostro cammino, seguitelo fino alla vostra salvezza”. Un quarto di secolo più tardi, nessuno si salva da solo abiit ad plures: quel cammino è sempre più individuale, ma sovente eterodiretto. Abbiamo una grande famiglia alle spalle, e futuro incerto. 


Il seguente articolo apre il servizio “Father Mother Sister Brother” sul numero di marzo della Rivista del Cinematografo: abbonati.