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Philomena
Martin Sixsmith e Philomena Lee: due opposti che si intrecciano; la metropoli e la provincia, l'intellettuale e l'ignorante. Scaltro, colto, ironico e arrabbiato lui; semplice, vulnerabile, tristemente rassegnata lei. Due mondi che si incrociano e si ritrovano nell'egida della verità, ciò che li unisce.
Lui è un giornalista "paladino" della lotta per la verità; lei un'anziana signora, un’infermiera in pensione che vuole conoscere la verità su un figlio che le è stato tolto e “affidato” dalle religiose (venduto come corrisponderebbe ai fatti narrati) a una ricca famiglia americana. Avrebbe compiuto 50 anni. Tanti sono gli anni passati dall'ultima volta che lo ha visto ancora bambino su quell’auto elegante che lo portava via, lontano dalle sue attenzioni materne, dal suo bisogno di maternità (lei orfana di madre), al di là dell’oceano.
Il ricordo e il rimorso sono vividi e presenti nei flashback sgranati che intrecciano la storia di una ragazza madre che deve redimersi per essere rimasta incinta con il suo lavoro di reclusa, diventata poi una anziana madre che vorrebbe riparare a ciò che sente come un peso: l’assenza di un figlio che ha generato, ma che non ha cresciuto così come avrebbe desiderato.


Ha già pagato il suo peccato d’amore, imprudente ma voluto, con un giovane amante occasionale non molto più grande di lei, con l'abbandono al suo destino da parte di un padre insensibile e cinico nell'ospizio per “maddalene”. Qui le “madri bambine” segregate perché colpevoli di una maternità non calcolata, meritano la vergogna di essere private di stima e considerazione, compassione e tenerezza. “Sei tu la causa di questa vergogna. Tu e la tua indecenza”, grida una implacabile e cinica suor Hildegarde, ancora giovane, che con fare inquisitorio e anaffettivo interroga la giovane Philomena con deliberata volontà di mortificarla.
Sono due le linee narrative che vorrei far cogliere da questo capolavoro presentato alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2013. La Giuria ne ha riconosciuto il valore di racconto dei buoni sentimenti assegnandogli il premio per la migliore sceneggiatura scritta da Jeff Pope e Steve Coogan (che impersona Martin sullo schermo). Il film avrebbe meritato ben di più. Philomena è una storia ispirata a fatti accaduti, dove la protagonista ha vissuto la terribile esperienza di privazione e ricerca.
Una “storia di vita vissuta”, e qui sta la prima delle linee proposta forse inconsapevolmente dal regista Stephen Frears: mettere insieme e a confronto due esistenze bisognose, a loro modo e personalmente, di equilibrio e pacificazione, il cui percorso comune li porterà a una comprensione nuova della pace interiore, dopo un nuovo “travaglio” non meno faticoso e doloroso, ma non per questo meno utile e fecondo.
Storie di vita vissuta, per “persone stupide, vulnerabili, ignoranti”, sentenzia Martin l’intellettuale, che scrive libri di storia per lettori colti; storie di vita vissuta che affascinano d’altro canto i sempliciotti come Philomena, affascinata dai romanzi rosa che ricorda nei minimi dettagli e che la sorprendono per l’inaspettato, solito, banale happy end. “Beati i puri”… perché possiedono una sapienza speciale, quella fatta di buon senso, cuore e semplicità indispensabili per riuscire ad entrare nel mistero che è l’altro da sé.


La seconda linea narrativa, che è poi quella che mi ha suggerito di scegliere questo film, è il tema della fede e del confronto vivo e conflittivo fra i due protagonisti che ne deriva e che viene affrontato a più riprese. Più volte Martin dichiara di non credere.
Il film si apre descrivendo questa convinzione: al concerto di voci bianche nella parrocchia, il protagonista dice alla moglie imbarazzata per l’uscita anticipata dalla chiesa di non credere in Dio. Philomena invece è ripresa in una cappella mentre prega e accende un cero alla Vergine con il Bambino per un’anima speciale: il figlio perduto. Segue la scena del viaggio in automobile verso il convento delle suore di Roscrea, durante il quale Philomena appende un monile con l’immagine di San Cristoforo e chiede diretta: “Lei crede in Dio Martin?”. L’uomo, sorpreso, risponde: “L’ho sempre ritenuta una domanda difficile priva di risposte semplici”. Poi gira la stessa domanda alla donna che risponde con un sì deciso e disarmante.
La terza scena è quella del confronto con suor Claire; qui Philomena esprime la sua delusione per non ottenere mai risposte concrete sulla sorte del figlio: Io vado ancora a messa e non voglio fare storie, né puntare il dito contro nessuno, né dare colpe alla Chiesa. “Io voglio sapere solo se sta bene. Non c'è neanche bisogno che lo veda”. La religiosa, da parte sua, risponde con bugie pietose e parole di carità superficiali in cui non c'è né verità, né sincerità: Philomena, non possiamo cancellare il suo dolore, ma lo supereremo insieme mano nella mano. Una carità ipocrita, da discount.


Quando poi si imbarazza di fonte alle richieste di delucidazione di Martin chiede all’uomo di allontanarsi, nonostante le garanzie dichiarate da Philomena: Martin è un vero cattolico. Ma lui corregge: “Diciamo che lo ero”. Una quarta scena lo ritrae decisamente più critico e improperante nei riguardi di quella Chiesa che considera il sesso come qualcosa di sbagliato: “Maledetti cattolici”, impreca. E anche se si scusa con Philomena non capisce perché Dio vuole la resistenza al dono del desiderio sessuale di cui ha dotato l’essere umano. “Cos'è, un bel giochino che si è inventato per alleviare la noia dell'essere onnipotente? Non lo comprendo”.
Il culmine delle dichiarazioni di Martin sulla fede arriva quando la protagonista, nonostante tutto, sente il bisogno di confessarsi. “La Chiesa Cattolica dovrebbe confessarsi, non tu”. La fede per lui è cieca ignoranza che genera infelicità. Infine, quando la verità su Anthony/Michael viene svelata, Martin è implacabile con la suora che ha causato tutto questo male in nome di una fede che si è manifestata incoerentemente nel disprezzo. Ma alla malvagità di suor Hildegarde, all’ipocrisia di suor Claire, alla indignazione rabbiosa di Martin, Philomena risponde con l’indulgenza e il perdono. Una scelta dura, che fa male, umanamente incomprensibile, coraggiosa. Io non voglio odiare le persone. Disprezzo e misericordia non possono convivere.
Sta qui la lezione di Philomena, l’ignorante, la vulnerabile, la sempliciotta magistralmente interpretata da Judi Dench... e di Frears che ha intessuto questo prezioso ordito di storie di vita vissuta.
