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Sissy Spacek in Carrie - Lo sguardo di Satana
Sono passati cinquant’anni da quel 3 novembre 1976, quando Carrie approdò nelle sale americane. Qualche mese dopo, il 22 febbraio 1977, arrivò anche in Italia, con un sottotitolo a suo modo efficace: Lo sguardo di Satana. All’origine c’è un romanzo di Stephen King, all’epoca ventiseienne e per la prima volta saccheggiato dal cinema, destinato a diventare uno degli autori più trasposti su grandi e piccoli schermi. Impossibile elencare tutti gli adattamenti ma diciamo subito che Carrie è stato rifatto tre volte: un tv movie nel 2002, un mediocre film nel 2013 e una serie uscita poche settimane fa.
Dietro la macchina da presa c’è un signore di trentasei anni, Brian De Palma, che aveva già diretto qualche titolo di culto (l’horror Le due sorelle e l’inclassificabile Il fantasma del palcoscenico) e oggi celebriamo come uno dei massimi registi emersi nella New Hollywood. Profilo perfetto per Carrie, un film che è figlio delle inquietudini che a metà degli anni Sessanta diedero alla luce L’esorcista di William Friedkin ma anche la trilogia di Omen.
Figlia di una madre fra il bigottismo fanatico e la follia, Carrie è un’adolescente emarginata e ingiustamente angariata da un manipolo di compagni di scuola arroganti. Invitata al ballo di fine anno della scuola (rito di passaggio della società americana) verrà incoronata reginetta della serata onde venire beffeggiata dall’intero istituto: ma l’ira di Carrie, coperta di sangue, si manifesta con violenza attraverso i suoi poteri di telecinesi.


Brian De Palma
È proprio la telecinesi a innescare l’interesse del regista. Spiega Leonardo Gandini nel saggio sul regista (1996) che si tratta di “scelta non casuale, se pensiamo come esso si opponga idealmente a quello del voyeurismo: da una parte la visione indiscreta come sintomo di impotenza, dall’altra lo sguardo telecinetico come arma, strumento di offesa dalla potenza devastatrice. Capovolti i termini del discorso, la riflessione di De Palma sembra dunque orientarsi verso una spettacolarizzazione delle dinamiche percettive, che vengono così innestate, ancora una volta, sul cinema di genere, d’azione, anche se in questo caso ad essere privilegiati sono gli elementi tipici dell’horror-movie”.
Il sangue, in primis, che come rivelato dallo stesso De Palma in un’intervista (la trovate nella monografia a lui dedicata, uscita nel 1999 a cura di Stefano Boni e Enrico Vincenti), “gioca un ruolo essenziale. Che sia il sangue mestruale o il sangue di un maiale, tutto ciò che vi è di drammatico è provocato dal sangue che cola. Il colore è importante ed è un elemento molto efficace sul piano drammatico. Ma bisogna saperlo dosare per non distrarre l’attenzione dello spettatore da ciò che accade sullo schermo”.
In questo “tentativo di far deflagrare il teenager-movie introducendo all’improvviso elementi tipici del cinema dell’orrore”, De Palma, continua Gandini, lavora “sulle relazioni tra genitori e figli, attribuendo poteri telepatici a figure di adolescenti inquieti, circondati da padri e madri assenti o comunque incapaci di avere con loro un rapporto normale, al punto che la violenza dello sguardo sembra configurarsi come una reazione gravemente patologica ad un malessere familiare che non trova soluzioni pacificatorie”.


Piper Laurie in Carrie - Lo sguardo di Satana
(Webphoto)Un interesse sociologico per le dinamiche relazionali che si instaurano tra gli individui osservato anche da Claudio Bisoni nel libro sul regista (2002), che vede Carrie come un “prodotto della disillusione post-sessantesca, una messa al bando dell’ingenuità” che si rivela “sotto i richiami alla struttura della favola di Cenerentola, sotto l’ambientazione da commedia da college”.
Carrie è la risposta del regista alle mode del tempo: una miscela unica di horror con venature tipiche da thriller palesate nelle citazioni hitchcockiane, dalle quattro note di violino alla doccia cruciale che ricordano Psyco (la colonna sonora è di Pino Donaggio) a quelle che sarebbero diventate cifre caratteristiche del suo stile (cromatismi, slow motion, profondità di campo, angolature gotiche, carrellate).
In uno dei suoi film meno barocchi (accusa che ha sempre accompagnato l’interpretazione della sua opera), De Palma prende le distanze dal romanzo (“Sostenevo che la morte più appropriata per la madre non potesse che essere una crocifissione grottesca”) e dagli analoghi film del periodo. E, per la prima volta, lo spettatore si ritrova a parteggiare per la satanica Carrie. Personaggio esaltato dall’interpretazione di Sissy Spacek, scelta dopo molti provini (tra le aspiranti c’erano Melanie Griffith e Nancy Allen, De Palma voleva Betsy Slade o Glenn Close). Ebbe la nomination all’Oscar, così come Piper Laurie come migliore non protagonista, le prime attrici candidate per un horror. Costato circa 1,8 milioni di dollari, ne incassò 33,8.
