Wolfwalkers – Il popolo dei lupi

Tomm Moore chiude la trilogia sul folklore irlandese con un emozionante e avventuroso racconto di formazione, tra tradizione e contemporaneità. Su AppleTV+

18 Gennaio 2021
4/5
Wolfwalkers – Il popolo dei lupi

Ha diretto solo tre film e mezzo, Tomm Moore, ma è già un maestro. Lo dimostra Wolfwalkers – Il popolo dei lupi (disponibile su AppleTV+), che chiude la trilogia sul folklore irlandese iniziata con The Secret of Kells (2009, inedito in Italia) e proseguita con La canzone del mare (2014, candidato all’Oscar come miglior film d’animazione). Ancora una volta siamo di fronte a un racconto di formazione che si rivela alla luce del repertorio tradizionale, dominato da personaggi che sin dalla tenera età devono fare i conti con grandi cambiamenti, spesso traumatici.

Nell’Irlanda del 1650, Lord Protector (è Oliver Cromwell, ma non viene mai chiamato così) ha ordinato di sradicare la foresta che costeggia il villaggio di Kilkenny, con l’obiettivo di occupare e consumare il territorio. Per sterminare l’ultimo branco di lupi che impedisce l’operazione, arriva dall’Inghilterra il cacciatore Bill Goodfellowe, che porta con sé la figlia adolescente Robyn. Desiderosa di evadere da una realtà ostile, dove i bambini sono costretti a lavorare nel retrocucina e lei stessa, la ragazzina si avventura nel bosco: si imbatte così in Mebh, nativa selvaggia che di notte diventa un lupo, e scopre il mondo dei Wolfwalkers (figure leggendarie, mezzi uomini e mezzi lupi), trasformandosi in ciò che suo padre ha il compito di distruggere.

Il miracolo di Moore – anche produttore con la sua Cartoon Saloon e in tandem registico con Ross Stewart – sta nel coniugare limpidezza e complessità, densità artigianale e ricerca della classicità, lo sguardo rivolto al passato e la forza di una storia capace di trascendere il tempo. Wolfwalkers affronta temi profondissimi: il lutto precoce (Robyn è orfana di madre, Mebh non ha un padre), il distacco dagli affetti e dai luoghi cari (la nostalgia per la natia Inghilterra, la paura di dover abbandonare la “tana”), l’ostilità di una comunità (la xenofobia degli irlandesi), la necessità di immaginarsi altro, la trasformazione del corpo (seppure in dimensione allegorica e fantastica: “Mi è successo qualcosa”, dice Robyn, testimoniando il suo disorientamento di fronte al mutamento).

L’animazione dialoga con l’immaginazione dei più piccoli senza paludarsi nel racconto solo per l’infanzia, adottando scelte che sul piano visivo sembrano collocarsi sul piano percettivo di un bambino. L’evidenza di un tratto impreciso respinge la trappola realistica, si disattendono volutamente le regole della prospettiva (da rappresentazioni in pianta all'”appiattimento” della profondità di campo) e la stilizzazione è una scelta di campo per evocare le emozioni primarie (il crudele Lord Protector ripreso dal basso, gli occhi enormi di Mebh in preda alla paura, le fiamme devastatrici tradotto in un accumulo di segni squadrati, i giochi di luce nella dimensione onirica).

Wolfwalkers interroga la purezza del nostro sguardo: l’attenzione è tutta sulla fase di passaggio, dove il cambiamento – dunque il mutamento, fisico e interiore – è pezzo indispensabile per costruirsi più adulti e consapevoli. Alla chiusura della trilogia, Moore ne ripensa i temi, rinnova il legame con la tradizione orale alla luce delle incombenze del presente. Racconto potentemente allegorico, si concentra sul bisogno di sentirsi parte di comunità configurandosi attraverso una serie di conflitti: uomini/lupi, ordine/wildness, locali/coloni, invasori/invasi, autoritarismo/democrazia, singolo/gruppo, genitori/figli. Emozionante la colonna sonora con suggestioni celtiche, che sottolinea il dialogo tra tradizione e contemporaneità.

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