Una donna in cerca di vendetta. Una sorella da salvare. Un luxury hotel nel cuore di Manhattan, sede di élite predatorie e sette sataniche. Se vi ricorda qualcosa, non è un caso: Ti uccideranno vuole centrifugare una galassia di modelli che vanno dal pulp tarantiniano all’hotel infestato, dalla blaxploitation aggiornata al wuxia da grindhouse, fino allo splatter ironico di scuola Raimi. E vuole che tu lo sappia. È un film déjà-vu, anche oltre il voluto, tanto più perché arriva in sala insieme a Finché morte non ci separi 2: stessa caccia alla preda, stessa macelleria cartoonata, stessa sorellanza come motore narrativo e sentimentale, stessa idea di horror ridotto a secchiate di sangue, interiora e allusioni satiriche. La differenza è che lì c’era almeno un rapporto con un capostipite originale e una fanbase da coccolare; qui invece Kirill Sokolov punta tutto sull’aggressione stilistica e su un titolo che sembra già un avviso ai naviganti: lasciate ogne speranza di novità, voi ch'intrate. Il film non si perde in chiacchiere. È a combustione immediata.

Asia Reaves (Zazie Beetz), ex galeotta per avere sparato e quasi ucciso il padre-orco, entra nel Virgil hotel per ritrovare la sorella Maria e si ritrova in un albergo che è in realtà un covo satanico. Lei però non è la vittima docile che ci si aspettava: sa combattere e all’occorrenza uccidere con una furia iconoclasta, pronta a fare tritato dei suoi assedianti. Sokolov e il co-sceneggiatore Alex costruiscono l’incipit proprio su questo ribaltamento, con la preda che diventa predatrice. Da quel momento in poi il Virgil Hotel (nomen omen) diventa una specie di girone infernale da attraversare a colpi di lame, asce e amputazioni. Dante però finisce qui.

“Ti uccideranno” © 2025 Warner Bros. Ent. All Rights Reserved
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Sul piano visivo, Ti uccideranno gioca con i filtri da neon-noir, con la fotografia saturata, i colori acidi, la carta da parati marcia, il look sospeso tra graphic novel, videogioco d’antan e B-movie. Il problema è che, una volta esaurita la sorpresa iniziale, questo universo visivo finisce per girare a vuoto e a imporsi è soprattutto la monotonia.

Non aiuta che il film non ci provi nemmeno a spaventare, lavorando fin da subito sul registro del ridicolo, sulla dimensione coreografica, sulle frattaglie. Corpi esplosi, arti zampillanti, teste che si staccano, sangue che schizza in modo inverosimile: tutto dentro un artificio esibito, in una dimensione astratta e totalmente ludica Il paragone più corretto non è con Kill Bill, semmai con lo splatter che mescola macelleria e buffoneria in modalità slapstick come L’armata delle tenebre. Però l’arte di Raimi era altra cosa per senso del ritmo comico e inventiva registica. In Sokolov c’è soprattutto accumulo: dopo venti, trenta minuti, il giochino si è già esaurito.

Questo non significa che manchino momenti godibili (la sequenza con l’ascia in fiamme, girata con fuoco reale e non in CGI, è destinata probabilmente a diventare virale). E poi Zazie Beetz ha cazzimma, presenza, ironia. All’altezza anche la sua controparte, la veterana Patricia Arquette, nei panni della sacerdotessa del demonio Lily Woodhouse, passata in meno di trent’anni dalle Stigmate all’adorazione del diavolo. Tom Felton e Heather Graham fanno caricatura dell’high class.

“Ti uccideranno” © 2025 Warner Bros. Ent. All Rights Reserved
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Ma non bisogna dare troppo credito al sottotesto sociale. Il Virgil come condominio infernale abitato da ricchi immortali che si nutrono letteralmente dei corpi sacrificabili di chi sta sotto, la servitù reclutata alla bisogna, la lotta di classe trasformata in luna park gore: tutto questo è specchietto per le allodole. Non c’è nessuna vera ferocia sociale. Anche la sorellanza, l’altro centro del racconto, è un espediente un po’ inflazionato, un marchio da cinema post-Me Too.

Semmai, il ritorno insistito dello splatter, del vintage, della blaxploitation rivisitata in chiave pop, dice non tanto di una ritrovata vitalità del genere ma della sua difficoltà a immaginare il nuovo. Negli anni Settanta e Ottanta quel cinema di serie Z, sporco, insolente, sovversivo, aveva una necessità industriale e culturale: nasceva ai margini, rispondeva a un pubblico, violava dei limiti. Oggi il suo recupero, quando passa da produzioni medio-alte perfettamente consapevoli del proprio target, rischia spesso di sembrare repertorio remixato dall’algoritmo.

Il piacere, se c’è, è immediato, regressivo, controllato. La maschera da maiale, le esplosioni di carne, il sadismo giocoso, la gratificazione degli impulsi più bassi sono gli elementi di uno sfogo tutto sommato innocuo. Viene da chiedersi se non sia arrivato il momento di restituire un po’ di dignità all’horror, di liberarlo da questo noiosissimo “tanto stiamo solo scherzando”, che dalla seconda metà degli anni Novanta lo sta devitalizzando. Non ci importa di sapere che ci uccideranno. Ma se riesce ancora a farci paura.