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Samara Weaving in READY OR NOT 2: HERE I COME. Photo by Searchlight Pictures/Pief Weyman, Courtesy of Searchlight Pictures. © 2025 Searchlight Pictures. All Rights Reserved.
Il problema che hanno i sequel con gli originali di successo è un po' quello dei figli con i padri troppo ingombranti. Non disperderne l'eredità senza farsene schiacciare, cercando semmai di trovare una propria strada. Gi autori di Finché morte non ci separi 2 lo sanno e perciò, anziché repetita iuvant, hanno scelto la via dell'aliud et idem: riconoscibile quanto basta, diverso quanto serve.


Alla regia tornano Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett, Sarah Michelle Gellar e Kathryn Newton entrano nel cast, Samara Weaving riprende il ruolo di Grace, final girl sopravvissuta al primo massacro e ora nuovamente braccata. Da chi? E qui veniamo alla prima e più importante variazione, ovvero spostare la satira dalla famiglia alla classe. Il primo capitolo declinava il tema del capro espiatorio all'interno di un horror sul matrimonio, intelligente e feroce, dove la satira colpiva il dispositivo di potere nascosto nell'istituzione coniugale. Il secondo, non potendo ripetersi (nonostante il tema delle nozze e del patriarcato torni nel finale) allarga il bersaglio: la famiglia diabolica diventa una società segreta globale, un club dei dannati sostenuto dal patto con Satana, dove il privilegio si tramanda e la sopravvivenza passa dal sacrificio dell'altro. Così, sterminata la famiglia al vertice, si riaprono i giochi per la successione. C'è solo un problema: eliminare la sposa assassina.


La scena si sposta in una manor house, dove può ripartire la caccia alla sposa e alla sorella di lei, nel mentre accorsa in suo aiuto. Molti i riferimenti noti, uno solo il titolo fondativo: La pericolosa partita del 1932, con la caccia all’uomo come metafora del darwinismo sociale. Diventa subito chiaro che la posta in gioco è la lotta senza esclusione di colpi per l’ascesa alla stanza dei bottoni. È su questo terreno che la saga si ripropone, nel solco dell’eat the rich cinema (è il perimetro di The Menu, Triangle of Sadness ma anche Parasite), del gioco al massacro di élite impresentabili ma con una vena assai più ludica. Il vero Belzebù è dunque il capitalismo? Non esageriamo, siamo pur sempre all’interno di un prodotto mainstream. Il bersaglio è semmai rivolto verso dinastie avvizzite, verso i cadaveri di un’aristocrazia economica fuori dal tempo, dove contano legami di sangue, patti occulti, avvocati e protocolli. I protocolli dettano le regole e anche le trovate di questa seconda avventura, nel bene e nel male. incarnate da un brillante Elijah Wood nei panni di un compito avvocato del diavolo.


Va da sé che le sequenze più divertenti rimangono quelle pulp, dai vari e maldestri tentativi di assassinio alle esplosioni improvvise dei “trasgressori”, che fanno splash come pomodori in un campo minato. Altri cambi di rotta funzionano meno, personalmente l’espediente della sorellanza mi è parso ripetitivo e sentimentale oltre il dovuto. Un po’ fuori contesto. Il giochino funziona alla perfezione quando si ripropone come valvola di sfogo dei nostri peggiori istinti, li lascia uscire un pochino, in una situazione controllata. Quando cioè applica René Girard ai meccanismi di genere. Del resto, c’è una control room anche nella villa e dei monitor che riprendono tutti quanto succede. Una (involontaria?) messa in scena del proprio principio di funzionamento.


Tra le sorprese segnaliamo un mefistofelico cameo di David Cronenberg, presente anche in versione “ritratto”. Non è però al regista del body horror che guarda visivamente il film, ma a un immaginario cristiano rovesciato (il matrimonio come patto col diavolo, il libro vergato all’inferno; la società segreta come setta con sacerdoti e adepti incappucciati): in un mondo scristianizzato, l'iconografia del Male cristiano dimostra una resilienza sorprendente. La nostra resta un'epoca di paventati anticristi.
