Quando Eracle affronta l’Idra di Lerna commette inizialmente un errore: lo considera un mostro come tutti gli altri. Basterà tagliargli la testa. Ma ogni volta che la sua lama colpisce, dal moncone spuntano due nuove teste. L’eroe si affanna a trovare il punto esatto da infilzare senza capire la natura del mostro che gli si para davanti.

Ad Aaron Sorkin è accaduta più o meno la stessa cosa. Ha combattuto Facebook come se fosse Golia.

È questo il peccato originale di The Social: Il prezzo della verità, film con cui il regista e sceneggiatore torna nell’universo già raccontato in The Social Network (lì aveva firmato lo script) per ricostruire la vicenda dei Facebook Files: l’inchiesta con cui nel 2021 Jeff Horwitz del Wall Street Journal, grazie a migliaia di documenti interni consegnati da Frances Haugen, mostrò quanto Facebook sapesse degli effetti collaterali causati delle proprie piattaforme. Dall’impatto di Instagram su alcuni adolescenti alla circolazione dei contenuti divisivi, dalle falle nel contrasto a odio, disinformazione e complottismo fino alla scelta, denunciata da Haugen, di allentare dopo le presidenziali del 2020 alcune misure di sicurezza introdotte durante la campagna elettorale. Con l’infamante epilogo dell’insurrezione in Campidoglio del 6 gennaio.

The Social: Il prezzo dela verità © 2026 CTMG, Inc. All Rights Reserved. **ALL IMAGES ARE PROPERTY OF SONY PICTURES ENTERTAINMENT INC. FOR PROMOTIONAL USE ONLY. SALE, DUPLICATION OR TRANSFER OF THIS MATERIAL IS STRICTLY PROHIBITED.**
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Mark Zuckerberg (Jeremy Strong) in Columbia Pictures' THE SOCIAL RECKONING. (Leah Gallo)

Tornando alla metafora del mito, Haugen è Davide che conosce Golia dall’interno. Frances (Mikey Madison) è una data scientist che ha lavorato per Google e Pinterest prima di entrare nella società di Mark Zuckerberg. Non è nemica ideologica dei social network. Entra nella macchina perché crede che la tecnologia possa migliorare la vita delle persone e decide di ribellarsi quando scopre quanto quella promessa sia stata tradita.

Dall’altra parte c’è Jeff Horwitz (Jeremy Allen White), giornalista d’inchiesta del Wall Street Journal. Sornione, sottilmente luddista, lavoro ed etica del lavoro tutto quello che occorre sapere su di lui. In fondo sono due idealisti, non potevano che incontrarsi. E insieme faranno faville, saranno “il cherosene e la fiamma” di un un’inchiesta che farà storia.

Sorkin dispone così i pezzi sulla scacchiera. Horwitz e il giornalismo; Haugen e la coscienza interna alla macchina; dall’altra parte Zuckerberg e l’apparato di Facebook. Il whistleblower, l’inchiesta, la coscienza liberal, le aule del Congresso. È un racconto costruito con precisione, progressione e chiarezza esemplari. Troppo. Perché The Social: Il prezzo della verità è un film nel quale sappiamo sempre dove guardare e, soprattutto, da che parte stare. È un’operazione conservativa se non conservatrice, reprise del vecchio e civile cinema hollywoodiano. I buoni da una parte, i cattivi dall’altra.

Il problema è che Sorkin non semplifica la faccenda soltanto ideologicamente, la semplifica cinematograficamente. Tenta di applicare la limpida drammaturgia americana dell’inchiesta e della denuncia a un potere che limpido non è più, perché diffuso, reticolare, incorporato nei comportamenti di miliardi di persone. Racconta in una forma classica qualcosa che classico non è.

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Jeff Horwitz (Jeremy Allen White) and Frances Haugen (Mikey Madison) in Columbia Pictures’ THE SOCIAL RECKONING. (Leah Gallo)

E allora si affida a scene familiari, controllabili. A stanze, corpi, alle responsabilità individuali, duelli verbali. La sua regia è frontale, netta, teatrale. Convinta che la parola debba ancora convincere, possa ancora confessare, sbugiardare. Basterebbe citare la sequenza di Zuckerberg che prova l’audizione davanti a una specie di set televisivo, mentre gli viene spiegato come vestirsi, quale cravatta indossare, come parlare e persino quale postura assumere. Il potere come rappresentazione. O quella dell’audizione di Haugen, in cui si compie il movimento contrario, la cittadinanza invisibile che acquista finalmente un corpo e una voce davanti al Congresso, il tempio della democrazia. È la perfetta architettura sorkiniana della verità: il re viene portato al centro del palcoscenico e denudato.

Ma Meta sfugge ai palcosceni. È tentacolare, reticolare, quasi rizomatica. Il suo potere passa attraverso miliardi di azioni minuscole e simultanee: like, scroll, condivisioni, raccomandazioni. Anche quando Sorkin ricostruisce il 6 gennaio e incrocia le immagini dell’assalto a Capitol Hill con Zuckerberg nella stanza in cui si discute se limitare o bloccare Donald Trump, ha bisogno di restituire alla rete una war room; ancora una drammaturgia dei volti e azioni da intraprendere sotto i fari delle responsabilità personali. È una soluzione drammaturgicamente facile e concettualmente fallace. Sorkin mette in scena un potere del XXI secolo attraverso le forme del cinema politico del XX.

Anche gli attori finiscono dentro questa frontalità. Jeremy Allen White e Mikey Madison ce la mettono tutta, ma rimangono soprattutto figure morali del racconto. Paradossalmente c’è più aria intorno ad alcuni personaggi secondari, più libertà nei caratteristi che popolano la redazione, forse perché non devono portare sulle spalle il peso dimostrativo della sceneggiatura.

Jeremy Strong impone a Zuckerberg una maschera di immobilità, impassibilità, anestesia emotiva, estraneità. Finendo per sigillare il personaggio dentro un volto già interpretato prima.

Il confronto con The Social Network è allora abbastanza impietoso. Il film di David Fincher aveva avuto un’intuizione formidabile: per capire la rivoluzione sociale che stava nascendo bisognava partire da un desiderio patologico individuale. La più grande macchina di connessione della contemporaneità nasceva da una ferita della relazione. Il sociale dall’asociale, la connessione dalla separazione. Per questo The Social Network non spiegava Facebook, lo personalizzava e mitologizzava allo stesso tempo. Cercava sotto l’innovazione tecnologica un movente antropologico.

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Mark Zuckerberg (Jeremy Strong) and Charlie Garrity (Bill Burr) in Columbia Pictures' THE SOCIAL RECKONING. (Leah Gallo)

The Social: Il prezzo della verità possiede una quantità immensamente maggiore di informazioni su Facebook ma sembra capirlo molto meno.

Sappiamo ormai che i social raccolgono dati, conosciamo i meccanismi dell’engagement, abbiamo imparato parole come polarizzazione, radicalizzazione, disinformazione, echo chamber. Eppure continuiamo a entrare. Continuiamo a scorrere, pubblicare, reagire, indignarci, controllare chi ci ha visto e chi ci ha risposto. Perché?

È la domanda che da Shoshana Zuboff in poi diventa impossibile eludere. Le piattaforme non hanno inventato il nostro bisogno di essere riconosciuti, di appartenere, di confrontarci con gli altri, di costruire un’identità e verificare continuamente il nostro posto nel gruppo. Hanno fatto qualcosa di più sofisticato, hanno industrializzato questi desideri, trasformandoli in comportamenti osservabili, misurabili, prevedibili e progressivamente orientabili. La ricompensa intermittente, l’attesa di una reazione, il timore di essere esclusi, la promessa sempre differita di un riconoscimento ci riportano continuamente dentro.

E allora forse il vero seguito di The Social Network non avrebbe dovuto raccontare ancora una volta Zuckerberg. Avrebbe dovuto raccontare chi sta da questa parte dello schermo, l’utente.

Il film di Fincher partiva dalla psicologia e arrivava alla tecnologia. Quello di Sorkin avrebbe potuto compiere il viaggio inverso: partire dalla tecnologia per tornare alla psicologia. Mostrare ciò che Facebook sa di noi e che forse noi stessi non vogliamo sapere.

Invece Sorkin continua a cercare la testa dell’Idra: Zuckerberg, i suoi colonnelli e i loro algoritmi. Finendo per non vedere che, alla fine, l’Idra siamo anche noi.