T.H.U.G.L.I.F.E.

"The Hate U Give Little Infants Fucks Everyone".

The Hate U Give.

George Tillman Jr. mette da parte i romanzi di Nicholas Sparks (La risposta è nelle stelle, 2015) e ritorna ai vecchi amori (Notorious B.I.G., 2009), cita esplicitamente e più volte (anche in maniera diegetica) Tupac e porta sullo schermo il bestseller omonimo di Angie Thomas, adattato per lo schermo da Audrey Wells.

Cavalcando l’onda del (nuovo) cinema afroamericano, The Hate U Give (questo il titolo originale) è incentrato sulla vita dell’adolescente Starr (Amandla Stenberg), figlia del ghetto di Garden Heights ma al tempo stesso studentessa ben integrata nel dorato liceo Williamson, popolato quasi per intero da ragazzi bianchi.

George Tillman Jr. gioca a carte scoperte sin da subito, regolando questa sorta di “infiltrazione” (no, quella raccontata da Spike Lee in BlacKkKlansman era un’altra cosa) con cromatismi differenti: la vita in famiglia, nel quartiere è restituita con luci calde, le situazioni scolastiche e di confronto con quell’altra realtà gestite con un’illuminazione bluette tendente all’asettico e vetroso.

E in fondo il film è tutto basato su questo acceso contrasto, con il quale dapprima la protagonista è costretta a fare i conti a livello solamente intimo e personale (“Quando vado a scuola mi trasformo in Starr 2.0”), oltre ovviamente con noi spettatori, verso i quali la voce narrante della ragazzina spesso è rivolta, poi invece la questione si ingigantisce e tale “scissione” assume i connotati di una vera e propria battaglia. In nome della verità. E dei diritti.

Unica testimone oculare dell’uccisione di un suo amico d’infanzia per mano di un poliziotto bianco, Starr dovrà scegliere se testimoniare o meno di fronte al Gran Giurì per far sì che quell’agente venga incriminato. Esponendosi così a doppia mandata: da una parte rischiando le ripercussioni della gang che gestisce il territorio nel sobborgo dove vive con la famiglia, gang per la quale il suo amico spacciava, dall’altra temendo di trasformarsi nel “caso umano” con cui i bianchi andranno a nozze.

Per nulla trattenuto, retorico all’inverosimile, oltre due ore di durata, il film di Tillman Jr. ha però dalla sua l’urgenza di un dramma – quello del tutt’altro che risolto problema razziale negli States – che riesplode con tutta la sua forza anche grazie alla caratterizzazione di alcuni personaggi, su tutti il padre della ragazzina, Maverick, interpretato da un notevole Russell Hornsby, portatore sano di una fierezza black al limite del contagioso.

Certo, lo stile di riferimento – pensiamo – è quello con cui si spera di far presa sul pubblico dei giovanissimi, target nobilissimo con cui è doveroso fare i conti anche, e soprattutto, quando in ballo ci sono tematiche di questo tipo. Magari limando qualche ralenti e qualche “sparata”, o togliendo del tutto alcune scene madri (tipo quella nel prefinale col bimbo pronto a premere il grilletto…), sin troppo plateali e didascaliche.