BlacKkKlansman

Spike Lee ritrova lo smalto dei bei tempi. Blaxploitation e gag riuscite, pur con qualche smaccato didascalismo: ottimi Washington e Driver, Gran Premio della Giuria a Cannes

25 settembre 2018
3/5
BlacKkKlansman

Spike Lee is b(L)ack. E, forse mai come questa volta, è anche blaXploitation. Il regista di Fa’ la cosa giusta e Malcolm X ritrova lo smalto dei bei tempi tornando alle tematiche che ne hanno contraddistinto i lavori migliori.

Questa volta prende spunto dal libro autobiografico di Ron Stallworth e ci riporta nell’America anni ’70, a Colorado Springs.

Stallworth (John David Washington) è il primo agente di polizia nero in città. Stanco di occuparsi delle scartoffie, accetta di infiltrarsi ad un raduno di studenti afroamericani per l’arrivo di un carismatico leader inneggiante la black revolution.

Ma l’indagine che davvero lo porterà alla ribalta è quella che inizia qualche giorno dopo, quasi per caso. Gli basterà comporre il numero telefonico comparso su un annuncio pubblicitario, e da lì a poco – inneggiando alla supremazia bianca (“God Bless White America!”) diventa un membro del (riformatosi?) Ku Klux Klan, arrivando persino a intrattenere lunghe conversazioni con il leader David Duke e servendosi di un collega bianco (l’ebreo Flip Zimmerman, interpretato da Adam Driver) quando bisognava presentarsi ai vari raduni.

BlacKkKlansman guarda all’America di ieri per parlarci, ovviamente, dell’America di oggi. Con ritmo serrato e dialoghi incalzanti, Spike Lee – che comunque la tira un po’ troppo per lunghe (128’) – contrappone i movimenti del black power al riformarsi di cellule di suprematisti bianchi.

Gioca ovviamente sull’incredibile “comicità” data dall’assurdità della situazione, e in questo sfrutta alla perfezione il carisma di John David Washington oltre alla risaputa bravura di Adam Driver, per poi colpire dritto al cuore quando rintraccia in “capolavori” come Birth of a Nation di David Wark Griffith i prodromi di un immaginario cinematografico su cui un’intera nazione ha saputo (ri)costruire il proprio razzismo, strisciante e subdolo, quotidiano e politico.

 

Ed è un filo che corre lungo un intero secolo, al grido di “America First!”, slogan riutilizzato da Donald Trump all’indomani dell’elezione presidenziale del 2017. Slogan che, nel 1916, utilizzò Thomas Woodrow Wilson nel 1916, dando il là ad un “nuovo” periodo di segregazione razziale infame e terribile, che Spike Lee rievoca attraverso le parole di Harry Belafonte.

Un film che sta ovviamente dalla parte giusta, e che per farlo si serve giocoforza di stilemi e trovate di facile presa, con qualche didascalismo di troppo (vedi i filmati conclusivi sui recenti fatti di Charlottesville). Ma che non passerà inosservato. Gran Premio della Giuria a Cannes 2018.

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Film davvero bello e ben riuscito: un mix tra poliziesco, azione, thriller e storia, che tocca temi sociali quali le rivendicazioni di diritti da parte degli afroamericani negli Usa nel secolo scorso, la lotta contro ogni tipo di diascriminazione e che mostra il fanatismo suprematista del KKK. Temi forse considerati troppo lontani nel tempo ma che oggi sembrano tornare sempre più attuali, come dimostrano le ultime amare e crude scene del film. “Black power” contro “White power”, “America First” contro “Power to the people”, il tutto insieme a qualche scena davvero comica ben riuscita. Un film che fa provare emozioni… Leggi il resto »

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