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© 2025 Warner Bros. Entertainment Inc.
Non tutti vogliono essere supereroi: di sicuro respinge la definizione Kara Zor-El, novella Supergirl, protagonista del nuovo film DC Studios girato da Craig Gillespie e sceneggiato da Ana Nogueira, con la produzione di Peter Safran e James Gunn. Proprio lui aveva consegnato il nuovo Superman “cinecomico” del 2025, raffigurato in David Corenswet come Clark Kent; che qui si rivolge in videomessaggio alla cugina, Kara interpretata dall’ottima Milly Alcock, per invitarla a cambiare vita e spaccare la sua solitudine. Invano.
Alla base del progetto c’è la miniserie a fumetti Supergirl: a Woman of Tomorrow, di cui il film costituisce l’adattamento, ovviamente libero e riscritto. All’inizio troviamo Kara Zor-El che galleggia nello spazio profondo insieme al cane Krypto, che già conosciamo; festeggia bevendo e ubriacandosi, su pianeti con soli rossi dove è priva di superpoteri, lanciandosi nel divertimento sfrenato per dimenticare qualcosa. Il trauma primario è stato la distruzione del pianeta Krypton, a cui ha assistito vedendo morire i suoi cari, al contrario dell’eroico cugino condotto via in fasce: Kara è allora il negativo della fotografia, il rovescio della solarità di Superman, il rigetto del potere in nome della sofferenza interiore da sfogare nell’edonismo.


Milly Alcock as SUPERGIRL in DC Studios’ and Warner Bros. Pictures’ “SUPERGIRL”, a Warner Bros. Pictures release.
(Courtesy of Warner Bros. Pictures)Tale il punto di partenza. Ma, come ogni viaggio, il racconto prevede un innesco e un’evoluzione. Il grimaldello lo porge Krem, nel corpo di Matthias Schoenaerts, capo di delinquenti spaziali noti come I Briganti, quando attacca e colpisce l’amato cane con una freccia velenosa, sparendo nello spazio. Poco prima Kara aveva fatto la conoscenza di Ruthye interpretata de Eve Ridley, una giovane aliena in lutto per la morte del padre, ucciso proprio da Krem, e in cerca di vendetta; essa propone un patto che la protagonista che rifiuta, ma presto è costretta ad accettare per trovare il brigante e salvare il supercane.
Ecco che la dinamica, impostate le regole, prende varie direzioni: da una parte inizia la scorribanda di Supergirl, tra navi spaziali e altri pianeti, in una serrata caccia all’uomo per raggiungere l’obiettivo; dall’altra, tra slanci e incomprensioni, sboccia gradualmente il rapporto tra Kara e Ruthye, con la ragazza che prima non si fida e poi lentamente costruisce un legame. Il sodalizio femminile suggerisce che forse non è obbligatorio stare da soli. In filigrana, su tutto, scorre carsicamente il classico processo di assunzione della responsabilità, che investe ogni supereroe dal tempo di Spider-Man; se nell’incipit la giovane preferisce riparare su pianeti che tolgono i superpoteri, gli stessi di Superman, verrà poi costretta ad usarli nell’action galattico contro i cattivi. E ne prenderà coscienza.


(L to r) Milly Alcock as SUPERGIRL and Matthias Schoenaerts as KREM in DC Studios’ and Warner Bros. Pictures’ “SUPERGIRL”, a Warner Bros. Pictures release.
(Photo by Parisa Taghizadeh © 2026 Warner Bros. Entertainment. All Rights Reserved. TM & © DC)Senza anticipare troppo per lasciare il gusto visivo della sorpresa, il cammino accidentato di Supergirl si snoda attraverso strani luoghi e incontri, tra questi spunta Jason Momoa come Lobo, l’enorme bounty hunter alieno. Così la progressione prende corpo, in un meccanismo non privo di ironia, in una successione di confronti e scontri sempre più spettacolari – da citare almeno uno vertiginoso con Momoa. Sino al finale che suona note più retoriche. Da parte sua il regista, già esperto di donne forti come Tonya, gestisce doverosamente la partita e percorre con fluidità gli snodi spettacolari. Naturalmente, come sempre, in termini di semplificazione sconta la “facilità” del cinecomic, un oggetto che conosce bene il suo pubblico e deve veicolare caratteri basici ed emozioni elementari. Una volta inquadrata la Supergirl, dunque, non resta che abbandonarsi alla corsa tra galassie senza farsi troppe domande. Del resto lo spettacolo è il cuore del film e qui, pur non essendo James Gunn, una quota c’è.
Se si vuole individuare il macrotema, invece, eccolo servito: la supereroina imperfetta, avvolta nella fragilità umana che riguarda tutti, il rifiuto dei poteri e la necessità di superare i traumi per giungere alla presa di coscienza. Alla fine ogni tassello va a posto, ovvio, ma nel mezzo non abbiamo visto la fotocopia di Superman bensì una versione femminile e vulnerabile, tormentata da dolori e dubbi, insomma paradossalmente umana. Postilla: la durata “breve” di 108 minuti, voluta dal regista per garantire un ritmo sincopato, può essere un bel segnale nella prolissità del presente ma difficile che venga seguito.
