Ventisei anni dopo Scary Movie è tornato identico a sé stesso, ma il declino sembra irreversibile. Era il 2000 quando uscì il primo film che sbertucciava, tra gag situazionali e calembours stradaioli, gli horror contemporanei. Il racconto si estese per altri quattro capitoli sempre remunerativi, fino al crollo del quinto, passato sugli schermi tredici anni fa (furono tre le meritate nomination ai Razzie Awards 2013).

Da questo fiasco è scaturito il ritorno alle origini: nel sesto film la new entry alla regia è Michael Tiddes (si era allenato dirigendo due Ghost Movie), mentre alla sceneggiatura tornano i "pretoriani" dei primi due capitoli, ovvero i fratelli Marlon, Craig, Keenen e Shawn Wayans, con Rick Alvarez.

L’operazione nostalgia travolge anche il cast: defenestrati tutti gli interpreti del quinto capitolo, davanti alla cinepresa riecco i volti noti nei loro ruoli storici. Dalla coppia composta da Anna Faris e Regina Hall, passando per i due succitati fratelli Wayans (con il primo in versione Shorty). Poi ecco John Abrams, Lochlyn Munro, Dave Sheridan e Cheri Oteri. E ci sono pure Chris Elliott, unitosi alla truppa da Scary Movie 2. Olivia Rose Keegan (Modern Family e Days of Our Lives nel pedigree) guida le nuove leve con Cameron Scott Roberts e Savannah Lee Nassif, impegnata a parodiare Mercoledì di Tim Burton.

Dati le premesse, il piatto propinato al pubblico sarà quello che state immaginando: la Ghost Face ritorna per lasciarsi strisce di sangue alle spalle, generando i classici cortocircuiti di volta in volta surreali, demenziali, grotteschi, erotico-ironici e volgari, mentre i Core Four si riuniscono per acciuffarlo.

Una trama, dunque, tanto flebile e sfilacciata (ma non è una novità) quanto sovrabbondante, schizofrenica, iper e auto-citazionista, che tutto arraffa a discapito della vis comica e dissacratoria (questa in parte, sì).

Finiscono così, in un frullatore in cui tutto si mescola e niente si amalgama, psicosi e isterie dell’America contemporanea: dal long Covid alla minoranza woke, dalle famiglie disfunzionali alla salute mentale (i giovani ingollano psicofarmaci come cioccolatini, gli adulti ne manifestano le conseguenze), dalla cannabis legale al razzismo ICE, dal trumpismo al MeToo, dal sesso fai da te (col corredo di dildi, plug anali, micro e macropeni a solleticare improbabili pruderie) agli onnipresenti giochi linguistici, azzoppati e resi quasi stranianti dalla versione doppiata propinata all’anteprima stampa.

E le parodie? A iosa, come da aspettative: stavolta va malissimo a Michael e a Demi Moore di The Substance. L’horror contemporaneo, infatti, ovviamente rimane il bersaglio preferito: le baionette sono puntate, come di consueto, su Scream, ma stilettate varie colpiscono, in disordine, anche So cosa hai fatto, Scappa - Get Out, Longlegs, M3GAN e I peccatori.

Insomma, tredici anni di imbarazzo e ripensamenti non sembrano bastati per rassettare a trama e percorsi narrativi dei personaggi, oltre che per recuperare lo spirito scanzonato, ribaldo, perfino a tratti arguto dei primi due capitoli. Anche questo film, che più fan service non si può, si ripiega su sé stesso. Seduce e abbandona le nuove leve e consegna il futuro della saga ai veterani della prima ora. Chi avrà il fegato (o l’autolesionismo) di arrivare fino in fondo, capirà.

Nel complesso rimane la sensazione di un sequel senza inventiva, dettato solo da esigenze commerciali. Una scorribanda sconsiderata e nevrastenica al termine dell’America che è animata solo dal desiderio di riportare in sala il pubblico evaporato dal quarto capitolo in poi, con un’ansia spasmodica di rimanere fedele in toto a sé stesso.

Ma nel frattempo, se il mondo è cambiato, il cinema è stato stravolto.