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Il cinema ha cercato più volte di addomesticare l'universo narrativo di Resident Evil, ma il celebre franchise videoludico targato Capcom sembra voler mantenere una sua selvaggia indipendenza. La saga cinematografica guidata da Paul W. S. Anderson ha puntato per anni sull'azione pura, trasformando l'inquietudine primordiale in uno spettacolo pirotecnico slegato dalla matrice originale. Nel 2021, il tentativo di rilancio affidato a Johannes Roberts con Resident Evil: Welcome to Raccoon City ha provato a riavvicinarsi alle atmosfere del materiale di partenza, ma il risultato è stato fallimentare. Per girare un nuovo capitolo (l’ottavo), si è deciso di puntare ancora su una nuova fondazione.
Per salvare l’impossibile è stato ingaggiato Zach Cregger, regista esploso a livello internazionale grazie al sorprendente Barbarian, e confermatosi successivamente con Weapons, arrivato fino agli Oscar. Le aspettative erano alte. Cregger rappresentava la scelta ideale per infondere nuova linfa autorevole a un incubo senza brivido. Il film si ispira principalmente alle ambientazioni del videogioco Resident Evil 2, del 1998. La scelta era sfidante: portare in scena un massacro del tutto inedito, popolato da personaggi mai apparsi prima.
La trama si concentra sul corriere Bryan, chiamato a fare una consegna notturna al Raccoon City Hospital. Dopo aver investito una donna misteriosa, che scompare tra gli alberi, il ragazzo si ritrova travolto dal caos di un'epidemia fulminea. Un virus altera il DNA umano trasformando gli abitanti in mostri senza pietà, nati dai folli esperimenti della Umbrella Corporation. Bryan deve lottare per la sopravvivenza in una città di dannati.
Nonostante la premessa e le capacità di Cregger, Resident Evil non raggiunge il risultato sperato. La regia si piega completamente sulla struttura del videogioco, invece di alzare il livello qualitativo (e pensare che Resident Evil Requiem è un capolavoro su console). La narrazione procede per schemi rigidi e ripetitivi, limitandosi a traslare sullo schermo le dinamiche di gameplay senza rielaborarle con sensibilità cinematografica. In diverse sequenze la macchina da presa adotta la prospettiva in soggettiva, mostrando esclusivamente la mano del protagonista con l'arma impugnata, esplicito rimando visivo agli sparatutto.
Ciò che delude maggiormente è l’assenza dell'impronta teorica e sociale tipica del cinema di Cregger, elemento che aveva reso Barbarian un horror capace di destrutturare i codici stilistici del genere. Nei suoi lavori precedenti, la critica alle istituzioni e la tensione politica rappresentavano il motore del racconto. In questo Resident Evil, la sottotrama legata allo strapotere corporativo della Umbrella Corporation e alla manipolazione genetica rimane sullo sfondo, come anche la critica alla gig economy. Manca un approfondimento tematico capace di collegare le mostruosità biologiche alle responsabilità dell'avidità umana. Senza questo strato di lettura, la ricerca del terrore si riduce a un semplice esercizio citazionista, incapace di riscattare un universo che sembra non aver più niente da aggiungere.
