Pieces of a Woman

Cronaca di un dolore perfetto: spudorata, eccessiva, isterica. Ma quanta devastante autenticità nel raccontare la tragedia. Kirby e Burstyn da brividi. In concorso a Venezia 77

5 Settembre 2020
3,5/5
Pieces of a Woman
Pieces of a Woman

Spudorato? Probabilmente sì. Sfiancante? Certo non aiuta in apertura il travaglio ripreso in un lunghissimo e magari disturbante piano sequenza. Fin troppo simbolico con tutte quelle mele che germogliano, i cani fuori posto, i ponti che cedono? D’accordo. Isterico? Asfissiante? Ridondante? Sarà.

Tutto condivisibile e, va bene, la finezza non appartiene a Kornél Mundruczó, figuriamoci se gli interessa mantenere il senso della misura. Eppure è difficile non sentirsi addosso, perfino sottopelle, un oggetto come Pieces of a Woman, tumultuoso racconto per frammenti della frantumazione esistenziale di una donna devastata dal dolore perfetto.

Opera a due voci, è un film anche di Kata Wéber, come si legge sui titoli di testa, con il nome della sceneggiatrice che precede quello del marito regista. È scopertamente l’elaborazione del loro lutto (è la loro storia), la messa a nudo di un trauma personale riformulato, romanzato, ripensato attraverso i corpi straziati dei due protagonisti, via via sempre più distanti e inconciliabili. E quando uno dei due scompare fisicamente, l’altro personaggio si avvia verso una faticosissima riconquista di sé mediante l’immagine di ciò che era e credeva non poter essere più.

La linea è segnata con la pesantezza di un aratro, i limiti annullati, la tensione portata all’eccesso per infiammare la temperatura emotiva. La storia è vera, sì, ma la forza che divampa nonostante virtuosismi forse di maniera è l’autenticità di una sofferenza esplosiva, nella forma di un film che usa le marche tipiche dell’indie americano con un vago sentore di respiro affannoso post-newhollywoodiano.

Sarà forse per la presenza maestosa di Ellen Burstyn, che bypassa le perplessità anagrafiche (diciamolo, non è credibile come madre di figlie poco meno che quarantenni) investendo il consumato carisma emanato dalla sua maschera segnata dalla vita nel ritratto di una titanica matrona ebrea. Il monologo in cui spiega l’atavico attaccamento alla vita è un pezzo da brividi, che sottolinea una volta di più la dimensione frammentaria di questa cronaca di un dolore collettivo che privilegia un punto di vista personale. E spiega bene quanto la maternità (negata, respinta, trasfigurata, traslata) sia il grande tema di Pieces of a Woman, indagine sul privato che anche quando cede allo spiegone dimostra una struggente vulnerabilità.

In questo senso è straordinaria la furibonda performance di Vanessa Kirby (in odore di Coppa Volpi), che sa trasmettere la catabasi di una “donna sotto pressione”, alla disperata ricerca di un appiglio che non sia plasmata sulle esigenze altrui.

Si prende – da Shia LaBeouf, che è sempre più Shia LaBeouf, con tutti i suoi tormenti perenni e le parole tranciate tra i peli della barba – una grande palla (altro simbolo) in faccia, urla l’impossibilità di sentirsi dentro questo mondo e riconosce il pezzo mancante nel ricordo di qualcosa che forse non ha vissuto davvero. Poteva finire prima, certo, poteva fermarsi, sì. C’è tanta, troppa roba. Ma di questa tragedia segnata dalla presenza-assenza di una bambina il cui nome è scritto nell’acqua – e quando qualcuno lo trascrive lo sbaglia, quasi negandone l’esistenza transitoria – sentiamo battere il cuore. Benedice Martin Scorsese (tra i produttori).

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