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Nel silenzio delle stanze
È un film meno compassato di quanto voglia apparire, Nel silenzio delle stanze, titolo evocativo che traduce La condition, più secco e apparentemente vago nel suo significativo prismatico che va dall’inquadramento della situazione fisica o esistenziale di una persona all’allusione alla sua posizione sociale fino al riferimento a un’eventuale clausola da rispettare. C’è tutto, in fondo, in questo film chiuso in una grande villa nella Normandia di primo Novecento, già scenario del romanzo Amori di Léonor de Récondo all’origine dell’ottavo lungometraggio in ventitré anni di Jérôme Bonnell.
Claustrofobico senza risultare del tutto soffocante e stratificato nel suo inventario tematico, Nel silenzio delle stanze è la storia di un matrimonio infelice come tanti nel sistema altoborghese e naturalmente patriarcale di quell’epoca, dove i sentimenti sono silenziati fino alla cancellazione e il rapporto coniugale è regolato da vincoli contrattuali sbilanciati in favore dell’uomo. Una relazione, quella tra un ricco notaio (Swann Arlaud, al solito esimio) e sua moglie (Louise Chevillotte), che la società ammira ignorando la glaciale ipocrisia dell’uomo e il senso di oppressione della donna (forse consapevole di aver “sbagliato” marito, avendo rinunciato anni orsono all’opzione di un uomo più anziano ma più gentile e affabile).
In questa messinscena ovattata, dove anche il sesso è una faccenda sgradevole in cui l’uomo è talmente egoista e sbrigativo da non contemplare mai la possibilità che anche lei possa provare un piacere, ci sono due figure che fanno deflagrare il falso equilibrio in cui si muove la coppia senza amore. Due testimoni di verità che sopravvivono ai margini del discorso, nascoste agli occhi degli altri. Da una parte c’è la madre del notaio, allettata e dotata di lavagnetta per comunicare, che non manca mai di far presente la sua ostilità, ostentando una sorta di maternità perturbante (l’ottima Emmanuelle Devos con un personaggio assente nel romanzo originale).


Nel silenzio delle stanze © 2025 Diaphana Films
Dall’altra, più importante, c’è una giovane domestica (Galatéa Bellugi), una povera donna che non ha altre prospettive al di fuori di un lavoro al servizio di un padrone. Che si approfitta di lei senza troppe sovrastrutture, esercitando semplicemente un dominio sulle persone ridotte a proprietà. Le cose precipitano quando la moglie scopre che la domestica è incinta e intuisce che il padre è il marito. Per tutelare l’onorabilità di entrambi, la signora impone una condizione (appunto): il figlio sarà cresciuto dalla coppia ma l’uomo non dovrà mai più entrare nella stanza della moglie. La salvezza, tuttavia, è nella solidarietà interclassista, nel riconoscimento reciproco di una subalternità (entrambe non hanno indipendenza economica), nella sfida probabilmente suicida alle convenzioni del sistema.
Formalmente ineccepibile e sempre impegnato a non restare ingabbiato nella pregevole confezione (da citare almeno la fotografia di Pascal Lagriffoul e i costumi di Céline Guignard), Nel silenzio delle stanze è un mélo intenso che rivendica una dimensione politica nel suo dialogare con il presente. E squaderna una riflessione sull’emancipazione femminile che parte da un trauma (una gravidanza indesiderata tanto da chi la deve portare avanti quanto da chi deve subirla) per trasformarsi in una parabola sull’amore che destruttura, destabilizza, sorprende. Forse nell’approccio di Bonnell c’è un eccesso di pudore e timidezza, non riuscendo fino in fondo a trovare le immagini più cangianti per rappresentare lo “scandalo” di un desiderio divergente rispetto a quelle norme ma catartico e liberatorio.

