Men

Alex Garland si discosta dalla fantascienza a vantaggio del folk horror psicologico. Ma l’allegoria sulla mascolinità tossica, seppur potente, rischia di cannibalizzare il film

20 Luglio 2022
3/5
Men
Men

Un paio di settimane in una casa di campagna per provare a ritrovare se stessa. Harper (Jessie Buckley) tenta così di allontanare i suoi demoni, il dolore di un matrimonio non solo finito male, ma in tragedia.

La tranquillità apparente però viene ben presto minata: dai boschi circostanti sembra materializzarsi qualcosa o qualcuno che inizia a perseguitarla. E quell’inquietudine sottesa si trasforma poco a poco in un vero e proprio incubo, abitato dai suoi ricordi e dalle sue paure più oscure.

Jessie Buckley protagonista di Men

Dopo Ex Machina e Annientamento, il regista londinese Alex Garland realizza Men (passato alla scorsa Quinzaine del Festival di Cannes e previsto nelle nostre sale dal 24 agosto): abbastanza programmatico sin dal titolo, il film è allegoria neanche troppo velata sull’orrore di essere, appunto, uomini.

Messe da parte le ambientazioni e le suggestioni fantascientifiche dei lavori precedenti, Garland si concentra sull’inquietante bagaglio psicologico che ormai troppe donne sono costrette a portare con sé: Harper rivive in continuazione gli ultimi giorni del suo rapporto ormai finito con il marito James (Paapa Essiedu), che di fronte all’ipotesi della rottura minaccia di togliersi la vita.

È una caduta al rallentatore che perseguita la donna, ora schiava in un labirinto – mentale certo, ma non solo – popolato da nuove figure maschili, tutte simbolicamente rappresentate dall’unico viso di Rory Kinnear.

Rory Kinnear in Men

Da affittuario sopra le righe ma tutto sommato benevolo, a figura archetipica desnuda a stretto contatto con la natura, da bambino insolente nascosto dietro la maschera di Marylin a pastore bigotto e pervertito, tutti gli uomini che Harper incontrerà in questo paesino sono sostanzialmente fatti della stessa materia degli incubi, dissimili nella funzione ma identici nella sostanza.

Garland non mette da parte il gusto per una messa in scena visionaria e avvolgente, riesce anzi ad aumentare se si vuole il livello di inquietudine da sempre presente nei suoi lavori: in tal senso è fondamentale l’apporto della maschera “universale” di Rory Kinnear, volto capace di incarnare le differenti personalità di un unico concetto.

Men

Concetto che esplode in maniera straripante in quella sequela di parti innaturali dai quali ogni uomo genera in continuazione altri uomini. L’impatto è innegabile, la tesi di partenza ancor più smaccata. Ecco, il limite forse più grande dell’intero film è proprio questo, l’allegoria sulla mascolinità tossica, irredimibile, perpetua, rischia di cannibalizzare qualsiasi cosa.

Non la protagonista di Men, però, chiamata a venir fuori da un’allucinazione – ed è questa la cosa più interessante del film – che investe primariamente lo spettatore: siamo noi a vedere il volto di Kinnear ovunque, a conti fatti, mentre Harper – combatte strenuamente contro il ripetersi di schemi, violenze, psicologiche e fisiche, che forse, finalmente, potranno essere annientate.

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