PHOTO
© 2026 Amazon MGM Studios Content Services LLC
Dopo il successo mondiale di Barbie, Mattel ha deciso di decostruire e aggiornare un altro franchise basato su un pupazzo: erano gli anni Ottanta quando sugli scaffali americani scintillava il virilissimo ciuffo biondo di He-Man, pronto a salvare un mondo ridotto in schiavitù da Skeletor. Nel frattempo il machismo ha mostrato tutti i limiti e gli orrori di cui è capace, ma la proprietà intellettuale si è espansa oltre i negozi di giocattoli, tra serie di cartoni animati, fumetti e, infine, il live action del 1987, I dominatori dell'universo, diretto da Gary Goddard.
Il flop di critica e di pubblico allora mise i bastoni tra le ruote agli sviluppi della saga. Si susseguirono valzer di produzioni, vendite di diritti, intoppi, con attori e registi annunciati e poi spariti: già nel 1987 il sequel fu annunciato e poi cancellato. Dopo varie traversie, in anni recenti i diritti sono passati da Netflix ad Amazon Prime Studios, che si occuperà della distribuzione americana di questo film. Quella mondiale è in mano a Sony Pictures Releasing International, con la bellezza di 200 milioni di euro per mettere in piedi il progetto.
Soldi che, però, potevano essere spesi meglio, dato che la storia ricomincia dall’inizio: quindici anni dopo che il biondo e muscoloso Adam è stato scaraventato sulla Terra, vive da emarginato e sogna di tornare su Eternia, dove ha lasciato i genitori nelle grinfie di Skeletor.
Il principe guerriero perde tempo tra appuntamenti sfortunati, noiosissimi impieghi aziendali e il costante desiderio di riavere la Spada del Potere per tornare sul pianeta d’origine. Un giorno la ritrova, ma riuscirà a ripartire solo grazie alla scaltrezza dell’ex amica d’infanzia Teela. Su Eternia si riunisce al suo vecchio maestro, Man-At-Arms, per fronteggiare Skeletor che ha ridotto in schiavitù gli abitanti.
Insomma, nonostante i ritardi, il budget faraonico e il lavoro profondo su effetti speciali e CGI, non si nota innovazione, né originalità, né radicalità espressiva nella trama: anche questo Masters of the Universe è il più classico coming of age dei film da supereroi.
C’è il solito protagonista scacciato dal suo microcosmo e dalla famiglia, che vive da dissociato. Quando gli viene assegnata la missione di salvare il mondo, per superare l’inadeguatezza, va a caccia di un oggetto magico: la Spada. La trova, ma non basta. E allora prova, si addestra, fallisce, cerca il mentore (Man-At-Arms), trova l’aiutante Teela che gli regala pure una tensione amorosa frustrata, costituisce un gruppo di fedelissimi per combattere il potente malvagio. Fin quando capisce che, per fronteggiarlo, deve maturare interiormente al grido: “I have the power!”
Non manca neanche il più prevedibile fan service, con Dolph Lundgren che passa, letteralmente, il testimone di He-Man al nuovo sex symbol Nicholas Dimitri Constantine Galitzine. Ma tutto il cast principale è nuovo: da Jared Leto, che convalida il suo ruolo da villain inveterato da Suicide Squad in poi, a una convincente Camila Mendes, che incarna un femminile brillante e coraggioso, fino a un roccioso Idris Elba, padre adottivo proprio di Teela e braccio armato del principe Adam.
Masters of the Universe, insomma, è uno spettacolo un po’ grossolano, molto fracassone, assai attento a captare e ad adeguarsi allo spirito del tempo per esigenze d’incasso, non altro. Un film tutto proteso e apparecchiato tra easter egg e ritorni di personaggi per i sequel che verranno, con il più classico dei salti spazio-temporali che tanto, troppo piacciono al cinema hollywoodiano del Duemila. Anche così si capisce perché non desta alcun interesse in sé e non fa assolutamente nulla per rendersi imprevedibile, sebbene godibile a tratti (tra ironia e imponenza musicale con tracce rock postmoderne).
Eppure, su queste architravi invariabili, Travis Knight (Bumblebee l’altra sua regia fantasy) adagia due piccoli spunti d’interesse: da una parte una certa opera di smantellamento del machismo tossico (il finale dopo i titoli di coda è trasparente in questo senso) che Galitzine sa incarnare tra autoironia, inadeguatezza e possenza fisica; in secondo luogo, un certo sgomento, se non una resa verso l’attualità bellica del nostro tempo.
Il film, infatti, espone una contraddizione interna tra trama e morale: He-Man si forma e combatte per rovesciare la tirannide e la schiavitù, per restaurare, insomma, il Bene sul Male, ma il film ci parla di un’America tribale, fatta di bande col pugnale tra i denti pronte solo a scannarsi. “Il tempo del dialogo è finito”, chiosa senza troppe smancerie Man-At-Arms.
All’epoca del trumpismo, ci dicono I dominatori dell'universo, la guerra è una necessità ineluttabile. Con tanti saluti ai sogni di pace e uguaglianza a stelle e strisce.
